In vista dei cent’anni della nascita del cardinale Carlo Maria Martini (15 febbraio 1927), arcivescovo di Milano dal 1979 al 2002, scomparso nel 2002, Bompiani pubblica una raccolta dei suoi scritti, Pace. In Europa e nel mondo. Ha curato il libro Francesca Perugi e la prefazione è di Gilles Gressani, 35 anni, direttore di «Le Grand Continent» e presidente del Groupe d’études géopolitiques, docente a Sciences Po a Parigi, che considera «profetiche» le intuizioni del cardinale biblista. «La Lettura» lo ha interpellato.
Professore, nella prefazione al libro che raccoglie le riflessioni del cardinale Martini sull’Europa, lei parte da una domanda: «Perché la Chiesa resiste?».
«Mi sembra uno dei grandi misteri dei nostri anni Venti. Guardiamo che cosa sta succedendo nel mondo. Quasi ovunque le grandi potenze si stanno trasformando in imperi clanici, seguendo tre dinamiche. La guerra è tornata a essere uno strumento politico per agire all’esterno conquistando nuovi territori e nuove risorse e all’interno cambiando le istituzioni e le società. Poi c’è il disallineamento tra progresso tecnologico e progresso sociale. La tecnologia corre velocissima, non si fonda più sulla promessa della condivisione dei suoi frutti ma concentra il valore e il potere nelle mani di pochi, diventando così uno strumento di controllo e dominio reazionario. Infine, ci sono le religioni, spesso prese nella loro versione messianica, arruolate e usate come serbatoi di simboli per conferire una veste sacra a questa mutazione. Succede quasi ovunque. Nell’islam, nell’ebraismo, nell’induismo, perfino nella Cina di Xi Jinping e del partito rosso erede della burocrazia dell’impero celeste. Succede nel cristianesimo di Cirillo o degli evangelici arruolati da Bolsonaro e Trump. Ma non succede nella Chiesa cattolica. E la cosa che colpisce è come il Papa si ritrovi a fare da argine. In Occidente spesso è sua l’ultima voce a dire no alla guerra, all’uso imperiale della tecnologia, alla religione messa al servizio del potere».
Perché il pensiero di Martini, in questo, è anticipatore?
«Nella prefazione ho affrontato un momento rivelatore che mi interessa da tempo. Siamo alla vigilia del 1989. Con Gorbaciov la Chiesa russa comincia a riaprirsi e Roma in un certo senso la riscopre. È un momento incredibile e se guardiamo come lo leggono due grandi figure della Chiesa di allora capiamo tante cose. Da un lato c’è Ratzinger. Il prefetto della Congregazione per la dottrina della fede di Giovanni Paolo II guarda a Est e vede una fede che ha resistito alla persecuzione, che si è conservata proprio perché è rimasta nascosta, lontana dalla modernità. Un po’ come i primi cristiani. E pensa: è da lì che può ripartire un Occidente che ha perso la fede. Dall’altro lato c’è Martini, che a Mosca va nel 1988. Vede la stessa cosa, parla della gioia di questi fedeli che sono “usciti dalle catacombe”. Però si preoccupa. Si chiede: ma una Chiesa che il Novecento non l’ha mai vissuto, che non ha mai fatto i conti con la democrazia, con la libertà, con chi la pensa diversamente, con l’autonomia, non rischia di finire proprio nelle mani del potere?».
Aveva visto giusto?
«Oggi lo vediamo. Basta sentire il patriarca Cirillo che benedice la guerra in Ucraina o che usa la parola “perdono” per chiamare alle armi. Ce lo immaginiamo un Papa che proclami una guerra santa a San Pietro nella celebrazione della Pasqua? Martini aveva intuito profeticamente, e in fondo aveva preparato, più di trent’anni fa questa distanza che sembra quasi incolmabile».
In settembre Leone XIV ha celebrato messa in Place de la Concorde davanti a 800 mila persone. Come ha ricostruito la sua rivista, l’ultima grande funzione religiosa in quella piazza risaliva al 1814: un ufficio ortodosso voluto dallo zar e raccontato da Chateaubriand…
«Il precedente è affascinante, ma va maneggiato con cura. Nel 1814 Parigi era occupata dai
cosacchi, l’Europa era in piena restaurazione, e lo zar fece celebrare una funzione ortodossa proprio
dove era stato ghigliottinato Luigi XVI. Era un rito di espiazione, Chateaubriand ne parla come di
un sacrifice religieux».
