Dossetti: la notte della democrazia, di Andrea Piazza

La prima volta che mi capitò di sentire un discorso di Giuseppe Dossetti fu nel 1994. All’epoca ero al primo anno di Scienze Politiche a Bologna. Erano anni di grandi cambiamenti per la politica italiana: tangentopoli, la fine della prima Repubblica, l’avanzata della Lega e la discesa in campo di Berlusconi. In quel contesto di sconvolgimenti del quadro politico un vecchio monaco intervenne con forza nel dibattito pubblico. Era Giuseppe Dossetti che, commemorando l’anniversario della scomparsa di Giuseppe Lazzati, pronunciò il famoso discorso «Sentinella, quanto resta della notte?». Rimasi colpito da quel vecchio e debole monaco dietro al quale si celava una grandissima storia. Fu anche grazie alla figura di Dossetti se iniziai ad amare la nostra Costituzione, quella carta alla quale lui aveva contribuito in maniera determinante: prima partigiano, presidente del CLN di Reggio, poi membro della Costituente, infine, a soli 30 anni di età, vice di De Gasperi alla guida della DC. Una carriera fulminante che, pochi anni dopo, Dossetti avrebbe abbandonato per scegliere la via monastica.
 La scorsa estate mi è capitato di percorrere la Via Matildica del Volto Santo, lo storico pellegrinaggio da Mantova a Lucca. Per uno strano gioco del destino il mio cammino si è imbattuto nella figura di Giuseppe Dossetti. A Reggio Emilia ho pernottato nella canonica di San Pellegrino dove è parroco il nipote che dallo zio ha preso, non solo la vocazione, ma anche il nome: Giuseppe Dossetti. Ed è stato proprio il parroco di San Pellegrino che, dopo una lunga chiacchierata sulla figura dello zio, mi ha messo in contatto con l’On. Pierluigi Castagnetti che ebbe la fortuna di collaborare con Dossetti. A lui ho rivolto alcune domande che riporto nella intervista che segue.
Il discorso «Sentinella, quanto resta della notte?”, che nel 1994 suscitò tanto scalpore, spicca per l’intensità del messaggio. Eppure, quelle parole così forti vennero pronunciate da un signore provato e anziano, un vecchio e debole monaco, Giuseppe Dossetti.  Pierre Teilhard de Chardin diceva che «Noi non siamo esseri umani che vivono un’esperienza spirituale, ma siamo esseri spirituali che vivono un’esperienza umana». Questa frase mi è tornata in mente pensando a Dossetti. È impossibile etichettarlo: fu prima un partigiano e poi un membro della Costituente; un politico ma anche un uomo di fede. Egli riunì tutte queste cose in una sola persona. In realtà, tornando alle parole di Teilhard de Chardin, io credo che Dossetti abbia incarnato l’esempio di un essere spirituale che ha vissuto una profonda esperienza umana. Da questa considerazione volevo partire per chiederle, quanto si senta oggi il bisogno di una figura di spicco quale quella di Dossetti e quale sia l’eredità che ci ha lasciato.
In effetti non è facile definire la personalità di Dossetti che fu, nella seconda metà del secolo scorso, una delle maggiori personalità a livello italiano. Lui ha giocato un ruolo importante nella vita politica, soprattutto all’Assemblea costituente, e un ruolo non meno importante nella vita ecclesiale. Giorgio La Pira lo definiva «il costituente più importante della Repubblica» ma anche «il costituente del Concilio Vaticano II».
Dossetti era consigliere del comitato di coordinamento del Concilio. Vicino al cardinale Giacomo Lercaro e, come è noto, non si è limitato a dare dei consigli ma ha scritto anche parte delle costituzioni conciliari. In Dossetti tutto nasce da una premessa religiosa. L’impegno politico c’è stato a causa della sua formazione religiosa, questo è fuori discussione. Quindi, sì, possiamo parlare di un uomo spirituale che si è occupato anche del temporale. Achille Ardigò, un sociologo suo allievo, dirà che, quando si parla di Dossetti, c’è il monaco nel politico e c’è il politico nel monaco.
