«Il tema della pace accostato a san Francesco non è un’esagerazione: negli scritti autentici del Santo di Assisi l’accento sulla pace e su uno stile pacifico, inerme, è fortissimo». Risponde così l’arcivescovo-vescovo di Assisi-Nocera Umbra-Gualdo Tadino e di Foligno, Felice Accrocca, all’interrogativo posto al centro del forum “San Francesco e la pace”, svoltosi ieri pomeriggio alla Domus Pacis di Santa Maria degli Angeli, nell’ambito dell’Incontro internazionale per la pace promosso dalla Comunità di Sant’Egidio. Quella di Francesco uomo di pace è una lettura autentica della sua figura o una delle tantissime attualizzazioni dettate dalle urgenze del presente? Non rischiamo, come avvenuto in molti altri casi, di attribuire al santo un significato che appartiene più al nostro tempo che al suo? Per Accrocca, la risposta è nelle parole e nella vita stessa del Poverello. Ai suoi scritti, ha spiegato, bisogna aggiungere «una serie di fatti al di sopra di ogni sospetto narrati nelle fonti agiografiche». Come l’episodio della cacciata dei diavoli da Arezzo, reso celebre dagli affreschi di Giotto: una città sconvolta da lotte intestine e guerre civili, nella quale si manifesta l’azione pacificatrice di Francesco. Lo stesso avviene a Siena e Bologna.
Ci troviamo, dunque, di fronte a un uomo la cui «mirabil vita / meglio in gloria del ciel si canterebbe», scriveva Dante nel canto XI del Paradiso, e la cui esperienza, ben oltre il suo tempo, continua a interrogare il presente. «Pensiamo al tema delle relazioni e alla solitudine crescente», ha osservato monsignor Accrocca, perché «san Francesco e i suoi vivono una dimensione di fraternità forte», capace di delineare un vero e proprio progetto di umanità. Un progetto ancora «straordinariamente attraente», ha esordito il cardinale Matteo Maria Zuppi, arcivescovo di Bologna e presidente della Conferenza episcopale italiana. A partire proprio dalla vita del Santo: «Francesco non nasce come uomo di pace, bensì come cavaliere», ha ricordato il porporato, sottolineando come il giovane di Assisi avesse inizialmente assecondato la mentalità del proprio tempo, prima di comprendere che non avrebbe dovuto essere un cavaliere della guerra, bensì «un cavaliere della povertà, dell’umanità. Con le armi della mitezza, della compassione, della cortesia, della pace». Perché «la dimensione della pace è anzitutto una dimensione quotidiana, aiuta a pensarsi e a pensare agli altri». Una prospettiva che, secondo Zuppi, si ritrova nell’esperienza della Comunità di Sant’Egidio: «Noi non abbiamo mai pensato di mettere su alcun ufficio di diplomazia, né di mettere alcun limite alla ricerca della pace». Francesco stesso, ha ricordato il cardinale, arrivò a scrivere ai «reggitori dei popoli», pur essendo «soltanto il figlio di un commerciante di Assisi». E anche sulla cortesia, una delle categorie fondamentali dell’esperienza francescana, apparentemente inutile e fuori dal mondo, ma in realtà primo atteggiamento per vivere e trasmettere la pace. «La gentilezza è il primo modo per relazionarsi con gli altri», ha rimarcato Zuppi. Per questo, di fronte alla tentazione di considerare l’altro un nemico, san Francesco continua a indicare una strada differente: «Il vero modo per affrontare la realtà è essere disarmati».
Una strada che prende forma anche attraverso alcuni episodi della vita del Santo, richiamati dal cardinale. Il primo riguarda il gruppo di briganti che si nascondeva nei boschi di Montecasale e che si recava dai frati per chiedere l’elemosina. Francesco suggerì ai confratelli di andare incontro a quegli uomini, di portare loro del cibo e di servirli con cura. Ma soprattutto di tornare a visitarli, senza fermarsi a un solo incontro. Perché, ha spiegato Zuppi, «la pace è insistenza»: bisogna conquistare il cuore dell’altro, essere credibili, cercare di comprenderlo. Ancora più significativo, secondo Zuppi, l’episodio del lupo di Gubbio dove «Francesco si fa negoziatore senza che nessuno gli abbia affidato un incarico»: decide di andare incontro a colui che tutti considerano un nemico e di parlargli. Un gesto tutt’altro che scontato, perché «il Santo non nega la violenza commessa dal lupo, ma cerca di comprenderne le ragioni». Lo chiama «fratello», non per ingenuità o complicità, bensì per ricostruire una relazione e rendere possibile il dialogo. È qui, ha osservato il cardinale, «che si trovano alcuni passaggi decisivi per ogni autentico processo di pace: riconoscere il male compiuto, comprendere le motivazioni che lo hanno generato, affrontarne le cause e, infine, negoziare». Perché per arrivare alla pace non basta fermare la violenza: «Bisogna sempre risalire alle origini del conflitto».
Se questi sono gli insegnamenti che possiamo trarre dalla figura del Poverello di Assisi, il giornalista e scrittore, Aldo Cazzullo, è stato però chiarissimo: l’attualizzazione di san Francesco resta un errore. Anzitutto perché «non si possono applicare categorie contemporanee a un uomo vissuto otto secoli fa». Ma soprattutto perché «Francesco è già attuale. Anzi, è urgente». Lo dimostrano, secondo Cazzullo, le grandi trasformazioni che attraversano il nostro tempo: dalla crisi climatica, che minaccia il creato, all’Intelligenza artificiale, che rischia di sostituire l’uomo in un numero crescente di attività. Di fronte a un mondo che sembra andare verso una dimensione «post-umana», ha osservato, «l’umanesimo di Francesco era ed è l’unico antidoto. Il vero miracolo di Francesco è la pace», ha sottolineato Cazzullo, perché consiste nel far parlare le persone tra loro, aiutandole a vivere in pace con sé stesse e con gli altri. È questo, secondo lo scrittore, lo spirito che san Giovanni Paolo II seppe incarnare quarant’anni fa, quando invitò ad Assisi i rappresentanti delle grandi religioni del mondo. «Fu un gesto rivoluzionario: il Papa che si pone accanto ai leader delle altre fedi per pregare insieme per la pace, mostrando che l’incontro è possibile anche tra persone e tradizioni differenti». Tre anni dopo, ha proseguito lo scrittore piemontese, «crolla il Muro di Berlino, finisce l’apartheid in Sudafrica, si siglano gli Accordi di Oslo tra Israele e Palestina. Certamente ci sono ancora delle grandi difficoltà, eppure si scoprì lo Spirito di Assisi. E allora avete fatto bene a invitarci qui, oggi, quarant’anni dopo. Perché il vero miracolo di Francesco è questo: l’uomo può cambiare. Può diventare migliore». Le domande che ci consegna l’esperienza francescana restano aperte. È ancora possibile incontrare chi consideriamo un nemico? Possiamo imparare a disarmare le nostre parole prima ancora delle nostre mani? E, soprattutto, possiamo davvero cambiare, come individui e come popoli, senza considerarci prigionieri della violenza e degli errori del passato?
osservatoreromano.va/it/news/2026-10/quo-245/l-esperienza-di-san-francesco-che-interroga-il-presente.


