La Santa Sede di fronte ai sistemi totalitari nel XX secolo, di Pietro Parolin

Quando il Papa Pio XI, negli anni Venti del secolo scorso, ebbe a caratterizzare il mondo del suo tempo, ne diede un giudizio piuttosto cupo, vedendolo segnato da una profonda crisi morale, economica e politica, dall’insoddisfazione generale e dall’imbarbarimento della società, mascherato verbalmente da slogan sul progresso. Il Pontefice ne individuò le cause nel laicismo, in quella «peste dell’età nostra», che aveva estromesso la religione dalla sfera pubblica, non rispettava più Dio come centro e massima autorità della Storia, e lo sostituiva con l’uomo, elevato a fonte della verità e del diritto, annullando così la distinzione oggettiva tra bene e male, e aprendo la strada a considerazioni egoistiche e utilitaristiche, nonché a ideologie materialistiche(1).

Alle spalle del laicismo, alimentati dalle rovine materiali e dalle devastazioni morali causate dalla Prima guerra mondiale, dalle profonde divergenze e contrapposizioni politiche, ideologiche e sociali, che tormentavano il continente che aveva firmato i trattati di fine guerra, ma non aveva trovato la vera pace, dalla propaganda di massa, dall’affievolimento delle comunità umane naturali e, a livello intellettuale, dall’unione del radicalismo moralistico derivante dall’eredità di Rousseau con lo gnosticismo hegeliano(2), premevano già i regimi totalitari che promettevano la realizzazione di un’utopia sociale in questo mondo. Da questa pretesa essi derivavano il diritto e l’obbligo di impadronirsi completamente dell’uomo e di trasformare totalmente la società. Elevando la classe sociale, la razza o lo Stato all’altare, al posto di Dio, essi sacralizzarono i propri concetti ideologici e diedero vita a religioni politiche, con proprie «liturgie», profeti, martiri e norme etiche che dissolvevano la persona umana nel collettivo onnicomprensivo, la privavano della dignità umana e limitavano il suo margine di manovra etico all’obbligo di agire in armonia con l’interesse del collettivo storicamente predefinito. Come affermò il capo della rivoluzione bolscevica, Vladimir Il’ič Lenin, al III congresso panrusso del Komsomol, il 2 ottobre 1920: «La nostra moralità è pienamente subordinata alla lotta di classe del proletariato». Un tale sistema non ammetteva nessun dissenso: chiunque non fosse d’accordo con il “bene comune” ideologicamente predefinito doveva esservi costretto e la violenza divenne un fenomeno immanente.

Tali ideologie di stampo pseudo-religioso, indipendentemente dal fatto se si fossero «raggruppate attorno alla rivoluzione sociale», come il comunismo, o fossero «ossessionate dalla superstizione della razza e del sangue», come il nazionalsocialismo, per citare le parole del cardinale segretario di Stato Eugenio Pacelli pronunciate in occasione della sua visita a Lourdes nel 1935(3), erano in insanabile contraddizione con il cristianesimo e scatenarono, fin dall’inizio, un’ondata di persecuzioni contro la Chiesa cattolica.

Ciò nonostante, di fronte all’ascesa dei regimi totalitari in Europa, la Santa Sede, in un primo tempo, nel tentativo di proteggere i cattolici che vi ebbero a vivere e di garantire alla Chiesa un minimo spazio vitale, scelse la via della concertazione: negli anni Venti, i negoziati con l’Unione Sovietica, falliti senza alcun risultato nel 1927, i Patti Lateranensi con l’Italia fascista nel 1929, e, nel 1933, il Concordato con la Germania nazista, negoziato velocemente, ma poi sistematicamente infranto dal regime nazional-socialista. Furono rapporti fragili e difficili, con i partner asserviti alle ideologie nemiche del cristianesimo, che il cardinale segretario di Stato Pacelli, in un colloquio con l’ambasciatore francese presso la Santa Sede François Charles-Roux, caratterizzò con le seguenti parole: «Non si tratta di una lotta politica, ma di una lotta di Weltanschauung» (4). Queste ideologie avevano ormai un nome: il totalitarismo.

