Troppi segnali, nessuna rotta, di Mauro Magatti

La balena spiaggiata è una metafora efficace dei tempi che viviamo. Disorientate, con i loro sistemi di orientamento confusi da segnali che non riescono più a decifrare, le balene si spingono sulla battigia e restano lì, incapaci di tornare al largo, schiacciate dal proprio stesso peso, esposte a una morte che nulla, nel mondo marino, aveva previsto per loro. Il fenomeno impressiona proprio perché appare assurdo: creature perfettamente adattate al loro ambiente si perdono non perché quell’ambiente sia diventato ostile, ma perché, all’improvviso, invia loro messaggi contraddittori.

È una metafora che coglie bene la condizione contemporanea. Non viviamo più in un’epoca oppressa da un ordine normativo rigido, fatto di tradizione, religione, regole che assegnavano a ciascuno il proprio posto. Quella cornice, con tutti i suoi vincoli, offriva però anche una bussola. Oggi ci muoviamo in un mondo mutevole e molteplice, dove a metterci in difficoltà — soprattutto se si hanno poche risorse cognitive e relazionali — non è la scarsità di indicazioni ma il loro eccesso: un flusso di informazioni che ci sovrasta, ci sollecita da ogni parte e, di conseguenza, ci disorienta. Come le balene, rischiamo di arenarci non per mancanza di segnali, ma per il loro eccesso.

Gli strumenti digitali che usiamo ogni giorno sono costruiti per intercettare e trattenere il nostro sguardo. Si parla, a questo proposito, di economia dell’attenzione: la risorsa scarsa non è più l’informazione, che abbonda fino alla saturazione, ma l’attenzione umana capace di raccoglierla. Le piattaforme competono per questa risorsa con precisione ingegneristica e la misurano in modo millimetrico. Nei social, i primi tre secondi decidono il destino di un post: se non catturano, l’occhio scivola oltre. Tutto viene calibrato su quella soglia brevissima che di conseguenza ridefinisce il ritmo stesso della nostra vita mentale.

Il risultato è un’attenzione continuamente sollecitata e dispersa. Veniamo tenuti in uno stato di allerta continua, frammentati in micro-fuochi che si accendono e si spengono senza lasciare traccia.
Non è che ci manchi la capacità di concentrarci: lo schermo la sa accendere benissimo, fino all’assorbimento totale. Chi resta ipnotizzato dal feed è concentratissimo, non distratto. Ma il problema è che questa concentrazione è indotta e passeggera: si azzera a ogni scorrimento, va continuamente riacquistata, ed è calibrata apposta perché decada in fretta. Rischiamo così di perdere la capacità di tendere l’attenzione nel tempo e di convertirla in qualcosa di duraturo. Perché l’attenzione — etimologicamente ad-tendere, tendere verso — è ciò con cui diventiamo noi stessi: quando si disperde, si dissolve la persona che stavamo diventando.
Ciò che fa la differenza è il saper sviluppare una concentrazione che vada oltre i tre secondi: leggere un libro fino in fondo, scrivere un testo con pazienza, seguire un lungometraggio, ascoltare una conferenza, accompagnare un processo lavorativo che matura nel tempo, impegnarsi in un percorso di studi. Sono tutte forme di attenzione che chiedono durata e che, in cambio, sedimentano delle competenze.
La storica condanna di Meta, proprietaria di Facebook e Instagram — riconosciuta colpevole di aver progettato volontariamente le sue piattaforme social in modo che creassero dipendenza e di aver violato la privacy degli utenti minorenni — segna un passaggio giuridico fondamentale. Ma, dal riconoscimento di questa condotta scorretta, dovremmo imparare che al tempo del digitale la vera posta in gioco è la lotta contro la dispersione dell’attenzione. Che è la condizione per coltivare interessi, seguire passioni, sviluppare capacità.

È la via — bellissima ma faticosa — dell’apprendimento l’unica che ci salva dalla proletarizzazione indotta dall’esposizione digitale. Che poi è la perdita di quei saperi e di quelle capacità che fanno di noi dei soggetti, e non semplici terminali di consumo attraverso cui il flusso passa senza lasciare nulla. Chi non impara più a tendere la propria attenzione non diventa libero: diventa disponibile.

L’attenzione, però, va educata: in famiglia, dove si apprende la pazienza dello stare su una cosa sola; a scuola, che dovrebbe essere il luogo per eccellenza in cui si allena la durata contro la frammentazione; nei luoghi di lavoro, che devono diventare contesti dove l’intelligenza, il pensiero, la curiosità, la partecipazione vengono sviluppati, non repressi.
Governare gli strumenti digitali significa costruire le condizioni perché l’attenzione resti nostra, invece di essere continuamente espropriata.
La buona battaglia da combattere non è dunque tra attenzione e distrazione, ma tra un’attenzione che ci individua e una che ci cattura dissolvendoci. Le balene si arenano perché non sanno più leggere i segnali del proprio mare. A noi resta la possibilità — se sapremo educarla — di imparare a leggere il mondo sempre più complesso e veloce che circonda. Condizione per scegliere dove andare, invece di lasciarci spingere sulla battigia.

corriere.it/opinioni/26_settembre_22/troppi-segnali-nessuna-rotta-

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