Perché Dante sceglie Virgilio come guida nell’aldilà? «Tu sei lo mio maestro, lo mio autore.» Certo, Dante ammirava profondamente Virgilio, il più importante poeta della classicità. Ma non è solo una questione di poesia o di stile. Virgilio scrisse l’Eneide: fu il poeta che scelse l’antenato illustre di Roma. Roma aveva una storia terribile, anche una mitologia terribile: Romolo e Remo, un gemello che uccide l’altro; il ratto delle Sabine, uno stupro di guerra; Lucrezia che si suicida provocando la rivolta e la cacciata dei re.
Serviva una storia più nobile, un progenitore più degno, e bisognava cercarlo in Grecia, tra i poemi omerici, tra gli eroi dell’antica Grecia. Qualcuno disse: «Noi romani discendiamo da Achille, il più forte, siamo o non siamo i padroni del mondo?» Altri dicevano: «Discendiamo da Ulisse, il più intelligente.» Ma Virgilio disse: «No, noi discendiamo da Enea, il pio Enea.» Il più pietoso, il più misericordioso.
Enea non è un vincitore, è un vinto. Fugge da una città in fiamme, da una città sconfitta. Non è mai padrone del proprio destino: deve abbandonare la moglie che ama, si innamorerà di Didone ma deve lasciare anche lei, perché deve sposare una principessa italica e fondare la civiltà che diventerà Roma. Enea è l’eroe pietoso che si prende cura dei padri e dei figli, del passato e del futuro, degli antenati e dei discendenti. Non a caso, fugge da Troia in fiamme con il padre Anchise sulle spalle e il figlio Iulo per mano — Iulo, da cui la gens Iulia e Giulio Cesare.
Il cristianesimo ribalta i simboli fondanti dei romani
La pietas — che non significa solo misericordia, ma anche lealtà, senso di responsabilità, dovere morale — è il sentimento romano in cui i cristiani si riconoscono. Ecco perché Dante sceglie Virgilio come guida nell’Aldilà. Ecco perché gli si affida fino a scendere in fondo all’Inferno e scalare la montagna del Purgatorio.
I romani perseguitarono i cristiani non solo perché credevano in un unico Dio e volevano imporlo come universale, rifiutando di adorare l’imperatore. Li perseguitavano anche perché non li capivano. Il pensiero cristiano era il ribaltamento del mondo romano: la povertà, che per i romani era una sciagura, diventava per i cristiani una virtù; il corpo, che i romani curavano, deliziavano, celebravano — con massaggi, unguenti, vino, sesso, terme — diventava qualcosa da sacrificare; la croce, simbolo della morte più crudele, pubblica, ignominiosa, diventava il simbolo della salvezza.
Ma è proprio la pietas a unire i due mondi. E non solo: Virgilio aveva scritto che sarebbe nato un puer, un bambino, che avrebbe salvato l’umanità e cambiato la storia. Probabilmente intendeva un nipote di Augusto, ma i cristiani pensarono che Virgilio avesse predetto la nascita di Gesù. Pensavano che quel puer, antevisto da Virgilio, fosse Gesù bambino.
La metafora del servo che illumina il cammino
Dante considera Virgilio un «naturaliter cristiano» e lo paragona al servo che porta una lampada per illuminare la via al padrone. Il servo cammina nel buio, con la lampada dietro la schiena: non sa dove sta andando, ma illumina il cammino per chi viene dopo. E noi, i posteri, abbiamo la strada rischiarata dal suo esempio.
corriere.it/le-serie-del-corriere/i-grandi-italiani/publio-virgilio-marone.shtml#


