Il punto nodale, di Donatella Angela Rega

Mi hanno sempre stupita quei punti nodali del Vangelo. Quelli in cui si parla del giorno del giudizio (Mt 7,21-29 e Mt 25,34-46). Li chiamo nodali non perché non vi siano tanti e tanti altri messaggi rivoluzionari all’interno del Nuovo Testamento o non vi siano insegnamenti che capovolgono il senso del ben pensare comune, ma perché in questi versetti si assiste al paradosso di un insegnamento tanto semplice, lo potremmo definire gergalmente “terra terra”, quanto ardito.
Innanzitutto vi apprendiamo che Dio dirà ad alcuni: non vi conosco, nonostante questi protestino reclamando la loro dedizione a buone pratiche rituali e addirittura sostengano di aver profetizzato e compiuto miracoli nel nome del Signore!
E perché questi profeti che hanno compiuto “molti miracoli” saranno sconosciuti a Dio? La spiegazione è semplice: non hanno messo in pratica i Suoi insegnamenti e sono per questo addirittura da Lui definiti “operatori di iniquità”.
Andiamo a vedere al capitolo 25 chi sono i giusti che invece Dio accoglierà nella schiera degli eletti.
Sono coloro cui, cito testualmente, il Signore dice: avevo fame e mi avete dato da mangiare, avevo sete a mi avete dato da bere, ero nudo e mi avete vestito, ero straniero e mi avete accolto, ero malato o carcerato e mi avete visitato. Questi gli chiederanno quando lo hanno mai fatto. La risposta: ogni volta che avete fatto questo ad uno dei più piccoli lo avete fatto a me.
Ecco il segreto del presepe e dell’incarnazione in un povero che nasce in una stalla perché la madre non trova posto in nessun albergo. Non lo abbiamo capito ancora: a quanto ci racconta il Vangelo Dio è uno dei più piccoli.
E’ capovolta la logica di questo mondo.
Ma questo dovrebbe essere in qualche modo noto.
Incomprensibile invece dovrebbe essere per noi la politica nazionalista che porta su stendardi il Cristo e nelle piazze il rosario per farsene baluardo. Ma quando mai questa politica che si occupa generalmente prima degli interessi dei ricchi, poi di quelli della propria nazione o regione, dette anche patria, può davvero definirsi cristiana se non dà da mangiare agli affamati, da bere agli assetati, non veste gli ignudi, non accoglie lo straniero, non visita o non si occupa dei carcerati e degli ammalati?
Non parlo, si badi bene dei singoli uomini o donne politici che nella loro vita privata faranno sicuramente del bene, chi potrebbe giudicarli? No no, parlo della politica che essi definiscono fatta in nome di Dio contro il pericolo di derive immorali e anti cristiane.
Non è cristiano non accordarsi con i propri nemici prima di accostarsi all’altare. Non è cristiano addirittura escludere dalla possibilità di redenzione quelli che consideriamo peccatori e disonesti.
Ma soprattutto non è cristiano occuparsi della propria nazione quando fuori dai nostri confini imperversa la fame.
Se è vero che non possiamo accogliere tutti da noi è vero però che bisognerebbe promuovere con tutte le forze una politica economica internazionale più giusta.
Meno chiacchiere ci vorrebbero in questa politica da salotto social e più impegno per le categorie umane dentro cui Dio si nasconde.
Altrimenti non definiamoci cristiani ma piuttosto usiamo per definirci le parole con cui ci definisce Cristo: operatori di iniquità.

vicepresidente CuF, Monopoli, Bari

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