Uno sguardo umano, di Umberto Panipucci

Ribellioni al Nord e al Sud, differenze, ma anche punti in comune, proviamo a riflettere… Eccoci, ancora una volta, di fronte agli effetti di questa epidemia di violenza che nasce direttamente da una crisi di valori. Come è noto (più grazie ai social che agli ordinari mezzi di informazione), Le cronache di questi giorni mettono in luce tensioni diffuse lungo tutta la penisola: dalle vetrine infrante nel cuore di Milano fino agli scaffali svuotati dei supermercati nella Capitanata e nel Foggiano.

Di fronte a immagini così destabilizzanti, la reazione più immediata potrebbe essere quella del giudizio affrettato, della condanna sommaria che liquida tutto come semplice cieco vandalismo o inciviltà, come si legge in tanti commenti. Eppure, se vogliamo davvero fare un’analisi approfondita che non scansi i valori e i principi che ci contraddistinguono prima
nel l’umanità e poi come credenti nel nostro tempo, dobbiamo avere il coraggio di guardare oltre la superficie, cercando di comprendere la tridimensionalità e le profonde cause socioeconomiche di quanto sta accadendo.

Diciamolo subito, per scansare ogni equivoco: ogni forma di violenza e sopraffazione va respinta senza alcuna riserva. La nostra solidarietà più profonda va a chi ha subito gravi perdite e allo shock di vedere aggredito il frutto del proprio lavoro, a quanti lottano ogni giorno tra mille difficoltà per tenere aperte le proprie attività commerciali e a chi lavora con fatica e dignità come commesso o operatore. Un bene legato al sostentamento della propria famiglia non è solo un oggetto: rappresenta anni di sacrifici, di speranza e di dedizione.

Tuttavia, ribadiamo il nostro impegno a non appiattire la realtà. Consideriamo prima di tutto quanto accade tra i nostri ragazzi nelle metropoli del Nord. La ribellione dei giovani a Milano esprime, a ben guardare, un rapporto malato e distorto con il mondo dei beni di consumo. La nostra società promette continuamente la felicità identificandola con l’inseguimento di un oggetto, di una marca, di uno status: crea un bisogno artificiale, vende un miraggio e poi, inevitabilmente, nega quegli stessi beni riservandoli all’élite che può permettersi il loro caro prezzo lasciando frustrati chi non può permetterseli. In modo indiretto, anche se questi ragazzi non ne sono del tutto coscienti, la loro esplosione di rabbia è una reazione cieca a un consumismo che delude, che svuota l’anima e poi abbandona.

Non serve a nulla puntare il dito contro i genitori di questi giovani, accusandoli di assenza o disinteresse. Tante madri e tanti padri sono essi stessi vittime di un sistema che li costringe a lavorare l’intera giornata, rincorrendo ritmi insostenibili soltanto per garantire alla famiglia una vita dignitosa. È il tempo che ci viene rubato, sono i valori fondamentali ad essere stati eclissati dalla corsa al guadagno, mentre le nuove generazioni assistono smarrite a un mondo che sembra fare la guerra per i soldi, mascherando i veri interessi economici dietro parole di facciata.

Se poi spostiamo lo sguardo verso il Sud, nella provincia di Foggia, scorgiamo una dinamica diversa ma legata da un medesimo filo conduttore. L’assalto ai supermercati e l’incetta d’impeto dei beni prima necessità rappresentano un’altra forma di disordine: un egoismo irresponsabile che nasce dall’ansia e dalla paura. Incontrando pochi giorni fa una madre quasi disperata, l’ho sentita chiedermi: “I nostri figli hanno bisogno di cibi freschi, come possiamo fare?”. In molte zone manca la pasta, il latte, la farina, la frutta e chi non possiede un congelatore capiente o i mezzi per fare grandi provviste si ritrova senza nulla, tagliato fuori da chi ha svuotato gli scaffali in preda al panico.

Anche qui si avverte un malessere profondo: la morsa del carovita e l’incapacità di stare al passo con le necessità quotidiane, esacerbate dai blocchi dei trasporti e dai rincari che stanno strozzando le famiglie. E si nota un altro tragico elemento comune tra Nord e Sud: la protesta non riesce più a rivolgersi direttamente verso i centri del potere o verso chi muove davvero le fila della finanza, ma finisce per scaricarsi sulle vetrine dei negozianti o sullo svuotamento degli scaffali dei negozi locali, colpendo proprio i soggetti più esposti come gli anziani o chi ha meno risorse.

Poter esprimere il proprio dissenso e manifestare pubblicamente è un diritto fondamentale che non può esserci tolto. Ma quando il dissenso scivola nella violenza o in comportamenti estremi, l’unico risultato è quello di togliere voce alle giuste ragioni di fondo, riducendole al silenzio o offrendo facili giustificazioni a chi vuole solo reprimere senza ascoltare.

Andare alle radici del problema significa rimettere al centro la persona umana, l’ascolto profondo e la fraternità. Significa riscoprire che nessun bene di consumo potrà mai colmare la sete di felicità dei nostri giovani, e che nessuna corsa individuale alla sicurezza potrà mai salvarci se non ci responsabilizziamo verso noi stessi e gli altri.

Soltanto ritrovando il senso del limite e della solidarietà autentica sapremo trasformare questo tempo oscuro in un’occasione di rinascita, dove la casa comune sia costruita non sulla gara del possesso, ma su braccia che si aprono fraternamente.

[religioso OFM, teologo]

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