Ferite e forza del Gigante del Sud. I rubinetti dell’odio, di Lucia Capuzzi

«Mai è stato così facile organizzare un golpe. E mai è stato così difficile». Il popolare giornalista brasiliano André Petry ha riassunto, in una frase, l’assalto alle sedi delle istituzioni brasiliane da parte di una folla bolsonarista. Per oltre due mesi, dall’indomani delle presidenziali vinte democraticamente da Luiz Inácio Lula da Silva, migliaia di persone sono state accampate di fronte al Comando dell’Esercito di Brasilia chiedendo a gran voce ai militari di intervenire. Nonostante gli atti di vandalismo del 12 dicembre e i falliti attentati della vigilia di Natale, sono rimasti là, sotto lo sguardo indifferente di forze armate e polizia.
Fino a quando, domenica, hanno percorso gli otto chilometri di distanza fino alla Piazza dei Tre poteri e hanno fatto irruzione nei palazzi di Parlamento, Governo e Corte Suprema. Nel frattempo, oltre una quarantina di buscento sostengono alcune fonti – erano arrivati nella capitale da ogni parte del Gigante del Sud per la “festa di Selma”, nome utilizzato nel codice bolsonarista nei vari gruppi social attraverso i quali è stato orchestrato, per settimane, l’assalto.

Le autorità nazionali stanno ricostruendo la catena di responsabilità che, evidentemente, vanno al di là dei vandali. L’azione è stata preparata con tempo e risorse economiche: proprio il flusso di soldi è la pista seguita dagli inquirenti. Ed è stata portata a termine grazie a una serie di connivenze e complicità che ora toccherà alla magistratura individuare e perseguire. Nonostante il dispendio di mezzi, tuttavia, l’attacco alla democrazia non ha resistito più di cinque ore. Il presidente ha dichiarato l’intervento federale. L’alto giudice Alexandre de Moraes ha fatto sgomberare gli accampamenti dei ribelli e ordinato ai social di chiudere i rubinetti virtuali dell’odio. Almeno 1.500 scalmanati sono finiti in cella. Il mondo, Usa in testa, si è stretto intorno al governo entrante. Che anzi, secondo la prestigiosa Fondazione Getulio Vargas, esce rafforzato da questa prova. È la seconda volta nel giro di un mese che l’America Latina conferma la volontà di chiudere con il passato novecentesco di rotture istituzionali. Il 7 dicembre era stato l’ex leader peruviano Pedro Castillo a cercare di forzare la mano, finendo in cella.
La fiammata autoritaria di Brasilia è stata certo più spettacolare, anche per i richiami a Capitol Hill. Probabilmente per questo ha visto la pronta e dura reazione di Joe Biden che, oltretutto, è uscito rafforzato dalla crisi dei repubblicani mentre Donald Trump annaspa tra guai giudiziari e batoste politiche. Lo scenario brasiliano, tuttavia, rimane preoccupante. « Non ci sono due Paesi. C’è un solo Brasile», ha detto Lula nel discorso della vittoria.
Il dramma di domenica ha dimostrato, però, quando profonda sia la ferita che dilania la carne del Gigante, in cui convivono, almeno da quattro anni, due nazioni non comunicanti. Una, quella del Brasile reale, combatte ogni giorno con le conseguenze del Covid, che là ha prodotto una strage di proporzioni immani, con l’aumento della povertà e addirittura il ritorno della fame, con l’invasione delle proprie terre da parte delle mafie, con la corruzione.
Una sua delegazione, guidata da una giovane raccoglitrice di rifiuti, ha consegnato il primo gennaio, la fascia presidenziale a Lula nella Piazza dei Tre poteri. A distanza di una settimana, la medesima piazza è stata occupata, stavolta in modo violento, da un altro popolo (che non è tutta la destra brasiliana) ed è stato forgiato da anni di post-verità, propaganda, campagne d’odio e sistematico discredito del sistema democratico. Una nazione immaginaria e non maggioritaria, come ha dimostrato il voto, nonostante si rivesta arbitrariamente della maglia della Seleção, fino a poco tempo patrimonio comune dei brasiliani.
Che gli si riconosca una responsabilità diretta o meno, questa è l’eredità che Jair Bolsonaro si lascia alla spalle. La riduzione di una parte al tutto, per parafrasare papa Francesco, è una tentazione diffusa nella politica attuale che, per questo, risulta incapace di risolvere i problemi urgenti dei cittadini. Ritrovare alfabeti minimi di convivenza è una sfida ardua eppure impellente. Per il Brasile e per il mondo.

https://www.avvenire.it/opinioni/pagine/i-rubinetti-dellodio

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