Esaurite tutte le possibilità diplomatiche, il Papa e il suo cardinale segretario di Stato non videro altra alternativa che emettere chiare condanne dottrinali, che culminarono con la “primavera delle tre encicliche”, quando, nel marzo del 1937, Pio XI pubblicò tre lettere encicliche che condannarono il nazionalsocialismo, il comunismo e il regime liberal-socialista anticattolico in Messico. Sebbene avessero natura e destinatari diversi, il fatto stesso che fossero pubblicate praticamente in contemporanea e si basassero su dichiarazioni programmatiche comuni, dimostrava che l’intenzione del Papa andava oltre le specifiche prese di posizione relative ai singoli contesti nazionali e che mirava a interpretare e condannare le «eresie del tempo» in un quadro di fondo comune (5). Nonostante la diversità delle singole situazioni, il Pontefice espresse chiaramente che tutte queste deviazioni eretiche derivavano dallo stesso materialismo che, negando Dio, avanzava la pretesa di portare al mondo una nuova salvezza attraverso mezzi umani rivoluzionari.

Questa prospettiva di fondo fu mantenuta anche dal suo successore Pio XII, già segretario di Stato di Papa Ratti, nella sua prima lettera enciclica Summi Pontificatus. Nel momento drammatico, segnato dallo scoppio del secondo conflitto mondiale, quando davanti al mondo si apriva l’abisso delle più terribili sofferenze, il Padre comune della cattolicità sentì il dovere di alzare la voce per elevare gli occhi e i cuori verso Dio, l’Unico, la cui verità e il cui amore potevano illuminare le menti e accendere gli animi, immersi nell’errore e nelle lotte, per imporre fine a questa tempesta e riordinare l’umanità smarrita secondo lo spirito cristiano. Il messaggio cruciale dell’enciclica si apriva con una constatazione, che toccava l’essenza del problema: «All’inizio del cammino, che conduce all’indigenza spirituale e morale dei tempi presenti, stanno i nefasti sforzi di non pochi per detronizzare Cristo, il distacco dalla legge della verità, che egli annunziò, dalla legge dell’amore, che è il soffio vitale del suo regno». Per quanto cruciale, dunque, possa essere stato il ruolo nefasto di questo o quel dittatore novecentesco, la radice più profonda e ultima del conflitto giaceva più in profondità, nel distacco della società dalla dottrina di Cristo, che un tempo aveva dato coesione spirituale all’Europa, nell’oblio della legge naturale e nel rifiuto di una norma di moralità universale, che, scatenando «la tanto vantata laicizzazione della società», aveva sottratto l’uomo, la famiglia e lo stato a Dio, portandoli ad «un paganesimo corrotto e corruttore»: «Quand’ebbero crocifisso Gesù si fece buio». Di conseguenza, solo il ritorno a Dio e all’ordine imperniato sui valori cristiani poteva riportare l’umanità tormentata alla tranquillitas ordinis, alla vera pace basata sulla giustizia e sulla equità.

Falliti tutti i tentativi di mediazione di pace tra le parti nemiche, Pio XII scelse un’altra strada per condurre il gregge di Cristo attraverso gli scogli della guerra: un aiuto spirituale del Padre comune ai sofferenti, legato in particolare alla sua profonda devozione mariana, una diplomazia caritativa senza precedenti, che attraverso una fitta rete di organizzazioni e strutture ecclesiastiche universali aiutava i perseguitati e i bisognosi di ogni categoria, e l’elaborazione di una visione programmatica per il dopoguerra, che avrebbe garantito una pace giusta e duratura ancorata all’ispirazione cristiana e basata sulla solidarietà internazionale e sul rispetto della dignità e dei diritti naturali degli uomini e delle nazioni comprese le piccole e le vinte: Opus iustitiae pax. Contemporaneamente, attraverso le sottili trame della diplomazia, egli cercò di intervenire dove i suoi diplomatici venivano ancora accolti e, con discorsi pubblici, particolarmente i famosi radiomessaggi natalizi, si rivolgeva al popolo (cattolico e non) per offrirgli un orientamento morale e condannare, in modo chiaro, ma al contempo tale da non scatenare persecuzioni maggiori e non precludersi gli spazi per l’aiuto caritativo, i crimini indicibili del conflitto bellico totale, la Shoah in primis.

Quando il secondo conflitto mondiale volgeva al termine, un nuovo pericolo per la Chiesa cattolica si profilava all’orizzonte: l’espansione del comunismo, installatosi nell’Europa centro-orientale in conseguenza della guerra, e forte di influsso sociale anche in alcune parti dell’Europa occidentale, particolarmente in Italia e in Francia.

