La scuola 4.0 nel quadro dell’Autonomia Differenziata, di Michele Lucivero

Il primo via libera del Senato, votato il 23 gennaio 2024, al ddl Calderoli sull’Autonomia Differenziata non farebbe altro, si ribadisce da più parti[1], che aumentare il divario economico e sociale tra regioni del nord e regioni del sud. Tuttavia, non di secondaria importanza nel quadro dell’Autonomia Differenziata è la definitiva svendita della scuola pubblica al neoliberismo capitalistico, che tenta di essere sistematicamente realizzato, quasi fosse una necessità, da tutti i governi che ormai si susseguono nel nostro Paese.

Se, un tempo, infatti, la Questione Meridionale era legata a schemi quantitativi e qualitativi, che permettevano di leggere e interpretare le differenze economiche e sociali tra nord e sud, oggi la prospettiva d’indagine di una Nuova Questione Meridionale si sposta su elementi strutturali, che permettono, invece, di comprendere i meccanismi generativi di un’arretratezza atavica nel Meridione all’interno di un quadro che è, appunto, glocale.

In un articolo del 2015 dal titolo Istituzioni estrattive e capitalismo politico: da Questione meridionale a Questione nazionale[2], Antonio Russo non può che constatare che dopo decenni di politiche statali di orientamento meridionalista, attuate per cercare di colmare il gap economico e culturale tra nord e sud e, nonostante, aggiungiamo noi, tutte le politiche comunitarie con ingenti investimenti mediante PON/PRIN FSE rivolti a Calabria, Campania, Sicilia e Puglia, la situazione, di fatto, ad oggi non è per niente cambiata, anzi, tutti i dati portano a credere che il gap stia solo peggiorando. La tesi di Russo è che la mancanza di sviluppo al sud sia qualcosa di strutturale, quasi un modello inveterato e profondamente radicato in quelle che egli ritiene essere le istituzioni politiche, che ne condizionano quasi deterministicamente il futuro dal punto di vista sociale ed economico, condannandolo all’incapacità di attivare qualsiasi forma di empowerment.

Legando il concetto di istituzione ai «i vincoli che gli uomini hanno definito per disciplinare i loro rapporti», vale a dire regole, vincoli formali (leggi, regolamenti) e informali (codici morali, consuetudini), che agiscono come condizionamenti forti sulla storia, Russo riesce ad rinnovare le tesi di Gaetano Mosca sul potere delle élites e quelle di Althusser e Bourdieu sulla riproduzione sociale e culturale con studi recentissimi sulle istituzioni estrattive e inclusive[3]. In una prospettiva neo-istituzionalista, si può affermare, in sostanza, che uno Stato funzionante ed efficiente, in grado di essere facilitatore della crescita politica e dello sviluppo economico, è uno Stato capace di garantire al tempo stesso i diritti di proprietà, ma anche gli obblighi contrattuali. Si tratta di un processo lungo, che nei diversi contesti ha avuto punti di partenza ed esiti diversi, proprio in funzione dell’interazione tra vincoli formali e informali. In questo quadro il sistema istituzionale inglese, ad esempio, è stato in grado di garantire sia i diritti di proprietà, che precedentemente erano appannaggio di sgherri e vigilanza privata, sussunta poi dallo Stato sotto forma di polizia, sia gli obblighi contrattuali, affidati alla difesa delle Trade Unions, poi incardinati nello Stato sotto forma di sindacati.

In Italia bisogna amaramente constatare che, dopo più di un secolo e mezzo, di fatto, il progetto politico di standardizzazione nord/sud e di integrazione diritti di proprietà/obblighi contrattuali non si è verificato. Quel processo di unificazione, in realtà, partì già azzoppato nel mentre l’Italia si stava costituendo, quando la protesta dei contadini del sud, che speravano nella difesa dei loro obblighi contrattuali, come accadde per i colleghi inglesi, fu soffocata ed essi vennero bollati come briganti dai latifondisti, poi furono perseguitati, stanati e annichiliti dal punto di vista fisico, politico, sindacale e sociale.

Va da sé, dunque, che se l’interazione tra vincoli formali e vincoli informali è sbilanciata verso i primi, si avrà uno Stato che è in grado di assicurare unitarietà, mentre se è sbilanciato verso i secondi, vi sarà uno Stato che accoglie prerogative e spinte localistiche, di tendenza anarchica, nel senso letterale e politico del termine, cioè tendenze che non riconoscono lo Stato e le sue leggi, mentre, invece, tendono ad accettare codici di comportamento comunitari, mafiosi e familistici[4], legati a ristrette cerchie di persone. Il sud Italia, dunque, nonostante le politiche unitarie, da sempre si è mostrato tendenzialmente localistico, un territorio il cui tessuto culturale, anche a causa della perdurante ignoranza, che alimenta oggi i NEET e l’emigrazione dei/delle giovani altamente istruiti/e, ha fatto fatica a colmare il gap geografico, la distanza fisica dal centro del potere. Il risultato è stato un processo volto a sostituire un centro lontano con un centro più vicino, in prossimità, laddove, però, la prossimità, agiva in aperta concorrenza con il potere centrale e risultava perlopiù impermeabile alle ingerenze esterne, al punto da costituirsi in cosche mafiose e clientelari: «L’uscita di forze vitali dal sistema rafforza ulteriormente la criminalità e i circuiti clientelari, riducendo la probabilità che emerga o che risulti effettivamente praticabile una strategia di protesta, capace di stimolare un’evoluzione istituzionale verso modelli più inclusivi»[5].

