L’Air Force One di Donald Trump è atterrato oggi pomeriggio in una Pechino afosa e blindata: il vertice con Xi Jinping – dilatato su due giorni fra bilaterali, cerimonia del tè, cena di Stato e visita al Tempio del Cielo – è forse il momento diplomatico più importante dell’anno. “Sarà una visita con momenti simbolici, ma il presidente non viaggia mai per puro simbolismo”, ha anticipato Anna Kelly, vice portavoce di Trump suggerendo che il vero obiettivo della missione sia il business. A confermarlo, il fatto che ad accompagnare il presidente ci siano, come un anno fa in Arabia Saudita, ben 16 tra Ceo e presidenti di società americane, tra cui Elon Musk e Tim Cook; i ministri Pete Hegseth, Scott Bessent, Jamieson Greer e Marco Rubio; gli amministratori delegati di banche e istituti finanziari come Goldman Sachs, Visa e Mastercard e il numero uno di Boeing, interessato a vendere apparecchi e contratti di manutenzione ai cinesi. Come sempre, il tycoon ha ostentato ottimismo e affermato di aspettarsi “un grande, caloroso abbraccio”. Ma la realtà del contesto, è ben più complessa: Trump arriva a Pechino sullo sfondo di due guerre finite male, quella contro l’Iran, in stallo da settimane, e quella commerciale contro la Cina che ha perso, di fatto, dopo la sentenza della Corte Suprema Usa. In questa partita, “è Xi Jinping ad avere le carte, per usare un’espressione che piace a Trump” osserva Gideon Rachman sul Financial Times, sottolineando che l’asso nella manica del presidente cinese “è il quasi monopolio del suo paese sulla produzione di terre rare e minerali critici, cruciali per il funzionamento dell’industria americana”.
Da Hormuz a Taiwan?
Trump avrebbe dovuto recarsi a Pechino a metà aprile, ma ha rimandato il viaggio nella speranza di chiudere il conflitto con l’Iran prima dell’incontro con Xi. L’obiettivo non è stato raggiunto: il presidente americano arriva in Cina con lo Stretto di Hormuz ancora di fatto chiuso e una frustrazione mal celata per l’incapacità di Washington di piegare Teheran alla propria volontà. Sul tavolo del vertice c’è dunque anche questo: Trump vuole che Pechino eserciti pressioni sull’Iran per far progredire i colloqui di pace e riaprire lo stretto di Hormuz. Finora la Cina ha osservato a distanza, almeno pubblicamente. Ma poiché circa la metà delle importazioni cinesi di petrolio greggio transita in quelle acque, anche per Xi lo stretto è un nervo scoperto. Il punto, come sempre, è il prezzo. Diversi osservatori ritengono che Pechino possa chiedere in cambio a Washington di rivedere la sua politica nei confronti di Taiwan: non più un ‘non sostegno’ – nel solco dell’ambiguità strategica perpetrata da Washington – ma un’opposizione di fatto e magari una riduzione della vendita di armi così da far sentire l’isola, che Pechino rivendica come parte del proprio territorio, più isolata di fronte alle pressioni cinesi. Taiwan osserverà attentamente gli esiti del vertice. Solo due settimane fa, il ministro degli Esteri cinese, in una telefonata con Marco Rubio, aveva esortato gli Stati Uniti a “fare le scelte giuste” su Taiwan.
Europa vaso di coccio?
Sia Trump che Xi proveranno a mettere in risalto le vulnerabilità dell’altro. Per anni Washington ha creduto che il punto debole cinese fosse la dipendenza dall’export verso i mercati occidentali. Ma la Cina ha dato prova di capacità di adattamento e resilienza e, nonostante anni di guerra commerciale, restrizioni tecnologiche e tentativi di decoupling, ha continuato a esportare a ritmi elevatissimi, spostando progressivamente il proprio baricentro verso Sud-Est asiatico, Europa, Africa e America Latina. Oggi, la Cina non è più semplicemente “la fabbrica del mondo”, ma un’arteria portante di quasi tutte le principali filiere strategiche del pianeta, a partire dalle terre rare e i minerali critici. Secondo un rapporto pubblicato ieri al Centro Studi dell’Unione Europea dedicato ai temi della sicurezza (Euiss) la Cina controlla il 70% del processo di estrazione e raffinazione di 17 delle 34 materie prime che l’Unione ritiene “cruciali” per il suo sviluppo economico. Detto altrimenti: buona parte delle chiavi dello sviluppo industriale europeo si trovano a Pechino. È un dato che dovrebbe preoccupare più di quanto non faccia. L’impopolarità di Trump in Europa, alimentata dal manifesto disprezzo del presidente americano per il Vecchio Continente, rischia di trarre in inganno: un vertice che si chiuda a vantaggio della Cina non è una buona notizia neanche per Bruxelles.
Too close to clash?
Se Trump punta a tornare a Washington con qualcosa di spendibile – un annuncio sul commercio, una promessa su Hormuz, o un’apertura che possa spacciare per vittoria – Xi punta a qualcosa di più sottile e di più duraturo: la stabilità. Non la pace, e nemmeno un’intesa strategica, o una nuova architettura di sicurezza condivisa. Ma un rapporto prevedibile tra rivali troppo interdipendenti per permettersi uno scontro totale. Cina e Stati Uniti si fronteggiano attraverso catene di fornitura condivise, mercati finanziari interconnessi, università che si scambiano ricercatori e brevetti che cambiano di mano in mano. Separarsi del tutto è impossibile, ma restare troppo esposti è pericoloso. In questo quadro, ciò che Pechino vuole più di tutto, secondo diversi analisti, è la fine delle improvvise escalation e degli scossoni imprevedibili che hanno caratterizzato il primo anno del secondo mandato di Trump, sostituiti da un rapporto più governabile — che consenta alla Cina di continuare a costruire la propria forza senza fratture traumatiche. “Accordi pragmatici anziché grandi cambiamenti. Non aspettatevi una svolta storica” taglia corto il South China Morning Post. Nessun accordo globale strutturale dunque, ma nemmeno una resa dei conti. Gestire – più che risolvere – i problemi con Washington, per prepararsi a una competizione di lungo periodo.
Commento di Filippo Fasulo, Head Asia and Geoeconomics Centres, ISPI
“Xi Jinping incontra Trump a Pechino, ma i due leader arrivano al vertice con due stati d’animo diversi. Trump ha l’urgenza di portare a casa risultati in vista delle elezioni di midterm, dopo aver persino posticipato l’incontro per le vicende iraniane, senza però arrivare al tavolo di Xi con il problema risolto. Al contrario, Xi Jinping, può permettersi il lusso dell’attesa mentre l’avversario è preso da problemi che si è praticamente creato da solo. Gli osservatori esterni, infine, tifano per una stabilità che consenta di archiviare almeno un po’ il tema della competizione tra grandi potenze. Questa competizione è però strutturale e quale sia l’esito dell’incontro le prime due economie al mondo continueranno a correre nella sfida per il primato tecnologico e economico mondiale”.
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