The Mission: un tratto dell’eredità di Francesco, di Marcello Tarì

Il titolo di questo articolo, The Mission, richiama intenzionalmente quello del celebre film del 1986 diretto da Roland Joffè, interpretato da Jeremy Irons e Robert De Niro e impreziosito dalla superba colonna sonora di Ennio Morricone. Se qualcuno tra voi non lo ha mai visto, consiglio vivamente di farlo: il film è il racconto commovente di un viaggio nell’utopia concreta del cristianesimo che, allo stesso tempo, permette di lanciare uno sguardo sulla spiritualità gesuitica. Credo, perciò, sia un film che può suggerirci qualcosa circa alcune delle convinzioni esistenziali, politiche e sociali di papa Francesco le quali, comunque, appaiono sempre come conseguenze sia della sua formazione ignaziana che del suo essere stato un uomo costantemente centrato nel Vangelo.

Ricentrare tutto in Cristo
Quando ci si riferisce a Francesco, infatti, spesso lo si è fatto e si continua a farlo come si trattasse di un leader politico e, in quanto tale, amato o detestato. Per parte mia, credo francamente che bisognerebbe fare più attenzione ed evitare di proiettare in lui ciò che il saeculum vuole vedervi e considerare; invece, ogni suo gesto e ogni sua parola sono stati tesi innanzitutto a ricentrare il mondo e la nostra storia in Cristo, a indicare che è possibile trovare Dio in ogni cosa e specialmente all’invitarci a scorgere il volto di Gesù in ciascuno degli ultimi, dei poveri, degli oppressi e ad accarezzare quel volto: tutto il resto, compreso il taglio decisamente «sociale» di tante sue prese di posizione, ne è la logica conseguenza.
Personalmente, infatti, se proprio dovessi definirlo, direi che non è stato essenzialmente né un papa teologo né un papa politico, bensì un papa mistico, un appassionato cercatore dell’Altro e degli altri, un incendiario del Vangelo ispirato dalla mistica popolare, ovvero una «mistica del noi» e perciò rivoluzionaria.
Da questa sua inclinazione soggettiva, dall’essere cioè un «mistico in azione», credo sia dipeso tanto il suo magistero teologico che il suo essere stato un grande «leader spirituale cristiano», come lo ha definito il suo confratello padre Antonio Spadaro in un importante articolo uscito sull’Osservatore Romano pochi giorni dopo la sua morte (Dalla crisi la speranza, 2 maggio 2025).

