Italia 2030, città-forno e territori in fiamme: sappiamo dove colpirà il caldo, ma non stiamo facendo abbastanza, di Claudio Zanon

Per l’Italia la verità è scomoda: non esisteranno “oasi climatiche” garantite. Avremo città più pronte e città lasciate a surriscaldarsi; quartieri ombreggiati e periferie impermeabili; case efficienti e appartamenti incapaci di dissipare il calore notturno. Un quotidiano francese ha stilato una classifica delle località più “respirabili”. Dietro quell’operazione, però, c’è una scelta politica: nel marzo 2025 la Francia ha varato il terzo Piano nazionale di adattamento climatico, costruito sull’assunto di un Paese mediamente più caldo di 4 °C a fine secolo. Le azioni, da avviare entro il 2030, riguardano città, infrastrutture, scuole, foreste, incendi, siccità, alluvioni e salute. Anche l’Italia dispone di un Piano nazionale di adattamento ai cambiamenti climatici, approvato a fine 2023. Abbiamo dati, mappe, bollettini, sistemi di sorveglianza e molte buone pratiche locali. Ciò che manca è tradurre l’adattamento in un programma operativo, finanziato, verificabile e vincolante per Comuni, Regioni, aziende sanitarie, scuole e infrastrutture critiche.

La classifica italiana che nessuno vuole redigere

Non sarebbe scientificamente corretto stilare oggi una graduatoria definitiva delle città più invivibili nel 2030: il rischio dipende da variabili intrecciate – temperatura media, umidità, notti tropicali, ventilazione, densità edilizia, dotazione di verde, età della popolazione, qualità degli edifici e accesso ai servizi sanitari. Possiamo tuttavia individuare con buona affidabilità le aree più critiche.

Pianura Padana: caldo umido, aria stagnante e notti tropicali

Milano, Torino, Bologna, Brescia, Verona, Padova e molte città emiliane e lombarde rischiano una combinazione particolarmente insidiosa: alte temperature, forte umidità, scarsa ventilazione, inquinamento e urbanizzazione intensa. Il nodo non è solo il picco pomeridiano, ma l’incapacità di raffreddarsi di notte: cemento e asfalto accumulano calore e lo rilasciano lentamente, impedendo all’organismo di recuperare. Lo stesso fenomeno è indicato dalle autorità francesi come un potente moltiplicatore delle temperature urbane. Nel 2026 Milano attiva un Piano caldo che coinvolge una rete di servizi per oltre 460.000 anziani fragili: misura importante, ma soprattutto sanitaria e assistenziale. Occorre agire in parallelo sulla struttura fisica della città.

Le città interne del Centro: Firenze e Roma sotto pressione

Firenze, Roma, Perugia, Terni e altri centri dell’Italia centrale sono esposti a ondate di calore prolungate, scarsa ventilazione e ampie porzioni di tessuto urbano minerale. A Roma, il monitoraggio del CMCC documenta l’aumento delle temperature medie, dei giorni torridi, delle notti tropicali e degli episodi estremi, con ripercussioni su salute, consumi energetici e funzionalità urbana. Nei centri storici gli interventi sono più complessi: edifici vincolati, strade strette, poco spazio per nuovi alberi e una popolazione spesso anziana. Ma i vincoli architettonici non possono diventare un alibi. Servono cortili permeabili, coperture chiare, ombreggiamento delle piazze, fontane funzionanti, percorsi pedonali protetti e rifugi climatici aperti anche in fascia serale.

Napoli, Bari, Palermo e Catania: quando al caldo si somma l’umidità

Nel Mezzogiorno il rischio assume contorni specifici. Napoli, Bari, Taranto, Reggio Calabria, Palermo e Catania potranno sperimentare periodi sempre più lunghi di temperature elevate, con notti tropicali e umidità marcata lungo le coste. La vicinanza al mare non garantisce più refrigerio: quando il Mediterraneo è molto caldo, l’umidità ostacola la dispersione del calore corporeo. Conta non solo il termometro, ma il carico termico effettivamente sopportato dall’organismo. A questo si sommano fragilità sociali: abitazioni meno efficienti, povertà energetica, quartieri densamente costruiti e disponibilità non uniforme di verde e servizi sociosanitari. Il condizionatore protegge solo chi può acquistarlo, installarlo e sostenerne i consumi: per gli altri il caldo diventa una nuova disuguaglianza.

Sicilia e Sardegna, le frontiere più esposte

Le aree interne di Sicilia e Sardegna sono tra i territori più difficili da proteggere: Caltanissetta, Enna, le zone interne di Agrigento e Siracusa, il Campidano e varie aree del centro-sud sardo potrebbero affrontare insieme alte temperature, scarsità d’acqua, degrado del suolo e rischio di incendio. Anche Palermo e Cagliari restano vulnerabili, soprattutto nei quartieri densi e poco alberati. Le brezze marine possono attenuare alcune giornate, ma non eliminano ondate persistenti né notti molto calde. Nel 2024 ISPRA ha registrato 10.314 ettari di bosco percorsi dal fuoco in Italia: anno meno grave rispetto a diversi tra il 2020 e il 2023, ma in Sardegna sono bruciati 5.524 ettari, a conferma dell’elevata esposizione dell’isola. Nel 2025 la stagione è tornata tra le peggiori per superficie complessiva e danni agli ecosistemi (ISPRA).