Si sente oggi la mancanza di uomini come lui? Sicuramente, una personalità così sarebbe importante per la Chiesa innanzitutto. Anche per l’esperienza civile e politica, ma, mi sento di poter dire, per la Chiesa in primo luogo. Perché il suo primo interesse era la Chiesa come organizzazione temporale, come organizzazione del messaggio e della trasmissione del messaggio. La Chiesa avrebbe sicuramente bisogno di un pensatore di questo spessore. Tuttavia, bisogna che ci abituiamo ad accettare la realtà, così come il Signore ce la mette a disposizione.
Aldo Moro, anche lui legato a Dossetti, diceva «vorremmo tutti vivere domani, anzi possibilmente il giorno dopo ancora, per sapere come va a finire. Ma il Signore e la Provvidenza ci hanno dato questo tempo da vivere, in questo oggi». In quest’ottica dobbiamo accettare un tempo privo di personalità di questo genere.
Dossetti era sicuramente un uomo del suo tempo. Un grande storico, come Ernest Bloch, diceva che «ognuno è figlio del proprio tempo più che dei propri genitori». E Dossetti era figlio di quel tempo in cui, per la Chiesa, c’era bisogno di un supplemento di coraggio per prendere una posizione di rottura col fascismo. C’era bisogno di aiutare la Chiesa a capire che non poteva essere perdonabile la connivenza col fascismo.
Perché, per lungo tempo, la Chiesa ufficiale ha vissuto il rapporto col fascismo. Pio XI si domandava «Ma quanto seguito ha Mussolini?». Appunto, aggiungo io, e che responsabilità ha la Chiesa per questo seguito? Ci sono momenti in cui bisogna prendere posizione, è doveroso farlo.
In questo periodo cade l’80° anniversario della fine della stagione del fascismo. È doveroso ricordare quelle personalità che hanno avuto il coraggio di parlare, quando altri non lo hanno fatto. Quei martiri che hanno assunto posizioni scomode, come don Minzoni di cui, proprio quest’anno, è caduto il centesimo anniversario dell’assassinio. Pensiamo a tutti coloro che hanno avuto il coraggio di assumere una posizione perché, se da una parte il Vangelo è il testo dell’amore, dall’altra impone il rigore della chiarezza e il rifiuto dell’ipocrisia.
Ebbene, come dicevo, oggi bisogna fare oggi con quello che c’è, e semmai chiederci perché il Signore ci ha dato un tempo così povero di energie personali e di pensieri. Anch’io sento la nostalgia di uno come Dossetti. Ma se uno come lui, che io ho avuto il privilegio di conoscere da vicino, fosse ancora vivo oggi non prenderebbe posizioni. Egli probabilmente si chiuderebbe nella meditazione, nella riflessione, in quella che lui definiva la «nientificazione del sé» per incontrarsi in simbiosi con Gesù di Nazareth. Dossetti in questo tempo, secondo me, avrebbe fatto la scelta del silenzio.
Tale sarebbe la sua distanza rispetto al mondo di oggi. Capitava che i ragazzi di Bailamme, la rivista fatta da intellettuali di varie estrazioni, gli chiedessero come fare, a chi rivolgersi. E lui rispondeva di non cercare le risposte a questo tempo in uomini che sono appartenuti a un altro secolo come sono io, perché io sono appartenuto a un altro secolo.
Lui è morto nel 1996 ma quel secolo lo riteneva ormai finito. E quindi – suggeriva Dossetti – di cercare e sollecitare intelligenze nuove, così come aveva fatto, a suo tempo, la nostra generazione.
Oggi bisogna che ragioniamo così: dobbiamo prendere atto che personalità di questo tipo non ci sono più. Ma io sono convinto che si manifesteranno, anche a breve. Perché più la crisi è profonda e più vocazioni di questo genere emergeranno. Io sono fiducioso, non è un atto di fideismo, ma un atto di fiducia nella storia. Perché guardando la storia è sempre accaduto che il tempo produca intelligenze nuove che aiutano nel percorso di riorientamento.