L’esperienza delle «Reducciones»
Il film The Mission racconta di una storia personale di perdono e conversione all’interno di quella più ampia vicenda di conversione incarnatasi nelle Reducciones, le quali sono state delle comuni cristiane costruite dai padri gesuiti insieme al popolo Guaranì nel XVII-XVIII secolo in un territorio situato tra gli attuali confini dell’Argentina, del Paraguay e del Brasile.
Alcuni studiosi arrivarono a definirle una «repubblica comunista cristiana» (o anche una «teocrazia socialista») e per questo le missioni furono e sono ancora oggetto di critiche, abbastanza rozze quanto consuete: troppo comuniste per i cristiani borghesi e troppo cristiane per i discepoli di Marx. Tuttavia, le cose sono relativamente più semplici, basta leggere i versetti 32-35 del capitolo 4 degli Atti degli Apostoli per conoscere da dove venisse l’ispirazione per il fervido «comunismo» dei padri gesuiti.
In ogni caso, queste comuni furono il risultato di un felice incontro e testimoniano un riuscito processo di inculturazione per quel tempo, rimanendo, ad oggi, una delle più ardite e visionarie sperimentazioni sociali del cattolicesimo – e non solo – nata e cresciuta in una di quelle «periferie» così care a Francesco, tanto care da costruirci sopra un intero capitolo teologico, sociale e politico del suo pontificato.
Diversi storici sono convinti che, se le comuni-missioni non fossero state distrutte dagli Stati europei e diffamate (anche da diversi filosofi illuministi, Voltaire ad esempio), la storia dell’America Latina sarebbe stata molto diversa.
Quella delle Riduzioni è stata, infatti, la storia gloriosa di una lotta contro la schiavitù e lo sfruttamento e l’avventura di una gioiosa evangelizzazione insanguinata dal martirio, svoltesi dentro e contro i grandi imperi coloniali dell’epoca e di una Chiesa istituzionale troppo spesso succube ai loro interessi.
Imperi che allora, come al tempo di Gesù e ancora oggi, per quanto in modalità differenti lungo la storia, sono fautori di quella che papa Francesco ha definito in più occasioni – l’ultima nelle meditazioni che aveva preparato per la Via Crucis di quest’anno – «l’economia che uccide»: un durissimo giudizio su cui credo si sia ancora troppo poco riflettuto, specie nei ranghi cattolici.
I gesuiti e i Guaranì, invece, furono i protagonisti di un episodio di quello che Ernst Troeltsch, nel suo Le dottrine sociali delle Chiese e dei gruppi cristiani, definì come un «comunismo d’amore», riferendosi alla forma di vita delle prime comunità cristiane la quale, specialmente negli snodi cruciali della storia del cristianesimo, ha sempre funzionato come il modello di societas a cui tendere.
Vi è, al proposito, un dialogo esemplare nel film, quello tra il cardinale inviato dalla Santa Sede per decidere le sorti delle Riduzioni, ormai entrate in un aspro conflitto con i poteri coloniali, e un padre gesuita che, per altro, è lui stesso un indio.
Il cardinale, dubbioso sul da farsi ma colpito dalla gioiosa prosperità delle missioni, gli domanda come venissero suddivisi i proventi e la risposta del gesuita è fulminante: «Tutto è diviso equamente. Questa è una comunità». Al che il prelato insinua: «Sì, anche in Francia c’è un gruppo radicale che insegna questa dottrina». Il gesuita allora lo guarda un po’ stupito e gli dice: «Vostra Eminenza, era la dottrina dei primi cristiani!».

Nessuna ideologia, ma il Vangelo
Questo dialogo è perennemente attuale, sempre sfacciatamente contemporaneo e a me rammenta tutte quelle volte che papa Francesco, come già accadde a sant’Oscar Romero, a Hélder Câmara e a tanti altri, ha dovuto chiarire che stare dalla parte dei poveri e lottare con loro per una società giusta, senza sfruttamento e oppressione, non significa aderire necessariamente al marxismo o a qualsiasi ideologia, «progressista» o «populista» che sia, ma amare il prossimo e seguire il Vangelo.
Tuttavia, sono certo che ascolteremo quel dialogo ripetersi fino alla fine dei tempi anche perché i poveri, come Gesù ci ha detto, li avremo sempre con noi a segnare la bruciante contraddizione del mondo.
Dobbiamo anche però porre la nostra speranza nel fatto che si rinnovi e si moltiplichi la lotta spirituale ed esistenziale e quindi politica richiamata dal film, quella del Vangelo contro l’Impero che in realtà oggi, grazie anche alla spinta profetica di Francesco, è comunque viva in tante parti del mondo.
Ma non dovremo più permettere che, ancora una volta, da un lato o dall’altro, sia la forza, o meglio la violenza, a creare il diritto, come amaramente annota il padre Gabriel del film, che cioè le potenze del mondo possano seminare morte e distruzione per affermare il loro dominio avvelenando anche i cuori dei giusti che gli si oppongono: la violenza, ci conferma anche la storia più recente, è capace di produrre soltanto ulteriori forme di oppressione. Mentre «Dio è amore», dice ancora il gesuita nel film riportandoci al cuore del Vangelo, e perciò sappiamo che solo l’amore crea veramente, anche il diritto. Perché solo l’amore dà la vita, in ogni senso possibile di quel dare la vita.
Quello dei gesuiti e del popolo Guaranì fu, infatti, come scrisse Jorge Maria Bergoglio in un saggio dedicato a dei martiri di quella storia, «il progetto di un cuore» che divenne, attraverso l’amore delle vite donate, «il Cuore di un progetto» (“Proyección cultural y evangelizadora del los mártires rioplatenses”, Revista del V Centenario del Descubrimiento y de la Evangelización de América, Número 2, 1993).

