Sembra essere quasi un odio viscerale quello che Donald Trump, che non ha mai messo piede in quel paese, nutre per la Somalia. Anzi, per lui, come ha più volte affermato tra un improperio e l’altro (shithole, hellhole, the worst country in the world, backward, mentally impaired e così via) “la Somalia non è neanche un paese”. Lo ha detto nel recente World Economic Forum a Davos. E lo ha ribadito una volta tornato alla Casa Bianca. E sono stati proprio i somali il principale target delle azioni di polizia delle ultime settimane in Minnesota. Ma la Somalia è anche il cuore di attacchi militari sferrati ormai senza sosta per volere esplicito di Trump. L’obiettivo sono i militanti di al-Shabaab (termine arabo che significa la gioventù).
La guerra antiterrorismo nel paese del Corno d’Africa sta assumendo enormi proporzioni (tranne poi verificarne l’inefficacia). Solo nel 2025, anno del secondo insediamento di Trump, gli Stati Uniti hanno intensificato gli attacchi aerei sul territorio somalo. Almeno 111 gli attacchi sferrati, che hanno superato così il numero complessivo di quelli ordinati dai presidenti George W. Bush, Barack Obama e Joe Biden messi insieme. Solo nel primo mandato Trump ne aveva portati a termine 219, ma anche il 2026 si è aperto nel peggiore dei modi. Lo confermano i dati della New America Foundation che tiene il triste conteggio di questa guerra senza fine. Quest’anno, con l’ultimo che risale solo al 17 febbraio, si contano già 36 attacchi, portando il totale a 491, a partire da Bush.
La campagna militare è rivolta sia a sconfiggere al-Shabaab, gruppo affiliato ad al-Qaeda, che combatte il governo somalo e controlla vaste aree delle regioni centro-meridionali, sia l’ISIS, una propaggine più piccola concentrata nel Nord-Est con circa 1.500 combattenti. Una guerra che, nel 2025 è stata la terza più mortale in Africa, con 7.289 vittime, secondo l’Africa Center for Strategic Studies. Civili, schiacciati tra violenze interne e quelle che, di solito, arrivano dal cielo, l’uso dei droni è la norma anche se nel paese sono state dislocate anche truppe di terra.
In realtà il numero esatto dei morti è difficile da accertare. Anzi, pare che una nuova disposizione interna all’AFRICOM vieti di diffondere il numero delle vittime civili. Come sottolinea Al Jazeera l’ondata di attacchi segue comunque una direttiva del segretario alla Difesa degli Stati Uniti, Pete Hegseth, che ha annullato le restrizioni dell’era Biden che richiedevano l’approvazione della Casa Bianca per azioni al di fuori delle zone di guerra, conferendo di fatto l’autorità ai comandanti dell’AFRICOM. Ma sono decisioni prese di concerto, come si leggeva già in un comunicato del segretario alla Difesa: “Il Comando Africa degli Stati Uniti agisce su indicazione del presidente Trump e in coordinamento con il Governo federale della Somalia”.
Le operazioni sarebbero condotte dunque a sostegno del governo somalo, che deve fare i conti con una congenita debolezza interna da un lato e il crescente rafforzamento delle capacità di al-Shabaab, aumentate anche grazie a un rapporto di crescente cooperazione con gli Houthi dello Yemen. Una cooperazione che si è tradotta in un miglioramento dei materiali (inclusi droni e missili balistici) e dell’addestramento. Cosa che a metà 2025 aveva portato i militanti di al-Shabaab a meno di 20 km da Mogadiscio, la capitale.
L’enorme frammentazione del paese, a livello amministrativo, territoriale e di potere (la società somala è strutturata attorno a un sistema di clan patrilineari profondamente radicato) rende la situazione assai confusa anche perché il sistema dei clan oltre ad essere elemento di forte identità influenza le relazioni, la risoluzione dei conflitti, le decisioni politiche.