Il fermo anticomunismo del Pontefice e la contaminazione della storiografia postbellica con il discorso politico e ideologico, ebbero per conseguenza che non pochi storici vedevano il Pontefice come fanaticamente intransigente, incapace di superare fissazioni ideologiche in favore del pragmatismo politico e così co-responsabile della radicalizzazione della Guerra fredda. La realtà storica, ricostruibile grazie alla documentazione vaticana del pontificato recentemente messa a disposizione degli studiosi, offre invece un quadro ben più complesso e articolato. Esso presenta un Pontefice che, nonostante il chiaro rifiuto del comunismo e di qualsiasi compromesso ideologico con esso, da abile diplomatico, con una vasta esperienza nella pragmatica diplomazia vaticana, e da Padre comune dei cattolici, anche nei confronti di questo sistema totalitario, sentì il dovere morale di assistere il gregge affidatogli con ogni mezzo legittimo, fosse esso caritativo, spirituale o diplomatico, e non era alieno neanche alle trattative e alla possibilità di un accordo con le “democrazie popolari”, a condizione che offrissero garanzie concrete per le libertà religiose e civili. Il dilemma fondamentale della diplomazia vaticana in questo periodo consisteva nel trovare il giusto equilibrio tra la difesa di ciò che considerava la verità assoluta e la gestione delle dinamiche politiche concrete, volte ad alleviare le sofferenze dei cattolici perseguitati e a favorire una risoluzione pacifica del conflitto (6).

Finché sussisteva la speranza di un modus vivendi praticabile ed efficace, la diplomazia pontificia, come aveva fatto nel periodo tra le due guerre con i regimi ostili di allora, cercò di negoziare con la Cecoslovacchia, l’Ungheria e la Polonia, anche a costo di alcune concessioni. Ma, quando i regimi comunisti interruppero ogni dialogo e diedero il via a una palese offensiva anticattolica, la Santa Sede riconobbe la chiara intenzione di distruggere la Chiesa e giunse alla conclusione che la persecuzione non potesse essere fermata con gli sforzi diplomatici. Di conseguenza, il pragmatismo diplomatico fu di nuovo sostituito da una resistenza di principio.

La scissione emerse nel 1949; i suoi catalizzatori più rilevanti furono la condanna del cardinale József Mindszenty in Ungheria e il lancio dell’“Azione Cattolica” scismatica in Cecoslovacchia.

In risposta all’inasprimento della persecuzione comunista e alla concomitante diffusione delle idee comuniste in Occidente — in particolare in Italia e in Francia —, la Santa Sede adottò una strategia volta a stabilire confini netti tra cattolicesimo e marxismo. Tale strategia comportò la condanna di qualsiasi collaborazione intenzionale con l’ideologia o i sistemi politici comunisti attraverso una serie di decreti di scomunica emanati tra il 1949 e il 1951. Inoltre, essa mirava a mobilitare le coscienze e a promuovere la solidarietà spirituale e concreta con la Chiesa del silenzio, che poteva esprimere il proprio messaggio solo attraverso la sofferenza e la testimonianza.

In questo contesto, si offre un’altra riflessione — e correzione — storiografica. Una parte della storiografia tende a interpretare l’anticomunismo di Pio XII alla stessa stregua dell’anticomunismo di Harry Truman o di Dwight Eisenhower, o come lo interpretavano i leader comunisti al culmine della Guerra Fredda, ovvero come una dottrina politica di un attore politico in un conflitto politico. Tuttavia, questa interpretazione non tiene conto del fatto che l’anticomunismo di Pio XII era, in realtà, una visione primariamente pastorale e teologica della suprema autorità della Chiesa, in quella che il Pontefice percepiva come una lotta spirituale escatologica fra la cristianità e il comunismo. «Essere con Cristo o contro Cristo: è tutta la questione», affermò Pio XII nel suo radiomessaggio di Natale del ’47.

Da ciò derivarono due conseguenze di fondo:

1. Pio XII, che vide nel comunismo un pericolo mortale per la civiltà cristiana, non interpretò il confronto con tale pericolo secondo la logica della Guerra Fredda, come uno scontro tra blocchi contrapposti, ma come una lotta, anzitutto spirituale, contro un male in contrasto con la legge divina e naturale, parte delle forze del male intese a rovesciare Cristo e la Sua Chiesa. La lotta contro un tale avversario non poteva limitarsi alla «difesa della libertà vuota di contenuto»7, né poteva appoggiare le ambizioni politiche delle potenze occidentali, ma doveva impegnarsi per l’edificazione di una società basata sui principi cristiani e sul diritto naturale;

2. Le “armi” principali di questo scontro erano primariamente di carattere spirituale: la mobilitazione delle coscienze, imperniata sulla preghiera e la testimonianza. Ricordando l’atto con cui nel ’42, in occasione del 25° anniversario delle apparizioni di Fátima, aveva consacrato «tutto il mondo al Cuore Immacolato della Vergine Madre di Dio», il Pontefice consacrò «tutti i popoli della Russia» al medesimo Cuore Immacolato.