I poveri sono un luogo teologico
In uno degli incontri svoltisi durante il suo viaggio apostolico in Paraguay, nel 2015, Francesco ebbe a dire su quell’esperienza: «Giustamente il Paraguay è noto in tutto il mondo per essere stato la terra dove iniziarono le Riduzioni, una delle più interessanti esperienze di evangelizzazione e di organizzazione sociale della storia. In esse, il Vangelo era l’anima e la vita di comunità dove non c’era fame, non c’era disoccupazione, né analfabetismo né oppressione. Questa esperienza storica ci insegna che una società più umana è possibile anche oggi. Voi l’avete vissuta nelle vostre radici qui. È possibile. Quando c’è amore per l’uomo, e volontà di servirlo, è possibile creare le condizioni affinché tutti abbiano accesso a beni necessari, senza che nessuno sia escluso» (Discorso del Santo Padre, Asunción, 11 luglio 2015).
Queste parole di Francesco sono importanti per poterci orientare tanto spiritualmente che politicamente. Esse ci dicono che il centro rivoluzionario dell’azione e del pensiero cristiano non consiste innanzitutto in un fatto ideologico e nemmeno in un dato sociologico poiché, prima di qualsiasi altra cosa, i poveri sono un luogo teologico concreto che ci sfida continuamente su ogni ordine della realtà: tutto parte ed è animato dal Vangelo dell’Amore e, quindi, è da questo ardente Cuore di carità che si irradiano tutte le altre determinazioni, quelle politiche, quelle culturali e quelle sociali.
Come ha scritto brillantemente Piero Coda, soffermandosi sul magistero di papa Francesco all’indomani della sua morte: «Il messaggio del Vangelo è un messaggio di trasformazione del cuore dell’uomo a misura di quello di Cristo, grazie allo Spirito Santo. E proprio per questo è un messaggio di trasformazione anche sociale, politica, economica, culturale. La Chiesa non annuncia soltanto un messaggio di tipo spirituale» («Una Chiesa in uscita nel solco del Vaticano II», L’Osservatore Romano, 23 aprile 2025).

Senza l’amore, la rivoluzione è violenza
Il grande errore, nella storia delle rivoluzioni, mi sembra, infatti, sia sempre stato quello di rovesciare i termini di questo messaggio – quello da cui consegue la santa «legge della povertà», come la chiamava David Maria Turoldo – e così, lungo la strada per la giustizia, alla fine, si è perso l’amore e l’azione rivoluzionaria è velocemente diventata quella di un mostro senza cuore. E l’essere senza misericordia, come si è potuto vedere, equivale a sottoscrivere la propria condanna a livello storico ma anche esistenziale e spirituale.
Dunque, Francesco ha rimesso sui piedi il principio evangelico, quello che a sua volta procede da un capovolgimento clamoroso, ovvero che, per la potenza dell’Amore, gli ultimi sono/saranno i primi (su questo si veda a cura di R. Buffa e P. Coda, Gli ultimi sono/saranno i primi, Città Nuova, Roma 2025). Non è, allora, un caso che la sua ultima enciclica Dilexit nos – quasi una chiave per decifrare tutto il suo servizio come pontefice – sia dedicata al come comprendere le mozioni dei nostri cuori in relazione al Cuore di Cristo.
Ne concludiamo che solamente l’amore e la gratuità espressi da cuori liberi possono davvero legittimare qualsiasi lotta per la giustizia sociale.

