Guidano le due superpotenze dominanti. Ma sono duellanti debilitati (politicamente) Donald Trump e Xi Jinping. Per settimane prima di questo vertice a Washington, schiere di diplomatici e analisti si sono esercitati nell’arte di stabilire chi dei due abbia maggiore interesse a mantenere la tregua commerciale e quella promessa di ancorarsi a una nuova «relazione costruttiva di stabilità strategica», uscita dall’incontro di maggio a Pechino.
Chiariamo subito che pur essendo incoraggiante, perché è la prima volta in oltre un decennio di crescente inimicizia che Stati Uniti e Cina hanno dichiarato un consenso positivo sui loro rapporti futuri, quella formula viene interpretata in modo differente dalle due parti. Gli americani hanno aggiunto che per evitare lo scontro si aspettano «equità e reciprocità» nel rapporto costruttivo. Tradotto: basta concorrenza sleale cinese per invadere il mercato Usa e basta rubare tecnologia anche nella nuova frontiera della corsa, l’Intelligenza artificiale.
La parola «stabilità» piace molto a Pechino. Che ha fatto balenare anche l’ipotesi di una «distensione». Ma nei commenti pubblici i cinesi hanno circondato la formula con «linee rosse» da non superare. Chiedono rispetto per il loro percorso di sviluppo, vale a dire il capitalismo sovvenzionato dallo Stato che schiaccia la concorrenza. E mantengono al centro la questione taiwanese, ammonendo che non sarà tollerata alcuna sfida al principio della riunificazione dell’isola alla madrepatria. «Altrimenti, il conflitto tra Cina e Stati Uniti porterebbe a un’insopportabile catastrofe per i due Paesi e il mondo», ha scritto il Quotidiano del Popolo nell’editoriale di accompagnamento alla missione di Xi.
Viste così, le due posizioni non sembrano destinate a stabilità e distensione. Ma i rapporti personali tra i leader e dunque gli incontri al vertice servono proprio a questo: evitare il peggio. Il problema è che i duellanti hanno ferito credibilità e fascino della loro azione di governo.
Abbiamo accertato ormai che Trump è imprevedibile e incoerente, che gioca con la tattica del caos. Si dedica sistematicamente all’umiliazione degli alleati storici dell’America. Continua a proclamare senza pudore di aver fatto per la pace mondiale più di ogni altro predecessore e nello stesso discorso all’Onu minaccia l’annientamento dell’Iran.
Xi nelle ultime settimane ha ripreso a viaggiare. È stato in Kirghizistan, ex cortile di casa dell’impero russo; poi in Egitto per curare gli interessi di Pechino in Medio Oriente; a New Delhi per il summit dei Paesi Brics, che nella sua visione dovrebbero dare al Sud Globale una posizione centrale nella costruzione di un nuovo equilibrio mondiale (a trazione pechinese e con la presenza dominante di industrie e tecnologia cinesi). I viaggi in serie dovrebbero proiettare un’immagine di forza politica cinese, presentare un’alternativa di affidabilità rispetto alla furia dell’azione di Trump.
Il leader cinese si vanta spesso del fatto che la sua Repubblica popolare non ha mai invaso altri Paesi. Sorvola sull’assedio politico-militare a Taiwan, sulle pretese di controllo di isole distanti migliaia di chilometri e vicine alle coste di Paesi come le Filippine. Ha ordinato all’esercito di prepararsi a combattere una guerra. Non è soddisfatto dei suoi generali, ne ha purgato per corruzione endemica un paio di centinaia negli ultimi tre anni e ha rimosso con infamia due ministri della Difesa. Ha fatto arrestare cinque dei sette membri della Commissione militare centrale che da mesi ormai si compone solo del presidente (che è naturalmente Xi) e del responsabile dell’ufficio disciplinare (il cacciatore degli ufficiali corrotti). Oltre alle ruberie sistematiche sul bilancio delle forze armate, alla vendita delle promozioni, dagli atti d’accusa contro i generali epurati negli ultimi mesi emergono «slealtà e tentativo di minare l’autorità del presidente». La segretezza che circonda il Partito-Stato cinese non permette di sapere se ci sia qualcosa di realistico nelle voci di trame politiche golpiste nei ranghi dell’esercito. L’unica certezza è che Xi non si fida.
Un altro punto di debolezza è nell’economia interna. I cinesi continuano a consumare poco, preferiscono risparmiare immaginando tempi peggiori. I grandi investimenti statali sono assorbiti dalla corsa tecnologica, la disoccupazione giovanile è preoccupante. Trionfa solo l’export, che sommerge i mercati occidentali con prodotti che non avrebbero acquirenti sufficienti in patria per spingere le fabbriche a pieno regime.
Trump ha provato a piegare Xi con dazi insostenibili, fino al 150%. Anche quella guerra commerciale non è andata come si aspettava, perché i cinesi hanno contrattaccato stringendo il collo di bottiglia della fornitura di terre rare. Lo scorso ottobre in un vertice tra i due è stata concordata una tregua che ora Pechino vorrebbe confermare per almeno un anno, mentre Washington offre sei mesi. Vedremo se la «stabilità strategica costruttiva» reggerà.
Trump sarà alla Casa Bianca fino a gennaio del 2029. Sempre che non trovi il modo di scardinare le regole della democrazia americana inseguendo la rielezione. Di Xi non conosciamo i limiti di durata. Nel 2018 ha cancellato il principio dei due mandati, è già alla fine del terzo e al Congresso del Partito comunista nel 2027 tutti si aspettano che entri nel quarto, che gli garantirebbe il potere fino al 2032 quando sarà ottuagenario. In passato la «saggia» leadership cinese allevava con buon anticipo i successori più giovani, preparando il ricambio generazionale (si trattava di sessantenni). Ora gli uomini del Politburo sono tutti vicini ai 70. E questa è la malattia dello «Xiismo».
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