Le zone “fresche” non saranno necessariamente sicure

Alpi, Prealpi, Appennino settentrionale e alcune località costiere dell’alto Adriatico o del Tirreno potrebbero mantenere condizioni relativamente più favorevoli. Trento, Bolzano, Belluno, Aosta e numerosi centri montani appariranno più respirabili rispetto a pianure e grandi aree metropolitane. Ma occorre evitare illusioni: le valli alpine possono trattenere calore e inquinanti; le foreste in siccità diventano più vulnerabili; lo scioglimento nivale riduce la disponibilità idrica; frane, incendi e temporali estremi possono interrompere viabilità, energia e assistenza. Le aree montane potrebbero inoltre ricevere nuovi residenti stagionali, anziani e turisti in fuga dal caldo: senza servizi, trasporti, personale sanitario e infrastrutture, anche un luogo climaticamente favorevole può diventare socialmente fragile.

Il caldo non è disagio: è malattia

L’errore più grave è trattare l’ondata di calore come un semplice fastidio estivo. Il caldo può provocare disidratazione, sincope, insufficienza renale acuta, scompenso cardiaco, aritmie, ictus, trombosi e riacutizzazioni respiratorie; può peggiorare il diabete, ridurre l’efficacia o la tollerabilità di alcuni farmaci e aggravare disturbi psichici e neurologici (Organizzazione Mondiale della Sanità). I più esposti sono anziani, in particolare se soli; malati cronici; bambini piccoli; donne in gravidanza; lavoratori all’aperto; persone senza dimora; chi abita ai piani alti di edifici non isolati. L’Europa è il continente che si riscalda più rapidamente. Secondo l’OMS, il caldo ha causato oltre 60.000 morti nella Regione europea nel 2022 e circa 47.500 nel 2023. Senza ulteriori misure di adattamento, entro il 2050 i decessi annui potrebbero salire a 120.000 (Organizzazione Mondiale della Sanità). Nel giugno 2026 l’OMS ha definito le ondate europee una “prova generale” di ciò che ci attende, segnalando l’aumento delle chiamate di emergenza, il sovraccarico delle ambulanze e la crescente pressione sui pronto soccorso (Organizzazione Mondiale della Sanità).

Gli effetti sanitari arrivano a ondate successive

Prima ondata: effetti immediati – colpi di calore, disidratazione, malori, accessi in PS.

Seconda: nei giorni successivi – più scompensi cardiaci, eventi cerebrovascolari, riacutizzazioni respiratorie, danni renali.

Terza: pazienti fragili che interrompono controlli, assistenza domiciliare o terapie.

Quarta: dimensione sociale – solitudine, povertà, lavoro precario e non autosufficienza aumentano l’esposizione.

Quinta: impatto organizzativo – ambulanze sature, PS congestionati, reparti caldi, personale stremato, picchi di consumo elettrico con rete sotto stress.

Incendi: il fuoco non si ferma al bosco

Ondate di calore, siccità, vento e vegetazione secca amplificano il rischio. L’innesco resta spesso umano, colposo o doloso; il clima determina velocità di propagazione, difficoltà di spegnimento e gravità dei danni. Le aree più esposte includono Sicilia, Sardegna, Calabria, Campania, Puglia, Lazio e ampi tratti dell’Appennino e delle zone periurbane mediterranee. Cresce il rischio all’interfaccia tra vegetazione e abitazioni: periferie, villaggi turistici, ospedali, RSA, campeggi, infrastrutture stradali. Gli incendi causano ustioni e vittime dirette, ma soprattutto fumo: le polveri sottili possono viaggiare per decine o centinaia di chilometri, aggravando asma, broncopneumopatie, patologie cardiovascolari e problemi oculari. Si aggiungono evacuazioni, blackout, contaminazione delle acque, danni alla salute mentale e perdita di biodiversità. L’European Forest Fire Information System fornisce mappe aggiornate di pericolo, hotspot e superfici percorse dal fuoco. Ma la tecnologia non sostituisce la manutenzione del territorio, le fasce tagliafuoco, la pulizia delle aree periurbane e piani di evacuazione realmente testati.

Che cosa sta facendo l’Italia

Non partiamo da zero. Il Piano nazionale di adattamento ai cambiamenti climatici è stato approvato definitivamente nel dicembre 2023: individua rischi, settori vulnerabili e misure, e dispone di una piattaforma nazionale gestita da ISPRA con dati e indicatori territoriali (Climadat). Nel 2026 il Ministero della Salute pubblica bollettini giornalieri per 27 città con previsioni del rischio sanitario a 24, 48 e 72 ore, e utilizza la sorveglianza della mortalità giornaliera e degli accessi in pronto soccorso (Ministero della Salute). L’Italia si distingue perché il rischio da ondata di calore è valutato sugli effetti attesi sulla mortalità, non solo su soglie meteorologiche: un’impostazione avanzata e orientata alla salute (Climate-ADAPT). Sono stati inoltre finanziati interventi sperimentali in 80 Comuni per accrescere la resilienza urbana a ondate di calore, siccità e precipitazioni estreme (ISPRA). Ma avere un piano non equivale ad aver adattato il Paese.