Mistica e profezia
• Nel discorso che faceva Dossetti c’era un passaggio che mi è sempre rimasto impresso. Lui invitava i credenti ad agire nella storia guardando, però, all’ultra-temporale. C’è un passo in cui sostiene che, purtroppo, ci siamo abituati ad immergerci nella storia, anzi nella cronaca. Questo passaggio, quando lo rileggo, mi appare profetico. A me sembra che oggi, a 30 anni da quelle parole, più che nella cronaca, siamo oggi nel mondo che vive nell’istante, nel momento. Se negli anni ’90 avevamo perso di vista la dimensione spirituale mi sembra che, al giorno d’oggi, tendiamo a rinnegarla completamente.
Ma – guardi – che la visione di Dossetti fosse una visione profondamente spirituale, per ampi tratti mistica, è fuori discussione. Ma la caratteristica più significativa di Dossetti, l’ha cristallizzata il cardinal Martini definendolo «un profeta del nostro tempo». Dossetti è stato chiaramente un profeta del suo tempo. Ovviamente non nel senso divinatorio che noi attribuiamo al termine.
Il profeta è quello che giudica il tempo che sta vivendo, non il futuro. Lo giudica in nome di Dio, di una profonda consonanza con Dio. Nell’Eucarestia e nella Parola di Dio, Dossetti ha trovato gli elementi per giudicare il suo tempo. E mi pare che anche Martini col termine «profeta» intendesse questo: un uomo particolarmente dotato di intelligenza del futuro. Tutti le incursioni che Dossetti ha fatto, anche da monaco, nei problemi del suo tempo le ha fatte per avvertire di un pericolo. Per avvisare di un rischio che lui vedeva o per illuminare un percorso che portasse al futuro.
Dossetti aveva chiesto ai suoi monaci di tenere sul comodino due libri: ovviamente la Bibbia ma anche un libro di storia pesante. Perché il monaco non vive della ideologia del mondo, ma vive nel mondo del suo tempo e deve imparare a conoscere il suo tempo e a prevedere quello successivo.
Dossetti ha vissuto la grande delusione della cultura occidentale che non si era accorta dell’arrivo del fascismo e del nazismo. Ma quanti intellettuali – Benedetto Croce, Heidegger, Carl Smith, Thomas Mann e altri – non si erano accorti di quello che stava accadendo? La Germania, che era la culla della cultura umanistica del tempo, non si era accorta di quello che stava succedendo. Ma gli intellettuali, allora, a cosa servono? A capire con anticipo i tempi o a raccontare quello che è già accaduto? Eppure, quegli intellettuali non si erano accorti di nulla.
Dossetti aveva invece questa straordinaria capacità di capire le conseguenze delle scelte che si fanno nell’oggi. Aldo Moro definiva questa capacità «l’intelligenza degli eventi», ovvero la capacità di interpretare l’evento che stai vivendo e intelligere, cioè, leggere, quello che esso può generare. E quindi le conseguenze di quell’evento.
Il senso storico della politica si manifesta nel capire quali sono le conseguenze delle cose che fai adesso. La crisi della politica di oggi è dovuta al fatto che non ci applichiamo all’intelligenza del tempo che stiamo vivendo, non cerchiamo di capire se sta incubando qualcosa di più grave, di molto più grave. Gli intellettuali a questo dovrebbero servire, a interpretare il cambiamento, a cominciare dal linguaggio. Dietro alle parole che cambiano si nasconde un cambiamento di sentimenti. Ci si abitua alle parole nuove.
Ad esempio, ora è ritornato di moda il concetto di nazione. Ma l’idea del nazionalismo è quanto di più rischioso la storia del secolo scorso ci abbia presentato. Io sono stato parlamentare europeo e ho avuto la possibilità di conoscere direttamente Mitterand e Kohl. Entrambi dicevano le nationalisme est laguerre, il nazionalismo porta alla guerra. Noi avevamo abbandonato il termine nazione non perché fossimo disinteressati al nostro paese, diciamo pure alla nostra patria.
