Immigrazione oltre l’emergenza. Piano per l’Africa e carta lavoro, di Eugenio Fatigante

Mattarella e Steinmeier, i presidenti di Italia e Germania, hanno svelato l’altro giorno che “il re è nudo” sul fronte della gestione dei flussi migratori in Europa. Un discorso netto, quello dei due Presidenti, con Mattarella che ha definito «preistoria» le regole di Dublino, in vigore ormai dal 1997, pur fra varie integrazioni. Talmente netto e alto da non essere stato evidentemente colto dal governo tedesco che già ieri ha “intimato” a Roma di rispettare il sistema di riammissione previsto dalla Convenzione, pena lo stop all’accoglienza dei profughi sbarcati in Italia. Hanno però anche aggiunto che l’attuale flusso di arrivi «deve diminuire», pur nella comprensione delle istanze pressanti che giungono da tanti popoli della Terra.
 È un ulteriore faro acceso su questo «secolo nomade» e sull’attualità di oltre 13mila arrivi negli ultimi 10 giorni, spia di un fenomeno che ormai è strutturale e non un’emergenza contingente. Un fenomeno richiamato ieri con vibranti e toccanti parole, fra le più forti mai usate, da papa Francesco. Le palesi difficoltà incontrate dal governo Meloni (a cui va riconosciuto tuttavia il merito di aver indicato per tempo la centralità della questione Tunisia) dimostrano l’approccio inconcludente di una politica che ancora una volta misura le distanze fra il dire e il fare, vedi il “blocco navale” tanto propagandato prima e tramutato ora nella riscoperta di quella “missione Sophia” europea che proprio Salvini e Piantedosi, nella loro precedente versione in giallo-verde (nell’esecutivo Conte M5s-Lega), contribuirono a stoppare. Una politica che trascura la premessa non rinnegabile: dovere primario rimane sempre quello di fare di tutto per salvare le vite in mare, ogni singola vita.
Ciò detto, nella elaborazione in materia dell’esecutivo si possono scorgere un paio di elementi indicativi di una sorta di “terza via” da perseguire e da basare sui concetti di sicurezza coniugata all’imprescindibile umanità e al rispetto dei diritti umani. Il punto centrale delle politiche migratorie dovrebbe essere quello di garantire che chi arriva in Italia possa e debba lavorare, per di più sul suolo di una Repubblica fondata sul lavoro.
Per far questo occorre creare due condizioni. In primo luogo i posti di lavoro: e questi ci sarebbero pure, tant’è che le richieste dei datori non sono coperte e che persino il centrodestra si è visto costretto ad aumentare a 450mila unità in 3 anni le quote del decreto-flussi, che con tutta evidenza vanno alzate ancora (così come sarebbe da valutare la facoltà di sperimentare un visto limitato a 6 mesi per la ricerca di lavoro). Inoltre, e non secondario, maggiori investimenti in cultura e integrazione. Va invertita quella tendenza che ha portato invece a tagliare i fondi per l’insegnamento dell’italiano ai migranti, cancellando di fatto anche il diritto alla formazione. E in questa chiave grave appare la scelta di chiuderli fino a 18 mesi in carceri/ghetti, quali di fatto sarebbero i nuovi Cpr, creando condizioni che li porterebbero poi più facilmente a delinquere o a sopravvivere fra mille scorciatoie. E ancor più grave, se non inquietante, l’incredibile novità uscita ieri di una sorta di “taglia” da 5mila euro per la libertà, un’inutile crudeltà, che i migranti dovrebbero pagare per non finire nei centri per chi è in attesa dell’asilo.
La prima idea “lavorabile” del governo Meloni resta il piano per l’Africa o “piano Mattei”. Per carità, oggi assolutamente generico e consistente solo in uno slogan a uso di discorsi e documenti; ma solo ingenti investimenti e progetti dell’Europa e, quindi, dell’Italia per lo sviluppo in quelle terre (garantiti da entità sovranazionali, per ridurre il rischio che finiscano preda della corruzione locale o di regimi decisamente autocratici) possono creare condizioni più idonee per diminuire i flussi delle partenze. E in questo l’Europa ha dormito, vittima di una miopia geopolitica che l’ha allontanata dal potenziale ruolo di architetto della sicurezza del bacino mediterraneo. Un processo molto delicato, vista anche la natura a volte atipica dei governi locali, che richiede la capacità di guardare a questi Paesi come veri e propri partner e non solo come “amici ospiti”.
E che implica pure un deciso ampliamento del bilancio europeo rispetto a oggi, con tutto quel che comporta per chi rivendica invece sovranità nazionali. Un’utopia? Forse. Ma qualcosa si può tentare, basti citare il campo delle rinnovabili che potrebbe far diventare i Paesi africani fra i maggiori produttori mondiali di energia a basso costo. Una seconda via percorribile è il sostegno e il potenziamento dei “corridoi umanitari” per tentare di stroncare i piani dei brutali trafficanti di esseri umani e anche per scalfire i muri di quei lager oggi presenti in varie realtà. La strada è lunga e richiederà anni. Ma cominciare a battere strade nuove, e a escogitare soluzioni innovative anche sul piano giuridico, è necessario davanti a questa fase epocale, anche per non alimentare il crescente sentimento di “rifiuto” della situazione che si avverte in giro per l’Europa e che spinge ad alzare muri quando servono ponti controllati, sicuri e condivisi fra i Paesi dell’Unione.
https://www.avvenire.it/opinioni/pagine/piano-per-lafrica-e-carta-lavoro

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