I bisogni e i servizi di base stanno tornando protagonisti delle strade d’Europa con le proteste spagnole e francesi delle ultime settimane, e la crisi abitativa che pervade da tempo le città è ora al centro delle conversazioni politiche. Speculazione, privatizzazione, gentrificazione, concentrazione di asset, turistificazione e molte altre complesse parole in -azione dominano il dibattito della sinistra; tutte analisi lucide e precise, alle quali però manca sempre un pezzo: ciò che città non è.
I profondi problemi abitativi delle nostre città sono reali, ma la città non è un sistema chiuso. Mentre si rivendica giustamente il diritto alla casa e ci si batte per ripensare le città in modo equo e sostenibile, dobbiamo sforzarci di ripensare, con esse, anche il resto dello spazio. Chi come me vive con un piede nello spazio intellettuale radicale urbano della sinistra, e con l’altro in un paese di 300 abitanti immerso nella narrazione paternalistica e sviluppista delle aree interne, vede in questi giorni una schizofrenia mediatica che passa da titoli come «La casa non è un lusso per pochi» a «Ma è proprio necessario salvare i piccoli paesi di montagna?».
Le lotte urbane non possono continuare a ignorare i problemi più profondi della concentrazione di persone e risorse nelle città contemporanee, e la depredazione e lo svuotamento del non-urbano che ciò inevitabilmente comporta. L’estremizzarsi delle contraddizioni tra il capitale e la riproduzione sociale che vediamo in questa tiratissima fase di neoliberismo stanco, non deve distrarci dai modelli di fondo che hanno reso, molto recentemente nella storia umana, la città il luogo di accentramento di persone, risorse, potere, cultura e deliberazione politica. La corsa al progresso, al profitto e alla crescita che porta alla speculazione urbana a cui stiamo assistendo è la stessa che si è automaticamente tradotta nella corsa unidirezionale verso le città in primo luogo, nell’inflazionata narrazione prometeica dell’emancipazione dalla terra che ancora stigmatizza campagne e terre alte come residui del passato.
In un contesto di crisi demografica generalizzata, se le città si riempiono qualcosa si svuota. E mentre è pur vero che la crisi abitativa non è data dalla scarsità di alloggi, il fatto che tutto ciò che riusciamo a immaginare sia come migliorare l’abitabilità delle città, la vivibilità delle città, la viabilità delle città, il verde nelle città e via discorrendo, e mai come migliorare tutto il resto – notoriamente svuotato non solo di persone ma anche e soprattutto di servizi pubblici e presidio territoriale – lascia intuire non solo l’esistenza di luoghi e persone di serie A e di serie B, ma anche e soprattutto di una visione di futuro unidirezionale predefinita: una in cui deliberare sulla dimensione appropriata degli agglomerati urbani è fuori discussione; una in cui viviamo tutti impacchettati in densissime città-buco nero; una in cui il resto del mondo si fa hinterland per servirle; una in cui lo spopolamento del 70% della superficie nazionale è ormai preso come force mageure irreversibile.
In tutto questo, tendiamo a dimenticarci che ci sono milioni di persone che in città ci sono arrivate, e spesso non per loro scelta. Se è giusto garantire il diritto ad abitare in città, perché non riusciamo a concepire un diritto complementare a restare nei paesi, ad arrivarci, a ritornarci? Perché quest’ultima, nonostante i milioni di ragazzi e ragazze che hanno lasciato i loro luoghi, guarda caso soprattutto al Sud, resta una lotta di nicchia, di «restanza» romantica e individualizzata, e non di mobilitazione di massa? Nonostante le strade delle città, a guardar bene, sono piene soprattutto proprio di questi «nuovi» abitanti, trasferitisi in città da altrove?
Contestare l’unidirezionalità rurale-urbana dei discorsi su lotte sociali e ambientali non è una velleità da nostalgici e abbracciatori di alberi, né mira a indebolire le lotte urbane. Disfare il dualismo città-campagna era già prerogativa indispensabile del Manifesto del partito comunista. Se la separazione delle persone dai loro mezzi di sussistenza è stata individuata già da Marx come indispensabile per innescare e portare avanti il processo di accumulazione capitalista, la città va compresa come il prodotto naturale di questa separazione, e l’espandersi ed esacerbarsi della condizione urbana a livello planetario è l’espressione geografica ultima dell’espandersi del capitalismo. Non a caso intellettuali ecosocialisti contemporanei come Max Ajl, Kai Heron o Jasper Bernes hanno sottolineato l’importanza di riportare questa dimensione nel dibattito socialista contemporaneo. La crisi abitativa e l’intasamento urbano tornati sotto i riflettori in questi giorni ne sono la prova: il modello di sviluppo che stiamo implicitamente sottoscrivendo, non funziona.
Contestare lo svuotamento delle zone rurali e delle aree interne significa mettere in discussione tutto il modello economico: la subordinazione del soddisfacimento dei bisogni alle logiche di mercato e la costante pressione sull’agricoltura e sull’ambiente che ne consegue; la concentrazione dell’educazione secondaria e universitaria in pochi poli urbani, e la separazione socio-culturale tra lavoro manuale e intellettuale che continua ad aumentare, con il primo più stigmatizzato che mai, più delegato che mai, più carente che mai, e il secondo più simile a bullshit jobs che mai; il produttivismo da burnout e l’ossessione per l’imprenditorialità, il lavoro svenduto per il profitto di pochissimi, e la monetizzazione di tutti i bisogni, anche quelli sociali; lo scollamento quasi completo delle persone dagli ecosistemi che le ospitano, e dal prendersene cura, se non per l’occasionale passeggiata voyeristica domenicale.
Questo momentum di lotta per il diritto alla casa dev’essere sì motore per ripensare le città in toto, ma anche e soprattutto per ripensare l’abitare, il vivere, il lavorare, il fare comunità su tutto il resto del territorio. «Salvare» i paesi di montagna e rurali e ridisegnare le megalopoli sono facce della stessa medaglia, e così andrebbero trattate, senza fermarsi superficialmente all’ultimo anello rotto di una catena arrugginita. Lo sfratto di persone vulnerabili nelle città è solo un’espressione acuta di processi cronici lenti e stabili che dobbiamo riportare sul piano della bilancia.
La crisi abitativa non si risolverà con un cerotto che ne tampona gli ultimi sintomi acuti: può essere arginata solo se contestiamo l’urbanizzazione selvaggia e ripensiamo radicalmente il modo in cui viviamo sui territori e in cui concepiamo l’economia, la società e l’idea stessa di una buona vita. Ed è tempo di presidiare con la stessa energia trasformativa che anima le proteste cittadine gli spazi di trasformazione sociale e reimmaginazione del futuro delle aree interne, dei paesi e delle campagne, per iniziare a dissolvere, almeno nella lotta, l’annosa e sempre più profonda frattura città-campagna, che diventa sempre più politicamente rilevante.
Da Jacobin Italia dell’8 ottobre 2026
https://jacobinitalia.it/il-lato-invisibile-della-crisi-abitativa/


