Il radicalismo dell’amore cristiano, di Rocco D’Ambrosio

Il Vangelo odierno: In quel tempo, i farisei, avendo udito che Gesù aveva chiuso la bocca ai sadducèi, si riunirono insieme e uno di loro, un dottore della Legge, lo interrogò per metterlo alla prova: «Maestro, nella Legge, qual è il grande comandamento?». Gli rispose: «“Amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente”. Questo è il grande e primo comandamento. Il secondo poi è simile a quello: “Amerai il tuo prossimo come te stesso”. Da questi due comandamenti dipendono tutta la Legge e i Profeti» (Mt 22, 34-40 – XXX TO/A). 

Le riflessioni sull’amore per Dio e per gli altri sono le più difficili. Spesso nei nostri ambienti il discorso sull’amore ha subito un terribile impoverimento moralistico, tanto da poter affermare con Mounier che l’amore è ormai presentato come una “virtù inghirlandata di papavero”. Sappiamo bene: i papaveri sono belli, ma il loro fascino ha vita breve. In questo quadro sono alquanto prevedibili distorsioni sul significato e sulla prassi dell’amare Dio e amare il prossimo. Un esempio:  la separazione netta o l’opposizione che i credenti hanno operato tra atteggiamento d’amore e prassi sociale e politica. In altri termini: amo alcuni (parenti, amici, vicini, colleghi di lavoro; e di essi non tutti) e altri no. Con questo non intendo affatto dire che amare il prossimo – sconosciuto, straniero, diverso, lontano, chi mi fa guerra o appartiene a culture sociali e politiche opposte – sia cosa semplice. Tutt’altro! È un esercizio continuo e non facile. E non sempre le parole ci aiutano…

Infatti tutti quanti noi quante esortazioni, omelie e riflessioni abbiamo ascoltato sul tema dell’amore per Dio e il prossimo? Credo che il loro numero sia incalcolabile! Ma quante di esse ci sono rimaste nel cuore e nella mente, tanto da essere ancora oggi un punto di riferimento? E se hanno penetrato mente e cuore, perché? Sono domande che mi faccio spesso e che oso fare anche a voi. Personalmente mi sono rimaste più impresse quelle pagine e testimonianze orali che facevano (e fanno) breccia con il loro radicalismo. Mi riferisco a quelle riflessioni che non lasciano scampo. E’ così, non può essere diversamente: amare Dio e il prossimo è tutto, è una posizione radicale (certamente non fondamentalista o fanatica). 

E il radicalismo di queste parole emerge, a mio avviso, non tanto dal trovare motivazioni convincenti, né tantomeno da vuote considerazioni moralistiche. Il radicalismo lo si scopre nella misura in cui, come insegna Kierkegaard, si ammette che è “edificante aver sempre torto davanti a Dio”. Per esempio se siamo razzisti (o lo siamo diventati per la cultura imperante dei vari Salvini), se siamo individualisti e avidi nel ricercare denaro e potere a tutti i costi, se siamo capaci di odiare a lungo e intensamente un parente, un ex amico o un collega di lavoro, dovremmo ammettere che abbiamo torto marcio, davanti a noi stessi, agli altri e al buon Dio. Esatto: prima ancora di parlare di amore, dovremmo riconoscere tutti i torti di sentimenti quali l’odio, l’antipatia, il rifiuto, il razzismo, l’omofobia, la misantropia e via discorrendo.

Dal riconoscere il marcio che è in noi – e non solo negli altri – può partire un cammino verso l’amore autentico. Amare Dio con tutto se stessi e il prossimo come se stessi non è un comandamento, infatti, da discutere o da sottoporre a un’analisi di convenienza, confrontandolo con il marcio di cui sopra. E’ un puro atto di abbandono, simile a un atto di follia. Ci sono momenti della vita in cui ci sono pochissime ragioni per amare il prossimo e moltissime difficoltà nell’amare il buon Dio. Allora che fare? Cercare ragioni per “riprendere” ad amare; allenare il cuore a non chiudersi.

Scriveva Paolo VI: “la vera ragione, la ragione innata, la ragione formale dell’amore, non è il prossimo in quanto prossimo, perché fra i miei prossimi ci sono dei concorrenti, degli avversari; come amarli quando constato la loro ostilità, i loro modi perversi, la loro astuzia? Il vero motivo per amare gli altri è l’amore che Dio ha per tutti. Il vero motivo è dunque l’amore di Dio. Bisogna amare l’uomo a motivo di Dio. Se si distrugge l’amore di Dio, ci si accorge molto presto che non c’è amore dell’uomo per l’uomo”. Significa che il tutto riporta all’amore di Dio per noi: è l’unica motivazione, è la forza di tutto, è la sorgente del radicalismo, è il sostegno nei momenti di scoraggiamento in cui vorrei mandare tutto al diavolo. La mia mente e il mio cuore non sono fulminati o illuminati o rimotivati da chissà quale ragione o emozione del momento ma dal solo fatto che Dio mi ama. E solo questo amore basta e rinnova.

Rocco D’Ambrosio

[presbitero, docente di filosofia politica, Pontificia Università Gregoriana, Roma; presidente di Cercasi un fine APS]

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