Ora, combinando le implicazioni dell’Autonomia Differenziata sul territorio meridionale, in termini di ulteriore sostegno al capitalismo politico altamente estrattivo, con la tendenza allo smantellamento della scuola pubblica statale per far posto al  modello europeo e internazionale del Piano Scuola 4.0, ma essenzialmente piegato agli interessi delle multinazionali del capitalismo neoliberale – mediante il superpotenziamento delle discipline STEM, finanziato dai grandi colossi tecnologici, energetici, farmaceutici e militari, come Leonardo SpA, ENI, SNAM – non si fa altro che generare un doppio processo, di segno uguale e contrario, di demolizione del potenziale critico e democratico volto a inibire la crescita morale, intellettuale e civile di cui il sud avrebbe bisogno per emanciparsi. Da un lato, infatti, agisce il capitalismo politico localistico, che tende ad irretire la manodopera, la popolazione e l’iniziativa spontanea in «conformazioni oligopolistiche-monopolistiche dei mercati, rafforzando il potere delle reti clientelari»[6], rendendo precari sia i diritti di proprietà sia gli obblighi contrattuali con vecchi metodi disciplinari e con il controllo mafioso del territorio. Dall’altro lato, ma profondamente in sinergia con il primo, il capitalismo globale neoliberale tende a disperdere e ad ir-retire, analogamente, con l’illusione della libertà di movimento nello spazio, nelle trame dell’infocrazia e del dataismo, le menti più competitive sul piano delle competenze maturate nell’indotto del digitale, alimentando ulteriormente lo sdoppiamento elitista e l’abbandono dell’agorà politica: «Nella prospettiva dataista, a breve la democrazia partitica non avrà più ragione di esistere: essa cederà il posto all’infocrazia come post-democrazia digitale. I politici verranno sostituiti da esperti e informatici che, amministreranno la società al di là dei principi ideologici e indipendentemente dagli interessi del potere. La politica verrà dissolta in un sistema manageriale basato sui dati. Le decisioni socialmente rilevanti verranno prese attraverso i Big Data e l’Intelligenza Artificiale»[7].

Era il 2021 quando Byung-Chul Han scriveva queste riflessioni, preoccupato per la piega presa dal sopravvento della cultura digitale, dalla digitalizzazione dell’informazione, dalla mercificazione della verità, che non è certo, poi, una novità tutta post-moderna. Ci sentiamo, in conclusione, di condividere, questa preoccupazione, nella quale si adombra la fine della politica, la crisi della democrazia e l’avvento di un nuovo nichilismo, contro il quale anche la filosofia e la letteratura rimangono disarmate, private della capacità di argomentare perché non c’è nessuno disposto ad investire tempo all’interno della scuola per ascoltare o per narrare, ponendo, al tempo stesso, questioni di senso collettive e pratiche didattiche democratiche.

Un tempo si andava a scuola per ascoltare, imparare, condividere valori, scelte etiche e fare palestra di democrazia. Cosa è diventata, di preciso, la #lascuoladidomani?

 

[docente Liceo Scientifico, Bisceglie]

 

[1] Cfr. G. Viesti, Contro la secessione dei ricchi. Autonomie regionali e unità nazionale, Laterza, Roma-Bari 2023; M. Sentimenti (a cura di), Le regioni dell’egoismo. Autonomia differenziata, un pericolo per l’unità e il futuro del paese, Futura Editrice, Roma 2023.

[2] A. Russo, Istituzioni estrattive e capitalismo politico: da Questione meridionale a Questione nazionale, in «Rivista economica del Mezzogiorno», a. XXIX, 2015, n. 1-2, il Mulino, Bologna, pp. 263-302.

[3] Cfr. D. Acemoglu, J.A. Robinson, Perché le Nazioni falliscono, Il Saggiatore, Milano 2013.

[4] Cfr. E.C. Banfield, Le basi morali di una società arretrata, il Mulino, Bologna 2010.

[5] A. Russo, Istituzioni estrattive e capitalismo politico: da Questione meridionale a Questione nazionale, cit., p. 286.

[6] Ivi, p. 284.

[7] B.C. Han, Infocrazia, Einaudi, Torino 2023, pp. 51-52.

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