E’ un concetto sparito o per lo meno in affanno. Eppure è un concetto cruciale. Presuppone impegno e cura, relazioni e legami e non semplicemente connessioni. La comunità non è la somma di individui che stanno solo vicini. Perché un conto è partecipare ad una community, un altro è costruire relazioni e organizzare lavoro, dalla famiglia alla comunità internazionale, per migliorare il mondo. Osserva il prof. Rocco D’Ambrosio: “Tutti i ragionamenti attorno al concetto di comunità implicano una riflessione sugli intenti virtuosi, soprattutto di giustizia e amicizia, del singolo e dell’intera collettività. Nella cultura greca la comunità è la polis, dove ognuno ha un ruolo, come le membra in un corpo. Anzi Platone è molto preciso e spiega che la polis è come un uomo scritto in grande, un macroantropos, un grande uomo, per il quale naturalmente l’intento virtuoso non è secondario”.
Quando arriva il cristianesimo cosa avviene? Perché si parla subito di comunità cristiana?
“Paolo precisa che in questo corpo il capo è Cristo e gli intenti virtuosi sono quelli della sua predicazione. Il corpo cioè la comunità vive per questo. E Paolo alla cultura del tempo spiega questa fondamentale differenza nell’agorà di Atene”.
Ma anche nella comunità politica c’è un capo che indica la linea. Si può definire una comunità da ciò di cui si occupa?
“Ogni comunità ha una finalità. E ciò contribuisce a definire una comunità. Ma Paolo va oltre una questione solo strumentale e dice che i cristiani sono membri della comunità cristiana poiché possiedono lo spirito di Cristo. Insomma, non solo l’obbedienza ad una autorità definisce una comunità”.
Ma anche quelle cristiane oggi sono sfilacciate e in crisi, ripiegate in se stesse, più chiuse. Hanno tradito l’ordine biblico di occuparsi del mondo, di soggiogare la terra, secondo il Vangelo?
“La comunità cristiana vive processi di disgregazione molto simili a quelli del mondo: forte individualismo, interessi personali o al limite di un gruppo. Lo spirito di comunità è frantumato dai desideri e dal profitto di lobby organizzate, esattamente all’opposto dei richiami di Paolo a soccorrere gli ultimi, i più fragili. Oggi prevale la logica del tifo tra squadre e scivola via il monito di Paolo di essere tutti solo di Cristo”.
Ottimizzazione del benessere personale?
“Esattamente e non a caso Papa Francesco aveva invitato a chiamare la questione ecologica con il termine casa comune cioè questione di tutti. Altrimenti l’intento non è più virtuoso, ma serve a giustificare solo un proprio bisogno nei processi economici, culturali, religiosi e nelle dinamiche pubbliche”.
Vale anche per l’astensionismo?
“Sì. E’ una spia del disinteresse per la comunità. E non sorprende purtroppo più nessuno. L’astensionismo è considerato una critica a chi governa, al capo, ammessa e normale e non ci si domande invece più quanto l’astensionismo sia il prodotto di atteggiamenti personali poco responsabili e maturi”.
Quando conta la privatizzazione del pubblico indotta dai social?
“Prima di tutto dobbiamo uscire dall’inganno del mezzo tecnologico e superare l’illusione che uno smartphone definisca il nostro spazio privato. E’ esattamente l’opposto: oggi siamo sempre in piazza. Ma i rapporti virtuali generati dai social non hanno nulla a che vedere con le relazioni, le quali hanno bisogno di reciprocità, del dibattito si sarebbe detto una volta, della voce, degli sguardi, delle sfumature della postura. I social raccontano comunità apparenti, spesso fittizie. Sui social si scambiano idee, ma diacronicamente, si sparano cose in uno spazio non definito sperando che un altro l’intercetti e risponda, surrogati di relazioni. Connessi non significa essere in relazione”.
Ma servono i social a formare comunità?