L’avevamo messo da parte perché la nazione prepara il nazionalismo, e il nazionalismo porta alla chiusura, all’erezione dei muri e all’identificazione dell’altro come nemico; quindi, è il preludio della ideologia dell’odio. E l’ideologia dell’odio è il preludio all’ideologia della violenza.
Chiesa: fascismo e resistenza
• Prima di incamminarmi sull’Appennino reggiano ho pernottato nella canonica di San Pellegrino. Ho ascoltato il racconto di don Giuseppe Dossetti, il nipote, ed ho toccato con mano l’essenza antifascista di questa montagna. Lì c’è il ponte di San Pellegrino e da quel punto partiva la strada della montagna, quella percorsa dai partigiani. La parrocchia stessa fu un centro importante: proprio in quella canonica si tenne la prima riunione del Comitato di Liberazione Nazionale di Reggio. Ma tutta la montagna reggiana, più in generale, è segnata da numerosissime tracce della resistenza antifascista. È una montagna ricca di memoria. Lei è presidente della Fondazione Fossoli di Carpi. Quindi volevo chiederle un parere sul ruolo che la memoria storica deve avere nella nostra Società. Viviamo nella “società dell’informazione” ma siamo sempre più spesso male informati e smemorati. Secondo lei quali spazi, e quali modalità, ci sono per coltivare la memoria nella società di oggi?
Innanzitutto, mi permetta di dire una cosa che riguarda la resistenza dei cattolici. È uscito un bel libro di Giorgio Vecchio che si intitola Il soffio dello spirito. In questo testo l’autore cerca di raccontare l’esperienza dei movimenti resistenziali cattolici in tutta Europa. Non c’è dubbio che in Emilia e in Toscana, dal punto di vista numerico, i partigiani comunisti erano di gran lunga superiori ai partigiani cattolici. Ma c’è una cosa che i cattolici hanno portato alla Resistenza. E l’ha riconosciuto Giorgio Bocca, un partigiano di sinistra, non certo cattolico.
Lui, che ha scritto la storia della lotta di liberazione in Italia, dice che senza le canoniche di montagna non ci sarebbe stata la Resistenza. Perché le canoniche sull’Appennino erano un rifugio sicuro per i partigiani. Sono stati fondamentali i preti di montagna. Inoltre, i preti di montagna hanno creato, in qualche modo, anche le condizioni affinché la popolazione collaborasse. Costruivano coperture, agivano in complicità coi partigiani, quando non direttamente in azioni vere e proprie. Quindi mi sembra che sia giunto il momento, per il mondo cattolico, di non nascondersi, ma di celebrare questo proprio contributo.
La Chiesa, anche dopo la Resistenza, è sempre stata timida su questo. Perché non voleva creare problemi a quelli che vanno a messa la domenica. Ci sono stati però esempi di preti, come don Primo Mazzolari, che utilizzavano la chiesa per promuovere una vera educazione antifascista. Anche dopo la guerra, dopo la scomparsa del partito fascista, sopravviveva uno stato d’animo, una mentalità. Quindi bisognava, in qualche modo, scardinare quel modo di pensare. E don Primo, per citare un esempio, in ciò è stato straordinario e ha scritto delle pagine bellissime.
Quindi i cattolici non devono essere intimiditi nel rivendicare il ruolo che hanno avuto. Anche perché sono stati decisivi. È sempre Giorgio Bocca a ricordarci che, senza i cattolici, la Resistenza non si sarebbe potuta fare. Non solo per il ruolo delle canoniche ma perché i cattolici hanno dato legittimazione al movimento resistenziale.