Ad oggi le zone di influenza e controllo del paese, che sono però sempre instabili e soggette a cambiamenti, sono le aree gestite dal governo somalo e dai suoi alleati, quella del Puntland, regione autonoma nel Nord-Est della Somalia – tra l’altro base dello Stato Islamico in Somalia (ISS), che secondo un rapporto del 2024 dell’International Crisis Group (ICG) finanzierebbe operazioni terroristiche in altri paesi africani, mentre secondo analisi delle Nazioni Unite sarebbe addirittura un polo amministrativo e finanziario a livello globale.
Altra zona di influenza è il Somaliland, territorio separatista e semidesertico sulla costa del Golfo di Aden, autodichiaratosi indipendente dopo il rovesciamento del dittatore militare Siad Barre nel 1991 – gestisce i propri affari interni, con passaporti, valuta, esercito e forze di polizia propri – ma che il governo somalo continua a ritenere come parte integrante del paese. Nei giorni scorsi, il Somaliland si è detto pronto a concedere agli Stati Uniti l’accesso alle sue risorse minerarie e alle sue basi militari. Ad affermarlo ad AFP è stato Khadar Hussein Abdi, ministro della presidenza. “Siamo disposti a concedere l’accesso esclusivo (ai nostri minerali) agli Stati Uniti. Inoltre, siamo aperti a offrire basi militari agli Stati Uniti”, ha dichiarato. Già qualche giorno prima, il presidente del Somaliland, Abdirahman Mohamed Abdullahi, aveva avanzato questa possibilità.
In gioco c’è, come detto, il riconoscimento del territorio. Nel dicembre scorso Israele aveva ufficialmente riconosciuto il Somaliland – primo paese al mondo a prendere questa decisione – cosa che ha provocato le ire del governo somalo. Interesse di Israele sarebbe quello di sfollare i palestinesi da Gaza nel paese del Corno d’Africa e assicurarsi basi per eventuali attacchi a paesi vicini. Il Somaliland è in una posizione strategica, di fronte allo Yemen e al Golfo di Aden, dove i ribelli Houthi hanno attaccato le risorse israeliane per mostrare solidarietà ai palestinesi. Un territorio a cavallo di una delle rotte marittime più critiche al mondo, toccata da molteplici conflitti nel Corno d’Africa e in Medio Oriente. Una rotta il cui controllo gli USA vogliono assicurarsi. E poi c’è la questione delle risorse, appunto. Secondo il governo del Somaliland il territorio sarebbe ricco di giacimenti di idrocarburi ma anche minerali e metalli preziosi e si dice pronto a rilasciare licenze per le attività di prospezione ed estrazione. L’offerta, e la proposta di esclusiva, è arrivata agli USA direttamente da un membro del governo, quello più vicino al presidente. In cambio, appunto, di quel riconoscimento formale che si aggiungerebbe a quello di Israele. Per questo si è disposti a consegnare il proprio territorio, annessi e connessi.
E poi ci sono i territori controllati dai jihadisti. E sono quelli, soprattutto, sotto il mirino delle azioni militari degli USA che già nel 2024 avevano firmato un memorandum d’intesa con il governo della Somalia per costruire fino a cinque basi militari per l’esercito nazionale somalo, allo scopo di rafforzarne le capacità di controterrorismo. Presidente allora era Joe Biden. Pochi mesi dopo, Trump al potere, è arrivata la decisione di congelare gli aiuti USAID in Africa. Armi sì, cibo e medicinali no.
Gli Stati Uniti hanno una lunga storia di impegno militare in Somalia, che risale alla sanguinosa battaglia di Mogadiscio del 1993. L’operazione fallita, nota come “Black Hawk Down” (vicenda che ha ispirato un libro e un film di Ridly Scott), portò al ritiro delle forze statunitensi, destabilizzando ulteriormente la Somalia e aprendo la strada all’ascesa di gruppi estremisti locali. All’epoca emerse la milizia islamista nota come Unione delle Corti Islamiche (ICU).
L’azione degli USA e dell’ONU era partita come intervento umanitario, l’operazione Restore Hope, che aveva lo scopo di intervenire in un paese alla fame, in profonda crisi, nel mezzo di una guerra civile. Un paese in ginocchio dopo la caduta del dittatore Siad Barre. Ma si rivelò un disastro. Agli Stati Uniti venne affidata la leadership dell’operazione, ma il loro atteggiamento impositivo non piaceva ai somali che dimostrarono la loro ostilità. Anche nel modo più feroce, immortalato dalle sequenze delle immagini dei corpi di soldati americani catturati e uccisi dai combattenti e trascinati nelle strade di Mogadiscio.
