Le immagini arrivate nelle ultime settimane da Milano, Parigi, Limoges e Madrid ci hanno mostrato ragazzi, alcuni giovanissimi, passare dal dissenso alla violenza nel giro di pochi minuti. Su questo non possono esserci ambiguità. Le devastazioni e gli scontri con le forze dell’ordine non hanno giustificazione, e uno Stato democratico non può tollerarli. Chi ha una responsabilità pubblica, però, non può fermarsi alla condanna. La giustizia farà il suo corso. A noi spetta capire da dove nasca quella rabbia, e che cosa si possa fare perché non trovi più spazio.
Una parte della risposta la conosco dal mio mestiere. Il diritto del lavoro è nato per riequilibrare un rapporto tra parti diseguali, e per oltre un secolo ha cercato quella disuguaglianza dentro il contratto, nel salario, nell’orario, nella sicurezza. Oggi la disuguaglianza decisiva si forma molto prima. Nasce negli anni in cui un ragazzo acquisisce, oppure no, gli strumenti per comprendere il mondo nel quale dovrà entrare. Chi arriva al lavoro senza quegli strumenti è già la parte debole prima ancora di firmare qualcosa, e nessuna tutela successiva riuscirà a colmare davvero quella distanza.
Quegli strumenti hanno un nome antico, cultura. Non la intendo come erudizione, né come un privilegio per pochi. La intendo come la capacità di leggere la realtà, di dare un nome a ciò che si prova, di distinguere un’informazione da una manipolazione, di immaginare per sé un posto e una strada. Senza queste basi un ragazzo non riesce nemmeno a interrogarsi su se stesso. Resta in balia di ciò che gli accade intorno, e oggi ciò che gli accade intorno è uno spazio digitale in cui il virtuale espropria il reale e gli algoritmi decidono che cosa desiderare. C’è una lezione che ho imparato in molti anni di professione, ai tavoli delle trattative. Non sempre prevale chi ha ragione. Prevale chi sa dimostrarla, e per dimostrarla servono le parole. Chi non possiede le parole non può difendersi, non può partecipare, non può nemmeno protestare in modo civile. Gli resta il gesto, ed è quello che abbiamo visto nelle piazze.
Per questo parlo di welfare generativo, un welfare che non aspetta il bisogno per compensarlo ma lo previene, mettendo la persona in condizione di farcela da sé. La cultura ne è il pilastro, perché è ciò che rende una persona capace di esercitare i propri diritti. Capire un contratto, scegliere un lavoro, leggere una busta paga, accorgersi di un abuso sono cose che si fanno solo se si hanno gli strumenti per farle. La cultura, però, fa anche di più. Allena un giovane a pensare, lo riporta dentro la comunità quando se n’è allontanato, lo integra quando viene dai margini. E lo eleva, perché gli fa scoprire di valere più di quanto il suo punto di partenza lasciasse credere.
La Costituzione aveva già tracciato questa strada. All’articolo 3 affida alla Repubblica il compito di rimuovere gli ostacoli che impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori alla vita del Paese. Lo sviluppo della persona e il lavoro stanno nella stessa frase, e non per caso. Senza il primo, il secondo resta un diritto scritto sulla carta. È una convinzione che mi accompagna da quando ho assunto la presidenza dell’INPS. Tra le prime cose a cui ho pensato c’è stata proprio la cultura, e qualcuno mi chiese, con una certa sorpresa, che cosa avesse a che fare con la missione di un istituto previdenziale. La risposta sta nella natura stessa del nostro sistema. Le pensioni di domani si reggono sul lavoro di chi oggi è ragazzo.
Quel lavoro sarà tanto più stabile e qualificato quanto più solidi saranno gli strumenti con cui quel ragazzo si è formato, e dalla qualità del lavoro dipendono la continuità dei contributi e, alla fine, l’adeguatezza della pensione. La cultura, dunque, non sta ai margini del nostro compito. Ne è l’inizio. C’è poi un legame meno visibile e altrettanto decisivo. La previdenza è un patto di fiducia tra generazioni, e un giovane che non trova un posto per sé nella società non ha alcuna ragione di credere in un patto che gli chiede di contribuire per altri. In un Paese che invecchia e in cui nascono sempre meno bambini, quella fiducia è una risorsa che non possiamo permetterci di perdere. Per questo la disuguaglianza educativa di oggi è la questione previdenziale di domani.
Se la partita si gioca prima del lavoro, un istituto previdenziale non può aspettare il lavoro per entrare in campo. Per sua natura l’INPS risponde a una domanda. Ma per presentare una domanda bisogna sapere di avere un diritto e saperlo far valere, ed è proprio ciò che manca a chi è cresciuto senza strumenti culturali. Chi avrebbe più bisogno di noi è spesso chi non ci cercherà mai. Abbiamo scelto allora di andare noi verso i ragazzi, nei luoghi in cui si formano. Lo facciamo con iniziative nelle scuole e nelle università, pensate per ascoltare prima ancora che per spiegare, con un portale che parla la loro lingua, con servizi che aprano alle famiglie l’accesso alla cultura. Andare verso di loro significa accompagnare la persona prima, durante e dopo il lavoro con la stessa idea di dignità, cominciando dalla fase in cui si decide quasi tutto. E significa farci riconoscere dai giovani come interlocutori, e non soltanto come l’ente che un giorno pagherà loro la pensione.
Il Presidente della Repubblica ha chiesto di dare fiducia ai giovani «ampiamente e concretamente». Il modo più concreto di farlo è riconoscere lo svantaggio educativo come un vero rischio sociale, al pari della malattia o della disoccupazione, e costruire attorno a esso servizi capaci di raggiungere chi oggi ne resta escluso. Nessuna istituzione può riuscirci da sola. È un compito che chiama in causa la scuola, le imprese, i territori, il terzo settore e il mondo della cultura.
Ai ragazzi dobbiamo chiedere di rispettare le regole. A noi adulti spetta dimostrare con i fatti che il loro futuro ci riguarda davvero. Investire nella loro cultura è il modo più serio che conosco per farlo, ed è anche il più lungimirante, perché chi ha imparato a pensare ha a disposizione qualcosa di più forte della rabbia.
* Presidente Inps
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