Al Mezzogiorno non servono miracoli. Ma…., di Leonardo Becchetti

Per capire alla radice la questione meridionale dobbiamo rileggere un passo famoso scritto dal filosofo David Hume nel Trattato sulla natura umana nel 1740 quando viene riportato il dialogo immaginario di un produttore agricolo nei confronti del suo vicino: “Il tuo grano è maturo, oggi, il mio lo sarà domani. Sarebbe utile per entrambi se oggi io… lavorassi per te e tu domani dessi una mano a me. Ma io non provo nessun particolare sentimento di benevolenza nei tuoi confronti e so che neppure tu lo provi per me. Perciò io oggi non lavorerò per te perché non ho alcuna garanzia che domani tu mostrerai gratitudine nei miei confronti. Così ti lascio lavorare da solo oggi e tu ti comporterai allo stesso modo domani. Ma il maltempo sopravviene e così entrambi finiamo per perdere i nostri raccolti per mancanza di fiducia reciproca e di una garanzia.”
La risposta diversa a questa domanda è alla radice del divario territoriale nel nostro Paese. La risposta al Nord è stata quella della cooperazione e dei consorzi. I produttori (nel Trentino come in Emilia) hanno superato diffidenze e sfiducie comprendendo che l’unione avrebbe fatto la forza. Lo stesso non è accaduto per le arance di Sicilia o per l’olio della Puglia dove il frazionamento della proprietà e l’incapacità di fare squadra hanno relegato i produttori nella parte bassa della catena del valore fino al triste spettacolo degli alberi carichi di frutti non raccolti. Quello che è successo nel settore agricolo è paradigmatico e racconta fedelmente l’effetto delle differenze di quello che gli economisti chiamano capitale sociale tra le due aree del Paese.

Per decenni le politiche per lo sviluppo del Mezzogiorno hanno ignorato questa radice del problema pensando che la soluzione sarebbe stata impiantare nelle regioni meridionali grandi industrie nei settori della siderurgia, della raffinazione petrolifera, della produzione dell’acciaio. E la classe politica meridionale ha purtroppo avuto a sua volta come obiettivo principale quello di estrarre risorse finanziarie dal nord senza preoccuparsi del loro impatto ma solo della loro distribuzione tra potenziali elettori. Da questi errori strutturali derivano oggi i due mali della carenza di capitale sociale e della mentalità estrattiva piuttosto che generativa, ovvero del domandarsi quanti finanziamenti posso ottenere dal pubblico piuttosto che quanto valore posso creare per la mia comunità.

Nella storia non esistono determinismi. Esistono oggi nel Mezzogiorno molte buone pratiche che possono essere un segnale di svolta. Lo stesso atteggiamento di chi si propone di stimolare il suo sviluppo è cambiato. Lucidamente la Fondazione con il Sud lavora sulla base di bandi e di acceleratori sociali che premiano la capacità di aggregazione delle realtà sui territori. Una fondazione di comunità raddoppia il suo capitale ad opera della fondazione quando dimostra di aver superato una certa soglia nell’aggregazione di attori e di risorse economiche. I soldi non sono distribuiti a pioggia ma vanno a premiare idee progettuali e il capitale sociale creato sui territori.
Un economista assolutamente neoclassico come Kennet Arrow riconosceva che il capitale sociale è il mastice dei mattoni delle compagini sociali. Senza fiducia e meritevolezza di fiducia non è possibile compiere la quinta operazione, quella della cooperazione, dove uno “con” uno fa sempre più di due e la relazione genera valore aggiunto. La criminalità in questo caso può essere una concausa (della sfiducia che frena l’aggregazione) ma è più che altro un effetto perché come i virus in organismo debole di anticorpi prospera laddove non si sviluppano e crescono pezzi di economia sana.
Al Mezzogiorno non manca il capitale umano, non mancano le ricchezze che possono trasformarsi in risorse (la bellezza e l’attrattività dei luoghi, la qualità della biodiversità naturale che si traduce in straordinaria ricchezza enogastronomica, la vivacità e la generatività delle sue tradizioni e culture). Con la transizione ecologica si prevede che le regioni del Sud, meglio dotate di sole e vento, diventeranno esportatrici nette di energia. E con i fondi del Pnrr è oggi possibile un salto in avanti sul fronte delle infrastrutture ferroviarie e dell’alta velocità. C’è bisogno di una sola cosa per chiudere il cerchio: tornare al paradosso di Hume e rispondere questa volta in maniera diversa a quel problema.

I Post precedenti Prossimi Post