Anche nel corso degli anni Cinquanta, appena la situazione internazionale sembrava schiarirsi, Pio XII non mancò di ravvivare i canali della diplomazia per tentare di esplorare i contatti verso l’Oriente, continuando tuttavia a chiedere, come il preliminare irrinunciabile, l’abbandono delle persecuzioni religiose e il rispetto per la verità. Le dure repressioni delle rivolte in Polonia e soprattutto in Ungheria nel 1956 lo convinsero, però, che una riconciliazione con i regimi comunisti era impossibile.

La novità del “dialogo” con i Paesi dell’Est Europeo nel rigido clima della Guerra Fredda ha rappresentato indubbiamente uno dei risvolti più complessi dell’azione diplomatica della Santa Sede durante i pontificati di Giovanni XXIII e Paolo VI.

L’idea di ricercare una “prima presa di contatto” con i Paesi dell’Est Europeo si venne delineando nel mutato contesto storico-politico, frutto della distensione che iniziava a profilarsi nelle relazioni tra i due blocchi, negli anni Sessanta, e in parte rifletteva la convinzione di Papa Montini rispetto al ruolo che la Chiesa cattolica avrebbe potuto svolgere in quei frangenti politici, rappresentando di fatto una “forza morale” sul palcoscenico internazionale, autonoma e indipendente dalla logica dei blocchi, il cui obiettivo unanimemente riconosciuto dalla Comunità Internazionale era promuovere la pace, la giustizia e il rispetto della dignità e dei diritti dell’uomo.

Sia Giovanni XXIII, in un primo momento, ma soprattutto Paolo VI, in seguito, stimarono opportuno che la Santa Sede, nel quadro delle contingenze storiche dell’epoca, inaugurasse un percorso teso a favorire la via del dialogo e della distensione, con l’obiettivo prioritario di garantire alla Chiesa cattolica, presente in quella parte dell’Europa, maggiori spazi di vivibilità e operatività, nella coscienza che quei regimi politici, dominati dalla ferrea ideologia comunista, sarebbero durati a lungo. A spingere il Papa in questa direzione erano in primis le tristi e drammatiche condizioni in cui tanti cattolici erano costretti a vivere, al di là della cortina di ferro. Vite dolorosamente segnate da due decenni di feroci persecuzioni.

L’obiettivo prioritario di questa che è stata definita “l’Ostpolitik Vaticana” era primariamente religioso e non politico, sebbene il suo raggiungimento doveva essere perseguito con gli strumenti tradizionali della politica e della diplomazia. La strategia vaticana era dettata da motivi pastorali, ovvero dalla necessità di aiutare quelle Chiese a non soccombere dinanzi alla repressione posta in essere dai governi delle cosiddette “Democrazie popolari”. Il disgelo e il passaggio dalla Guerra Fredda alla distensione da una parte, e il nuovo corso inaugurato dal Concilio Vaticano II dall’altra, rappresentano la cornice su cui furono avviati contatti tra la Santa Sede e il blocco comunista, senza coinvolgere mai direttamente Mosca. É noto come il grande tessitore di questo dialogo fu il cardinale Agostino Casaroli, che ha raccontato questa sua peculiare esperienza nel noto volume Il martirio della pazienza.

Il dilemma era resistere o trattare. Con i rischi e i prezzi che ciascuna delle due scelte avrebbe comportato, e di tutto questo Paolo VI era dolorosamente consapevole. Il 12 settembre 1965, ad un anno dal primo accordo firmato a Budapest da Casaroli, il Pontefice si recò alle Catacombe di Domitilla, luogo simbolo dei primi martiri cristiani, pronunciando parole accorate per «quelle porzioni della Chiesa che ancora oggi vivono nelle catacombe», quella «Chiesa che oggi stenta, soffre e a mala pena sopravvive nei paesi a regime ateo e totalitario». Ma poi aggiunse: «La Santa Sede si astiene dall’alzare con più frequenza e veemenza la voce legittima della protesta e della deplorazione, non perché ignori o trascuri la realtà delle cose, ma per un pensiero riflesso di cristiana pazienza e per non provocare mali peggiori».