Da allora i tentativi di portare alla normalità il paese sono stati più o meno infruttuosi, e la Somalia è considerato un failed State. Un paese dove prevale l’inconsistenza e la frammentazione delle strutture statali e dove tutti gli indicatori di sviluppo lo collocano quasi sempre agli ultimi posti. Lo troviamo al primo del Fragile States Index. Ed è così dal 2008. Indici legati alla corruzione, alla mortalità infantile e neonatale, all’alfabetizzazione, alla condizione delle donne, al reddito pro capite, e ovviamente al terrorismo, ne fanno un paese in crisi perenne. Un disastro umanitario che va avanti da decenni, peggiorato anche a causa delle molteplici siccità indotte dai cambiamenti climatici, che hanno causato una carestia diffusa. Cinque stagioni delle piogge consecutive mancate tra il 2021 e il 2023 hanno prodotto la peggiore siccità mai registrata nel paese, l’aumento della povertà, lo sfollamento interno di milioni di persone e ingenti flussi migratori verso gli Stati confinanti.
A esacerbare una situazione ai limiti della catastrofe umanitaria è stato l’incrementarsi delle azioni di al-Shabaab, le sue violenze, le sue minacce, non solo verso il Governo ma anche verso le popolazioni. Così, nonostante gli interventi USA e i continui attacchi che intenderebbero spazzare via i jihadisti, la Somalia è sempre più a rischio di diventare uno Stato jihadista. E se la Costituzione somala del 1960 stabiliva l’Islam come religione di Stato, ma limitava l’applicazione della Shari’a allo status personale dei musulmani, mentre sotto tutti gli altri aspetti il paese possedeva le caratteristiche di uno Stato laico, la Costituzione provvisoria del 2012 è esplicitamente basata sui fondamenti del Corano e della Sunna e afferma che “nessuna legge può essere promulgata che non sia conforme ai principi e agli obiettivi generali della Shari’a”. I movimenti jihadisti quindi, tra le altre cose, chiedono il rispetto di tale principio.
Altro elemento che rende assai complesso il futuro della Somalia è la sua posizione geografica, una sorta di ponte tra il Corno d’Africa e i paesi arabi, in particolare quelli del Golfo. La geopolitica in questa area dell’Africa orientale sta aggravando le fratture interne del paese. Le dinamiche regionali, infatti, sono sempre più influenzate dagli interessi di potenze emergenti, in particolare Emirati Arabi Uniti, Qatar, Arabia Saudita e Turchia. E se le motivazioni dell’amministrazione Trump sono combattere il terrorismo, quelle più recondite riguardano il non perdere completamente il controllo in aree che, a parte la Cina e la Russia, sono diventate strategiche e interessanti per molti altri attori. Senza contare il perenne convitato di pietra di molti conflitti contemporanei, il petrolio. Dopo l’annuncio ufficiale, lo scorso anno, di presenza di aree petrolifere offshore, qualche giorno fa un’unità di perforazione di proprietà della Turkish Petroleum (TPAO) è salpata per la Somalia per avviare la prima missione di perforazione petrolifera al largo delle coste. Esplorazione che sarà protetta da tre navi militari. Analisi tecniche affermano che il paese ha potenziale onshore e offshore di petrolio ma anche gas e non solo la Turchia con cui è già stato siglato l’accordo, ma altri Stati, anche europei, hanno manifestato interesse. Va ricordato che la Somalia è strategicamente situata sulla soglia meridionale del Mar Rosso, attraverso cui passa il 12% del petrolio trasportato via mare, e all’incrocio tra Africa, Medio Oriente e Oceano Indiano, aree strategiche per gli scambi commerciali.
Forse quella di Trump in Somalia diventerà “la sua guerra” che non porterà altro che ulteriore male e distruzione. Ovviamente per i cittadini somali.
Da Valigia Blu del 20 febbraio 2026
https://www.valigiablu.it/somalia-trump-guerra-al-shabaab-petrolio/


