Copasir, l’ossessione dei partiti per il controllo sui Servizi. Perché nel comitato si schierano i fedelissimi, di Roberto Gressi

Che sta poi per Comitato Parlamentare per la Sicurezza della Repubblica. Cinque deputati e cinque senatori, in perfetto equilibrio tra maggioranza e opposizione, con l’opposizione che però, per legge, esprime il presidente, anche se deve avere la capacità di farsi votare dalla maggioranza dei componenti. Parola d’ordine per tutte le forze politiche: esserci. Al massimo livello, con i rappresentanti più abili, quando è possibile di provata fede nei confronti dei leader, vietato sbagliare, fari puntati, fino a farne un’ossessione. Già il palazzo che ospita il Copasir la dice lunga: San Macuto, nel rione Pigna, nel centro di Roma, dove c’erano il tempio di Minerva e un tempio egizio dedicato a Iside, e che fu anche sede della congregazione del Santo Uffizio, e quindi dell’Inquisizione, voluta da papa Paolo terzo.
Ma perché è così importante? Certo per il suo ruolo istituzionale: verifica che l’attività del sistema di informazione si svolga nel rispetto della Costituzione e delle leggi. Piccolo Bignami sui servizi segreti: il Dis, Dipartimento delle informazioni per la sicurezza, di cui si avvalgono il premier e l’autorità delegata per assicurare unitarietà nella programmazione della ricerca informativa. L’Aise, Agenzia informazioni e sicurezza esterna, che protegge lo Stato dalle minacce che dovessero provenire dall’estero. L’Aisi, Agenzia informazioni e sicurezza interna, per proteggere la Repubblica da attività eversive e ogni forma di aggressione criminale o terroristica.
Ma eccolo il cuore del potere del Copasir: può acquisire documenti e informazioni dai Servizi, da tutti gli organi della Pubblica amministrazione, dall’Autorità giudiziaria o altri organi inquirenti in deroga al segreto istruttorio. E riceve dalla presidenza del Consiglio la relazione semestrale sull’attività di Aise e Aisi sui pericoli per la sicurezza, e anche le ragioni che stanno alla base dell’apposizione del segreto di Stato. Non c’è vicenda o inchiesta, interna o internazionale, che non possa essere vagliata dal Comitato.
Insomma, è lo strumento principe attraverso il quale l’opposizione può controllare il governo, con accesso ad ogni atto e rispondendo solo al Parlamento. Ed è di conseguenza anche il luogo dove pure la maggioranza schiera grandi calibri, per equilibrare il più possibile il confronto. Ce n’è abbastanza per capire perché alla guida ci sono sempre figure di peso. Tanto per fare qualche nome: Claudio Scajola, Francesco Rutelli, Massimo D’Alema, Adolfo Urso, Lorenzo Guerini, che è in predicato di fare il bis.
Ma è l’oggi, ovviamente, che interessa di più. E i partiti sono già schierati, tutti lì a presidiare il Comitato. Giorgia Meloni ci ha mandato, tra gli altri, uno degli uomini dei quali si fida di più, quello che di solito si definisce un «fedelissimo», Giovanni Donzelli. Gli ha già messo in mano il partito, nel ruolo di responsabile nazionale dell’organizzazione. Appena 46 anni, in politica con il Fuan da quando ne aveva 19, tra le curiosità, in passato, anche strillone alla Speedy Srl, la società di Tiziano Renzi, tra i primi ad aderire alla neonata formazione di Fratelli d’Italia. A Montecitorio ci è arrivato per la prima volta nel 2018, ed è stato confermato deputato alle ultime elezioni. Soprannominato «Monaco di destra», perché la sera torna sempre a casa per cena: «Sennò Roma, lontano dalla famiglia, ti risucchia, è meglio così».
Ma non è il solo, tra i fedelissimi. Silvio Berlusconi ci ha voluto, a rappresentare Forza Italia, la senatrice Licia Ronzulli. Milanese, 47 anni, si autodefinisce un «soldato nelle mani del presidente del partito», perfetta per il luogo, non solo come guardiana nei confronti delle opposizioni, ma anche per la sua indipendenza dalla presidente del Consiglio: fin troppo note le sue vicissitudini al momento della formazione del governo, con Giorgia Meloni che si è rifiutata di riservare per lei un ministero di peso. Ma anche dalle parti di Italia viva non si scherza, l’attenzione di Matteo Renzi nei confronti del Copasir è stata sempre più che elevata. E infatti schiera Ettore Rosato, profondo conoscitore del Parlamento e capace di studiare i dossier, uomo nell’ombra di tante trattative, con forze e personaggi politici sia dell’opposizione che della maggioranza. I Cinque Stelle mettono in campo Roberto Scarpinato, l’ex procuratore generale di Palermo eletto senatore il 25 settembre scorso. Ha avuto un ruolo nelle indagini sull’uccisione di Piersanti Mattarella e in quelli per gli omicidi di Salvo Lima, Pio La Torre, Michele Reina, Carlo Alberto Dalla Chiesa. E poi nei processi a carico di Giulio Andreotti, e sulla trattativa tra lo Stato e Cosa Nostra, nel periodo delle stragi. Soprattutto, nella nuova veste, dai banchi di Palazzo Madama ha sferrato un attacco molto duro a Giorgia Meloni su neofascismo e mafia, rintuzzato in Aula dalla stessa premier. Ultimo, solo nella successione, Lorenzo Guerini, ex ministro della Difesa, ottimi rapporti con gli Usa, capo della potente corrente del Pd di «Base riformista».

https://www.corriere.it/politica/22_novembre_30/copasir-l-ossessione-partiti-il-controllo-servizi-perche-comitato-si-schierano-fedelissimi-c16f6834-70f0-11ed-9572-e4b947a0ebd2.shtml?refresh_ce

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