Se la Resistenza fosse stato solo un movimento del Partito Comunista e del Partito d’Azione gli alleati, a partire dagli inglesi, non avrebbero paracadutato le armi sul nostro Appennino. Quando è arrivata la componente cattolica del movimento resistenziale è cambiata l’immagine della Resistenza. Era un popolo che reagiva. Non era solo una forza politica di opposizione ma un popolo intero, ed è per questo che il contributo cattolico è stato importante.
Per venire al tema della memoria, cito la storia della deportazione. Fossoli è stato il campo di transito della gran parte degli italiani: ebrei, ma non solo, destinati ai campi di sterminio del centro Europa; passavano da Fossoli per la sua dislocazione sulla direttrice del Brennero.
Il tema della memoria è una questione che oggi, dopo ottant’anni, si pone con forza. Paul Nora, il più grande storico francese della Resistenza, dice che non va più in giro a fare commemorazioni della Resistenza. Secondo lui dovremmo smettere di fare commemorazioni della lotta di Liberazione, perché più commemoriamo e più la gente rimuove. L’Italia è il Paese con il maggior numero di date legate a qualche commemorazione, qui da noi si fa memoria continuamente ma la gente ormai non ricorda più niente. Nel dibattito degli storici, a fronte di queste situazioni, c’è chi sostiene che forse bisogna abbassare la memoria a un livello precedente l’adolescenza.
I ragazzi dei licei, ad esempio, vengono accompagnati a visitare i campi di sterminio e lì restano impressionati. Vengono a casa scossi ma poi si dimenticano, come accade per la maggior parte delle nozioni che si apprendono in quell’età. L’unica fase che è realmente recettiva è l’infanzia.
È ovvio che non puoi spiegare un libro di quelli che abbiamo scritto noi storici – dice Paul Nora – a ragazzini che fanno le elementari. Quindi è necessario che gli storici si mettano a scrivere con un linguaggio adatto ai bambini, perché i bambini sono gli unici che hanno questa capacità di recepire il messaggio. E questo avviene perché chi glielo trasmette è persona di cui il bambino si fida: l’insegnante. Il maestro e la maestra sono persone di cui il bambino si fida. Se me lo dicono loro vuol dire che è vero.
Da un lato, quindi, c’è un processo di ripensamento su come custodire la memoria. Dall’altro, in virtù delle cose che ci siamo detti, bisogna incarnare la memoria nel presente, perché la gente capisca che cosa si vuol dire. Primo Levi, nel suo Se questo è un uomo, dice una cosa sacrosanta quando scrive: «ciò che è accaduto può ritornare». Se è potuto accadere che, senza che ce ne accorgessimo, sono arrivati il fascismo e il nazismo, allora questo può tornare a manifestarsi. Così portiamo il tema al presente e la memoria diventa qualche cosa che può coinvolgere.
Cosa resta della democrazia
Forse non tutti siamo d’accordo. Dobbiamo lasciar perdere ciò che è avvenuto e che, probabilmente, non tornerà nelle stesse forme. Chiediamoci invece: le democrature che cosa sono? Ci rendiamo conto che il mondo è in mano alla Cina, alla Russia, all’India, all’America? Pensiamo l’America di Trump, quella che ha fatto l’attentato al Campidoglio. Che cosa c’è di democrazia in questo potere? Che cosa è rimasto della democrazia?
La democrazia negli Stati Uniti regge perché ci sono i giornali che la tengono in piedi, non le forze politiche che non parlano più di questi temi. In America la democrazia resiste grazie agli intellettuali, ma la loro forza è una forza a livello del pensiero, non a livello politico. Può tornare a vincere Trump, che ha questa idea in testa: la democratura! Ma pensiamo anche ad Orban, il presidente dell’Ungheria. Lui dice, sostanzialmente: mi accusate di essere illiberale? Sì, io sono illiberale: la mia è una democrazia illiberale.
Ma che cos’è la democrazia se si trasforma in un regime illiberale? Allora per conservare la memoria bisogna storicizzare il presente, perché la gente la possa capire. Questa è la mia convinzione.

www.settimananews.it/politica/dossetti-la-notte-della-democrazia/

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