La lezione manzoniana di Mattarella. «Proteggere la persona, non l’etnia», di Davide Re

Il ricordo di Alessandro Manzoni diventa l’opportunità per messaggi attuali, che hanno a che fare con il presente e il futuro del Paese. È il tratto che il capo dello Stato Sergio Mattarella ha dato, ieri a Milano, alle celebrazioni dei 150 anni della morte del grande letterato che ha contribuito con i suoi lavori alla costruzione della lingua italiana, ancora prima dell’unità del Paese.
Un precursore Manzoni, definito dal presidente della Repubblica «un padre della Patria», idea condivisa anche dal sindaco Beppe Sala e dal governatore della Lombardia Attilio Fontana, tanto che attraverso la descrizione della figura di questo “grande di Milano”, Mattarella ha voluto riportare ordine nel dibattito politico, soprattutto laddove i toni su temi come immigrazione e autonomia regionale sono andati più di una volta oltre le righe. «In quanto figlia di Dio, è la persona – dice Mattarella ricordando il “pensiero” di Manzoni – a essere destinataria di diritti universali, di tutela e protezione.
Non la stirpe, l’appartenenza a un gruppo etnico o a una comunità nazionale. La Costituzione vieta nefaste concezioni di supremazia della razza». Parole che è difficile non ricollegare a recenti esternazioni in area di governo sui temi dell’immigrazione con termini come «sostituzione etnica» ed «etnia italiana» .
Non solo. Il capo dello Stato ha anche messo in guardia sull’uso disinvolto da parte della classe dirigente del Paese dei social, perché il rischio è quello di alimentare la disinformazione. Ricordando i “Promessi sposi”, descrive un Manzoni attento alle masse, «popolare ma senza essere populista», capace di vedere già allora i pericoli «che corrono oggi le società democratiche di fronte alla diffusione del distorto e aggressivo uso dei social media, dell’accentramento dei mezzi di comunicazione nelle mani di pochi, della disinformazione organizzata e dei tentativi di sistematica manipolazione della realtà».
E anche, dice ancora il capo dello Stato evidenziando la «tendenza, registrabile in tutto il mondo, delle classi dirigenti ad assecondare la propria base elettorale o di consenso e i suoi mutevoli umori. Già nei Promessi Sposi, nei capitoli dedicati alla peste, Manzoni scriveva icasticamente a proposito di questi rischi: «Il buon senso c’era ma se ne stava nascosto, per paura del senso comune». La Storia della Colonna infame, afferma Mattarella «un capolavoro di letteratura civile, compreso e rivalutato solo a partire dal secolo scorso, ci ammonisce di quanto siano perniciosi gli umori delle folle anonime, i pregiudizi, gli stereotipi; e di quali rischi si corrano quando i detentori del potere, politico, legislativo o giudiziario, si adoperino per compiacerli a ogni costo, cercando solo un effimero consenso. Un combinato micidiale, che invece di generare giustizia, ordine e prosperità, che è il compito precipuo di chi è chiamato a dirigere, produce tragedie, lutti e rovine».
Il senso di giustizia e «il ripudio di tirannia e violenza» che ha sempre dominato l’impegno di Manzoni, da cittadino e da intellettuale, è stato arricchito, sono le parole del capo dello Stato, dal suo essere «cattolico integrale, ma mai integralista». Ha affrontato, dice il presidente della Repubblica «la questione dell’ingresso e della presenza delle masse cattoliche all’interno del processo risorgimentale e di formazione nazionale. Da senatore, Manzoni non ebbe alcuna remora nel votare a favore di Roma capitale, nonostante la minaccia di scomunica papale. Si è molto parlato e discusso, a proposito di Manzoni, del suo cattolicesimo liberale, del suo amore per gli umili e gli oppressi. Francesco De Sanctis, in pagine illuminanti, definisce la concezione manzoniana come “eminentemente democratica”».
Insiste poi Mattarella: «A proposito del Romanticismo e del Risorgimento italiano si cita spesso la triade Dio, Patria e Famiglia, quasi in contrapposizione alla triade della Rivoluzione Francese, Libertà, Eguaglianza, Fraternità – dice ancora Mattarella –. Il romantico e cattolico Manzoni, in verità, non rinnega i valori della Rivoluzione Francese, anzi, li approva e li condivide, insistendo soprattutto sul quello più trascurato, la fraternità. La Rivoluzione Francese, secondo Manzoni, aveva tradito questi valori, perché, con il giacobinismo, si era trasformata nell’ideologia del terrore e della violenza».
L’attualità torna anche quando Mattarella ricorda che Manzoni va a ricollegato «alla grande tradizione della poesia civile, di Dante, Petrarca e Foscolo. Manzoni ambiva a un’Italia unita, che non fosse una mera espressione geografica, una addizione a freddo di diversi Stati e staterelli, ma la sintesi alta di un unico popolo, forte e orgoglioso della sua cultura, della storia, della sua lingua, delle sue radici. Al poeta Lamartine, che aveva parlato sprezzante di “diversita’” di “popoli” italiani, Manzoni rispose con una lettera sdegnata: ‘“No, non c’è più differenza tra l’uomo delle Alpi e quello di Palermo che tra l’uomo sulle rive del Reno e quello dei Pirenei”».
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