Tutti protagonisti
Ma Francesco ha voluto anche spronarci a non perdere la speranza in questa notte del mondo, dicendoci, con forza, che è possibile costruire oggi una società senza sfruttamento e oppressione e che, anzi, l’impegnarsi per questo è parte fondamentale della missione a cui ha costantemente invitato tutti a partecipare.
Quel suo celebre «todos, todos, todos!», che assomiglia a un grido di battaglia, penso infatti possa non solo essere interpretato nel senso della dismisura dell’accoglienza nella Chiesa, ma pure come incoraggiamento a che tutti i cristiani, a qualsiasi stato di vita appartengano, si sentano discepoli e missionari, protagonisti dell’Annuncio, incendiari del Vangelo e che lottino per questo.
Questo farsi dell’annuncio cristiano nell’oggi per altro deve debordare la stessa Chiesa-istituzione, come ha sottolineato un altro teologo italiano, Pierangelo Sequeri, chiamato anche lui a commentare il lascito spirituale di Francesco. Sequeri indica, infatti, un punto che credo sia molto importante, che ha molto a che fare con la missione e, volendo, anche con la storia controversa delle Reducciones, cioè che «riacclimatarsi con la missione» significa oggi «aprire il regno di Dio, prima che ampliare l’istituzione» («La Chiesa non si fa solo con chi “viene in chiesa”», Avvenire, 28 aprile 2025). Che ce ne faremmo, per altro, di grandi e magnifiche strutture istituzionali se non restasse più nessuno dentro di esse?
La missione, proprio per questo, è stata riconfigurata da Francesco come «Chiesa in uscita», con il suo invito a «uscire dalla propria comodità e avere il coraggio di raggiungere tutte le periferie che hanno bisogno della luce del Vangelo» (Evangelii gaudium I, 1, 20). Perché, a guardar bene, è sempre dalle periferie che irrompe quel regno dei cieli che ha la potenza di trasformare tutto e tutti nella pace e nella gioia.

C’è spazio per nuove «Reducciones»
Ecco, tra i tratti fondamentali dell’eredità di papa Francesco vi è questo forte impulso missionario, il richiamarci a sentire quell’irriducibile desiderio di uscire dalle nostre più o meno comode nicchie per annunciare praticamente il Vangelo della liberazione, senza timore di andare controcorrente rispetto al mondo, anzi con la consapevolezza che il martirio è parte della stessa missione.
In effetti, non siamo stati chiamati dal papa a diventare dei seriosi militanti di una causa o dei coscienziosi attivisti di unno-qualcosa”, ma missionari di un Annuncio che, nonostante ogni avversità, deve essere portato sempre con la gioia nel cuore poiché, come Francesco ci ha ricordato fino all’ultimo respiro, confidiamo nel fatto che «la speranza non delude».
Dunque, una domanda per noi potrebbe essere questa: come e dove costruiremmo oggi le nuove Reducciones? Quando, come, dove sono/saranno i tempi e i luoghi della giustizia e della libertà, della fraternità e dell’amore in questo ventunesimo secolo letteralmente devastato dall’oppressione, dalla guerra, dallo sfruttamento e cioè, per dirlo con una sola parola, dal Male?
Francesco ci ha detto che è possibile costruire società più umane, ma non solo: che la liberazione proclamata dal Vangelo è possibile oggi. Lo è in città e in campagna, nel mezzo delle metropoli e fin nella più sperduta abitazione dell’umano: è possibile adesso se apriamo i nostri cuori, facendo spazio a tutti, rimanendo con fiducia nel Cuore del Signore crocifisso e risorto.
E tenendo bene a mente uno dei quattro grandi principi cari a Francesco, quello affermante che «il tempo è superiore allo spazio» e cioè che – e ciò è valido anche per chi lotta per la giustizia e la pace – non si tratta di occupare spazi (di potere) ma di dare vita a processi (di liberazione).
La risposta, ancora una volta, sta soffiando nel vento. Veni Sancte Spiritus! Veni pater páuperum!

settimananews.it/missioni/the-mission-un-tratto-della-eredita-di-francesco/

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