A lungo Paolo VI e la sua Ostpolitik sono stati al centro di doppie e opposte valutazioni, di condanna e di esaltazione. Parte dell’episcopato, soprattutto all’epoca, vide con perplessità questo percorso, non cogliendo appieno come la politica orientale della Santa Sede avrebbe contribuito in modo notevole alla distensione a livello internazionale, compreso il sostegno dato al processo di Helsinki, divenuto fondamentale nel superamento della divisione del continente. Nonostante il successo limitato, quella scelta fu giusta, secondo il giudizio unanime della storiografia.

Neanche Giovanni Paolo II, il Papa della “caduta del muro”, fece sospendere le trattative con l’Est europeo. Tuttavia, convinto della debolezza dei regimi comunisti, non le considerò né l’unica, né la principale “carta in gioco”, ma focalizzò le sue energie sulla mobilitazione delle coscienze cristiane, sul rafforzamento dell’identità storica e culturale dei popoli europei, ancorata al cristianesimo, e sul rinnovamento dell’unità del continente, che doveva nuovamente respirare con ambedue i polmoni. Questa mobilitazione contribuì in modo significativo al declino dei regimi comunisti.

Tuttavia, così come i suoi predecessori, neanche Giovanni Paolo II vide lo scopo dei suoi sforzi nella sola caduta del comunismo e nel ripristino di una libertà «vuota di contenuto», per citare ancora una volta Pio XII, ma piuttosto nella ri-cristianizzazione dei popoli europei. Questa sua speranza rimase però delusa.

I regimi storici, comunemente considerati “totalitari”, appartengono ormai al passato. Non così il fenomeno stesso, che scaturisce dalla tentazione umana di voler “essere come Dio”, controllare il modo di vivere e di pensare dell’umanità e di imporle le proprie convinzioni ideologiche. Lo rivela chiaramente anche Papa Leone XIV nella sua Lettera enciclica Magnifica humanitas, nella quale mette in guardia sull’evidenza che libertà e democrazia non vivono «soltanto di regole e procedure», non si riducono dunque a forme vuote di contenuti, per ritornare a Papa Pacelli, ma vivono di «un rapporto leale con i fatti e di un reale orientamento al bene delle persone e del corpo sociale», e dunque dalla fedeltà alla verità:

«Il disinteresse per la verità porta lentamente ma inesorabilmente a scivolare verso il totalitarismo, per il quale, come ha scritto la filosofa Hannah Arendt, i sudditi ideali non sono tanto quelli ideologicamente convinti, ma “la gente per la quale la distinzione tra fatto e finzione (cioè, la realtà dell’esperienza) e la distinzione tra vero e falso (cioè, i canoni del pensiero) non esistono più”» (8).

 

1 PIO XI, lettera enciclica Quas primas, in: «Enchiridion delle encicliche, vol. 5, Pio XI (1922-1939)», Bologna 1995, pp. 158-193; cfr. PIO XI, Lettera enciclica Ubi arcano Dei, in ibidem, pp. 10-61.

2 Cfr. ERIC VOEGELIN, Die politischen Religionen, a cura di PETER J. OPITZ, München 1993.

3 PIO XII, Discours et panégyriques (1931-1938), Paris 1939, pp. 228-229.

4 ASRS, AA.EE.SS., Stati Ecclesiastici, pos. 430b, fasc. 364, Pacelli nel colloquio con François Charles-Roux, 28 gennaio 1937.

5 THOMAS BRECHENMACHER, Der Heilige Stuhl und die totalitären Ideologien. Die März-Enzykliken 1937 und ihr innerer Zusammenhang, in «Zur Debatte», 3 (2012), pp. 39-44.

6 EMILIA HRABOVEC, “To Recommend Courage or Tolerate the Inevitable?” The Holy See and the Catholic Church in the Face of the Communist Regimes in East Central Europe between the Cold War and the Détente, in «Churches and Religious Associations behind the Iron Curtain. From the Hungarian Revolution to the Prague Spring (1956-1968)», a cura di BEÁTA KATREBOVÁ BLEHOVÁ, Münster 2026, pp. 11-39.

7 PIO XII, Radiomessaggio a tutto il mondo in occasione del Natale, 24 dicembre 1955, online: https://www.vatican.va/content/pius-xii/it/speeches/1955/documents/hf_p-xii_spe_19551224_cuore-aperto.html .

8 LEONE XIV, lettera enciclica Magnifica humanitas sulla custodia della persona umana nel tempo dell’intelligenza artificiale, online: https://www.vatican.va/content/leo-xiv/it/encyclicals/documents/20260515-magnifica-humanitas.html.

osservatoreromano.va/it/news/2026-10/quo-246/la-santa-sede-di-fronte-ai-sistemi-totalitari-nel-xx-secolo.

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