Cosa significano gli incontri del papa con le vittime della guerra, di Riccardo Cristiano

Gli incontri di papa Francesco con parenti di alcuni degli ostaggi israeliani catturati da Hamas nella loro orribile azione del 7 ottobre e con parenti di palestinesi sofferenti i bombardamenti di Gaza, mi hanno fatto tornare alla mente un libro pubblicato recentemente da Amin Maalouf.
Non so se Papa Francesco legga i saggi del grande scrittore franco-libanese. Nativo del Libano e trasferitosi da decenni a Parigi, Maalouf è oggi il segretario dell’Accademia francese, dunque il custode d’ufficio della lingua francese. Eppure la sua lingua madre è l’arabo. Questa particolare condizione gli consente di sentirsi espressione di quel vasto mondo che chiama “i disorientati”, che non si sentono completamente a casa loro né qui né lì. Sarebbe un enorme valore aggiunto per tutti se i mondi non si chiudessero, cercando di escluderli e così disorientandoli. Questa condizione ha consentito a Maalouf di trovarsi in una particolare sintonia con il papa sulla questione dei respingimenti di tanti migranti, visto che lui ha scritto un libro, “il naufragio delle civiltà” che è esattamente quel che ha detto il papa a Lesbo e poi a Malta nei suoi discorsi sulla chiusura nei confronti dei migranti.

Ora che siamo in un’epoca di conflitti che si presentano come identitari, Maalouf ha scritto un libro intitolato “Identità assassine”. Mi sembra che questo titolo, e questo rischio, esprima bene l’azione pastorale e diplomatica di papa Francesco, dai giorni del tentativo di invasione dell’Ucraina da parte russa fino ad oggi. Il discorso si fa molto interessante parlando del papa, visto che in quest’epoca ancora segnata dall’ideologia dello “scontro di civiltà”, l’identità viene spesso identificata con la religione. Le identità, per Maalouf, appaiono assassine quando si pretende di riassumerle e definirle in una sola affiliazione. Putin, a mio avviso, lo ha fatto nel modo più esplicito e ufficiale: la sua operazione militare speciale era finalizzata a denazificare l’Ucraina, ed essendo quella con il nazismo una identificazione che finiva con il riguardare tutti gli ucraini, la sua operazione militare speciale doveva colpire tutti quanti. L’arma però è stata usata, in qualche caso più giornalistico che altro, anche contro Putin e la sua Russia. Lui è stato a volte presentato come il nuovo Hitler e quindi la Russia è stata rappresentata come un “pericolo non negoziabile”.

Davanti a questo conflitto Francesco ha respinto quella che personalmente definisco come la richiesta di alcuni ambienti occidentali di diventare il “chierichetto di Biden”, così come genialmente proprio Francesco aveva definito il patriarca di Mosca, il “chierichetto di Putin”. Lui però non fa il chierichetto a nessuno e di qui è venuta una scelta molto difficile ma decisiva: quella di offrire la propria disponibilità ad andare, ma solo se fosse potuto andare in tutti e due i Paesi. Con rara efficacia spiegò padre Antonio Spadaro: “Il papa non fa passerelle”. Voleva dire, a mio avviso, che il papa non fa il chierichetto di nessuno. Non va ad incassare consensi diplomatici, va ad aiutare le identità a non chiudersi. Non a caso proprio in queste ore, esprimendosi al riguardo, il papa ha fatto uscire l’Ucraina e gli ucraini dall’imbuto di oblio in cui il conflitto di Gaza li ha rinchiusi, esprimendo la sua vicinanza al popolo ucraino, che “difende la sua identità”. Un’identità non ha mai una sola affiliazione, come Putin ha tentato di fare con l’identità ucraina, identificandola con un grande neo-nazismo. Tutti nazisti?
L’incontro con parenti degli ostaggi israeliani catturati il 7 ottobre e poi, nello stesso giorno ma non nella stessa occasione, con parenti di palestinesi sofferenti a Gaza per via dei bombardamenti, è un atto che risponde a mio avviso alla stessa logica. Come non chiudere le identità in una sola, totalizzante affiliazione? Non facendolo si potrebbe addirittura cercare un comun denominatore? Questo, forse, è il tentativo: vedere nello stesso giorno le vittime dell’una e dell’altra parte non esprime un giudizio politico sul conflitto, sulle sue cause, come non lo ha espresso su quello ucraino voler andare in entrambe le capitali. Vede piuttosto che il dolore, e chiede a tutti di vedere anche il dolore dell’altro.
Sa benissimo Francesco, a mio avviso, che la sua richiesta non è facile. Tanti anni fa mi parlarono di un proverbio russo, molto pertinente: dice che quando ti stringono le scarpe è difficile pensare con dolore a quanto stringano le scarpe del tuo vicino. Ma Francesco certamente ricorda il discorso che pronunciò, durante il suo viaggio in Terra Santa, quando si recò in visita all’autorità religiosa dei musulmani, il Gran Mufti. In quell’occasione parlando dei tre monoteismi tutti legati alla figura di Abramo, il papa concluse il suo discorso così: “Rispettiamoci ed amiamoci gli uni gli altri come fratelli e sorelle! Impariamo a comprendere il dolore dell’altro! Nessuno strumentalizzi per la violenza il nome di Dio! Lavoriamo insieme per la giustizia e per la pace!”. In tutto questo è evidente che la novità saliente è la richiesta di comprendere il dolore dell’altro. È così che sarà capito il proprio. Questo meccanismo impedisce di ridurre le identità ad una sola appartenenza. E andando più espressamente sulle identità religiose, con acume nota Amin Maalouf, convinto che nessuna appartenenza, a cominciare ovviamente da quella religiosa, le riassuma tutte: “I turchi e i curdi sono sono ugualmente musulmani, ma differenti per la lingua: il loro conflitto è meno sanguinoso? Gli hutu come i tutsi sono cattolici e parlano la stessa lingua: ciò ha impedito loro di massacrarsi? Cechi e slovacchi sono ugualmente cattolici: la cosa ha favorito la vita comune?”.

E così si torna al punto che Maalouf ci pone all’inizio del suo libro: se il confronto tra capitalismo e comunismo si rivelò rischioso, determinò però un confronto intellettuale permanente. “Gli attriti identitari non suscitano alcun dibattito ideologico…. Ci si accontenta di accusare, di condannare, di minacciare e di demonizzare”. Queste parole mi sono tornate in mente mentre leggevo l’invocazione di Francesco di quest’oggi: “Pregate per la pace, pregate tanto per la pace”, “che il Signore ci aiuti a risolvere i problemi e non andare avanti con le passioni che alla fine uccidono tutti”. Forse qui c’è il nesso che lega il volume a cui mi sono riferito e l’azione pastorale e diplomatica di Francesco.
Il testo ufficiale divulgato oggi mi sembra che lo confermi: “Tutti noi sentiamo il dolore delle guerre. Sapete che dalla fine della seconda guerra mondiale le guerre hanno imperversato in varie parti del mondo. Quando sono lontane, forse non le sentiamo con forza. Ce ne sono due molto vicine che ci fanno reagire: Ucraina e Terra Santa. È pesante quello che sta accadendo in Terra Santa. È molto pesante. Il popolo palestinese, il popolo di Israele, hanno il diritto alla pace, hanno il diritto di vivere in pace: due popoli fratelli. Preghiamo per la pace in Terra Santa. Preghiamo perché le controversie vengano risolte con il dialogo e i negoziati e non con una montagna di morti da entrambe le parti. Per favore, preghiamo per la pace in Terra Santa”.

Cosa significano gli incontri del papa con le vittime della guerra

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