E stavolta?
«È stato tutt’altro. C’era un’euforia quasi da evento olimpico: la gente che aspettava la papamobile
sorridendo. Anche con il traffico bloccato, non ho sentito una sola persona lamentarsi. Una sorta di
miracolo, se si conosce Parigi. Tutti volevano esserci. Il Papa era dappertutto, su “Paris Match” e
nelle trasmissioni televisive. Ma sotto la superficie di questa papamania c’era qualcosa di molto
serio».
Che cosa?
«Nel Paese della laicità per eccellenza, non c’è stata nessuna vera polemica. Qualche voce critica,
certo, ma rispetto a quello di cui la Francia è capace, praticamente nulla. È come se la Repubblica
avesse incontrato la Chiesa per la prima volta in un modo diverso. Pensi a quanto suonerebbe strana
oggi la domanda di Giovanni Paolo II nel 1980, quando chiedeva alla Francia, “figlia primogenita
della Chiesa”, se fosse ancora “fedele al suo battesimo”. Non è più questo il registro. Il Papa non
chiede alla Repubblica di tornare indietro: si propone come garante di uno spazio di autonomia
dentro la modernità, non contro di essa e nemmeno al suo posto. E mi sembra che questo dipenda
proprio dalla posizione occupata dal Papa. La Chiesa di Leone resiste di fronte al tentativo di
regime change dell’impero algoritmico trumpista o dell’imperialismo di Putin e Cirillo. Non si tratta
di un’alleanza strutturata e in fondo il suo fascino sta anche lì: tutto può prendere forme molto
diverse. Ma chiudendo il viaggio a Metz, la città di Robert Schuman, con un discorso sull’Europa, il
Papa ha posto una domanda implicita. Può nascere una repubblica europea neoguelfa? Non in senso
ottocentesco, con il Papa alla guida, ma come un’intesa tra laici e cattolici che si ritrovano dalla
stessa parte, anche con forti diversità, per difendere la propria libertà dalla stretta imperiale».
Martini è stato un pioniere del dialogo col mondo laico e il mondo laico lo ha sempre ascoltato.
Da cosa dipende?
«In un’intervista al “Corriere”, Martini aveva detto una cosa fortissima: “Il Concilio Vaticano II ha
restituito la Bibbia ai cattolici”. Secondo me c’è tutto lì. C’è la ragione che rende oggi la Chiesa
così restia a farsi usare come un semplice serbatoio di simboli, come uno storytelling nichilista o
una meta-ideologia al servizio dell’imperatore e dei suoi spin doctor. E c’è il senso di un dialogo
possibile. Martini era un filologo che faceva dell’amore per la parola un amore concreto e presente:
leggeva la Scrittura dentro la storia, dentro il nostro tempo e lavorava affinché questa parola
diventasse comunità e istituzione. Non arrivava con verità già pronte, prendeva un testo, lo leggeva
con rigore e lo ritraduceva, rendendolo vivo e presente. In quello spazio poteva entrare chiunque,
credente o no. In questo spazio c’è il gesto fondamentale dei Lumi, dell’umanesimo».
Sant’Agostino si convertì a Milano e fu battezzato da Ambrogio nella Pasqua del 386: Martini
indicava l’incontro tra il genio nordafricano e il vescovo nato a Treviri come uno dei momenti
fondanti dell’Europa. Anche in questo sta l’attualità del suo pensiero: l’Europa come incontro
di culture?
«Nella storia della Chiesa c’è molto, quasi tutto. C’è quest’idea dell’Europa, l’incontro a Milano tra
un uomo venuto dal sud del Mediterraneo e un vescovo nato a Treviri, oggi Germania. C’è il primo
Papa a chiamarsi Leone, Leone Magno, che nel 452 ferma Attila. Ma c’è anche Leone III che nel
Natale dell’800 sigla il patto carolingio tra la Chiesa e l’impero. In questi tempi bui, in cui il
discorso pubblico delle nostre acciaccate democrazie non si coniuga quasi mai al futuro, mentre
siamo sempre più chiaramente presi in visioni apocalittiche di un tempo che accelera oltre ogni
limite, penso spesso a una cosa detta da Martini nell’omelia di Natale di 25 anni fa: “La vita vincerà
la morte, la giustizia vincerà l’ingiustizia, la verità e la pace vinceranno sulla violenza e sulla
guerra”. Non so se sia vero, ma direi che per mettersi al lavoro vale la pena partire da qui».