“I sociologi spiegano che una comunità, per essere definita tale, deve prevedere un scambio simbolico, cioè lo scambio di tutte quelle cose immateriali, uno sguardo, una stretta di mano. Oggi nemmeno in Chiesa la gente si stringe più la mano. Quindi no, la tecnologia non serve da sola a formare comunità, serve a semplificare le comunicazioni. I gruppi di WhatsApp non sono comunità, né nelle scuole, né in parrocchia. Non servono per dialogare, per conoscere le persone e i loro sentimenti. A questo servono un tavolo e le sedie, riunirsi, guardarsi in faccia e cambiare idee, insomma vivere, agire e cambiare il mondo. Nella Chiesa una chat sui social non potrà mai sostituire un Concilio!”.
E sul piano politico? Si può parlare di comunità politica?
“Oggi chiunque si candida dal presidente degli Stati Uniti al consigliere del più piccolo comune d’Italia la prima cosa che pianifica sono i social. Crede che il martellamento sui social, lecito o illecito, sia sufficiente per portare voti. Ma non è vero: produce solo reazioni emotive e limitate, pollice verso e alto, come nelle arene romane. Oggi le comunità politiche soffrono per mancanza di vera discussione, confronto, approfondimento che si traduce, anche in questo caso, nell’insufficiente elaborazione di intenti virtuosi”.
Ci si rende conto dei guai?
“Qualcuno è consapevole e propone buone analisi. Per esempio Byung-chul Han, il filosofo sudcoreano che insegna in Germania con i suoi agili libri sul potere, la crisi della democrazia e la digitalizzazione e Michael Sandel, filosofo della politica americano con le riflessioni sulla democrazia stanca o la tirannia del merito, ma sono sempre importanti anche quelle del comunitarismo cattolico, del personalismo politico che si ispira a Mounier e Maritain. La comunità civile soffre delle stesse malattie della comunità ecclesiale, la cui principale è la sparizione di luoghi di formazione e di discussione libera. Per esempio: abbiamo mai discusso su come abbiamo vissuto il tempo del Covid al di là della contrapposizione vax o no vax? Finito il Covid avevamo tutti fretta di tornare alla normalità e di ri-ottimizzare il benessere. Ma la ferita aperta dalla pandemia sulle relazioni sta ancora lì e non è un caso che il numero delle presenze nelle chiese e in tutto ciò che è comunitario è sceso in modo drammatico. Oggi solo il divertimento riempie gli spazi. Questa è la tragica realtà”.
Su cosa va puntata la formazione?
“Sullo sforzo per trasformare le comunità, per rendere le persone capaci di superare esasperazioni e polarizzazioni e in grado dunque di elaborare intenti virtuosi per il bene di tutti e non solo di alcuni. E poi occorre puntare sul lavoro, sull’ordine biblico di trasformare la terra, soggiogarla perché sia migliore per tutti. Ma come si fa se non rendendo il lavoro e i suoi luoghi comunità di pensiero di azione? Abbiamo dimenticato troppo in fretta l’insegnamento e le sollecitazioni di Adriano Olivetti. Quali sforzi facciamo per rendere il luogo di lavoro una comunità? Quali sforzi per rendere il creato intero luogo di testimonianza, dove si deve operare con responsabilità, maturità e competenza, secondo l’ordine biblico, e non come vipere? Accade anche a qualche credente, che però poi va in chiesa come se nulla fosse accaduto. Oggi quello che manca è la debolezza culturale dell’educazione. Ma la trasmissione di un’idea di bene, perché alla fine questo significa educazione, funzionerà solo se avviene in un quadro di relazioni vere senza le illusioni determinate dai social”.
Alberto Bobbio [giornalista vaticanista, Roma]
Riquadro:
Rocco D’Ambrosio insegna Filosofia politica alla Pontificia Università Gregoriana e Etica della Pubblica Amministrazione presso il Ministero dell’Interno e all’Accademia Alfonsiana di Roma. Collabora sui temi dell’etica politica e pubblica con diverse istituzioni civili e ecclesiali. Presiede l’associazione “Cercasi un fine” (www.cercasiunfine.it), impegnata nella formazione politica e in corsi di italiano per i migranti stranieri con un sito ricco di riflessioni sull’attualità. Ha scritto libri sulla formazione, sulla corruzione politica e le istituzioni. Tra le sue ultime opere “Il potere. Uno spazio inquieto” e “L’etica stanca – Dialoghi sull’etica pubblica”.
fonte: L’eco di Bergamo del 7.12.2025