Il divario con la Francia

Parigi ha scelto di programmare l’adattamento su scenari climatici espliciti, chiedendo a scuole, città, infrastrutture e servizi pubblici di prepararsi a temperature più alte. L’Italia si muove ancora soprattutto con piani generali, progetti locali, bollettini stagionali e interventi non sempre coordinati. Manca un obbligo nazionale che imponga a ogni grande città di pubblicare:

– una mappa del rischio termico quartiere per quartiere;

– il numero di residenti fragili esposti;

– un piano per alberature, ombra e suolo permeabile;

– l’elenco dei rifugi climatici;

– gli standard minimi per scuole, ospedali e RSA;

– i percorsi di evacuazione nelle aree a rischio incendio;

– indicatori annuali di mortalità, ricoveri e accessi in PS attribuibili al caldo.

Non basta dire di bere acqua e restare in casa nelle ore centrali: è necessario trasformare le città.

Che cosa dovremmo fare entro il 2030

– Dotare ogni città di un “catasto del caldo”: temperature, notti tropicali, verde, materiali urbani, densità abitativa, struttura per età e fragilità sociali.

– Piantare alberi dove servono davvero: fermate dei bus, itinerari verso scuole e ospedali, piazze, parcheggi, cortili ERP e quartieri con più anziani. Non basta aumentare genericamente il numero delle piante.

– Promuovere tetti e pavimentazioni riflettenti, isolamento degli edifici, schermature solari, ventilazione naturale e riduzione delle superfici asfaltate. Il climatizzatore resterà utile, ma non può essere l’unica politica: scarica calore all’esterno, alza la domanda elettrica e accentua le disuguaglianze.

– Rendere biblioteche, farmacie, case della comunità, centri anziani, stazioni ed edifici pubblici rifugi climatici riconoscibili, gratuiti e aperti nei giorni di allerta.

– Fornire a medici di famiglia, pediatri, infermieri di comunità, farmacie e servizi sociali elenchi aggiornati (nel rispetto della privacy) dei pazienti più fragili da contattare prima e durante le ondate.

– Trattare ospedali e RSA come infrastrutture climatiche essenziali: continuità elettrica, climatizzazione delle aree critiche, scorte idriche, filtrazione dell’aria in caso di fumo, piani per picchi di accessi.

– Iniziare la prevenzione incendi in inverno: gestione forestale, sorveglianza, manutenzione delle aree di interfaccia, mezzi disponibili e addestramento congiunto tra Comuni, Vigili del Fuoco, Protezione civile, 118 e strutture sanitarie.

La vera classifica non sarà tra città calde e città fresche

Nel 2030 la differenza non sarà tra Milano e Palermo, Roma e Torino, Bologna e Cagliari, ma tra città che avranno riprogettato strade, edifici, sanità e protezione civile e città che continueranno a reagire a ogni ondata come a un evento eccezionale. Il caldo estremo non colpirà tutti allo stesso modo: inciderà soprattutto su anziani, malati, poveri, persone sole e lavoratori all’aperto. E trasformerà la qualità dell’urbanistica in un determinante di salute. La Francia sta provando a immaginare dove nel 2030 si potrà ancora respirare. L’Italia dovrebbe porsi una domanda ancor più urgente: non dove fuggire, ma come rendere abitabili le città in cui continueremo a vivere.

 

  • https://www.mondosanita.it/news/salute/105574/italia-2030-citta-forno-e-territori-in-fiamme-sappiamo-dove-colpira-il-caldo-ma-non-stiamo-facendo-abbastanza.html

PRESENTANDOCI

Cercasi un fine è “insieme” un periodico e un sito web dal 2005; un’associazione di promozione sociale, fondata nel 2008 (con attività che risalgono a partire dal 2002), iscritta al RUNTS e dotata di personalità giuridica. E’ anche una rete di scuole di formazione politica e un gruppo di accoglienza e formazione linguistica per cittadini stranieri, gruppo I CARE. A Cercasi un fine vi partecipano credenti cristiani e donne e uomini di diverse culture e religioni, accomunati dall’impegno per una società più giusta, pacifica e bella.


Con il 5×1000 e il ricavato della vendita dei libri sosteniamo:

scuole di formazione sociale e politica, sito web e periodico di cultura e politica, insegnamento dell’italiano per cittadini stranieri gruppo I Care, la biblioteca “Bice Leddomade”, incontri, dibattiti… 

          basta la tua firma 

          e il numero dell’associazione 

         91085390721

         nel primo riquadro sul volontariato

 

Ultimi Articoli

SORRIDENDO