Un tonfo secco, un bastone pesante che segna l’inizio di un film epico. Prima ancora delle immagini, prima ancora della chiarezza dello schermo, in principio è il suono, in principio è il tuono. Rumore di tuono che apre l’Odissea di Cristopher Nolan, nelle sale cinematografiche questi giorni. Un film epico sia nel tema trattato sia nella costruzione e ricostruzione dei personaggi e delle scene. Un film epico perché l’epica non è solo un racconto che si perde nell’antichità, ma un messaggio vivo che ha ancora da dire molto alla nostra società e alla nostra civiltà. Infatti, l’Odissea di Nolan non è solo una narrazione letteraria ma una traccia politica del nostro essere Occidente, della nostra civiltà e di ciò che intendiamo per civiltà. L’inizio della pellicola è riservato alla narrazione epica, all’aedo che batte con un pesante bastone sul tavolo per raccontare il Canto di Ulisse, della caduta della città di Troia e delle imprese degli eroi. Una sorta di versione ufficiale degli avvenimenti, delle imprese eroiche dei vari personaggi. E i vari personaggi ed eroi che si accavallano sulla scena non sono casuali, ma sembra che ognuno abbia non solo un proprio ruolo, ma una propria storia interpretativa che sorge dai film vissuti. È come se ogni personaggio principale dell’Odissea di Nolan fosse interpretato da un attore che ha già alle spalle personaggi definiti in altri film. Attori che, in qualche maniera, sono oggi identificabili attraverso altri personaggi di film, attori che provengono da altre imprese/film epici e che si ritrovano tutti nel grande racconto di Nolan.
Matt Damon, nel personaggio di Ulisse che fa fatica a ricordare, che non vuole ricordare, le cui responsabilità sono così tante e pesanti che preferisce mangiare il fiore di loto sull’isola di Calipso che affrontare nuovamente il mare, fidarsi per tornare a casa. Matt Damon è il volto di Jason Bourne, che nel primo film della saga non ricorda nulla del proprio passato e dopo essere stato recuperato da un peschereccio nel Mediterraneo durante una tempesta intraprenderà un nuovo viaggio per scoprire chi egli sia.
Tom Holland, nel ruolo di Telemaco, il giovane figlio di Ulisse che cerca informazioni utili su suo padre, incerto se prendere il trono, sospeso fra il diventare adulto e l’impotenza del ragazzo dinanzi ai pretendenti di Penelope. Volto iconico dell’attuale Spiderman che, nella saga di Avengers per Marvel, è l’eroe sospeso fra la sua giovane età, le sue responsabilità di eroe e la figura “paterna” e “adulta” di Iron Man. Sia Telemaco sia Spiderman alle prese con una eredità pesante lasciata dai padri, da cogliere ma anche da ripensare.
Anne Hathaway ritornata sulle scene con il Diavolo veste Prada 2, impersona una Penelope continuamente alle prese con i tessuti, con un’arte del filare e sfilare, tessere e disfare, esattamente come la fugacità della moda, di ogni moda. Una regina che governa ma che, agli occhi degli uomini è completamente trasparente in quanto governa da un trono vacante, sempre tesa verso una mancanza, verso la mancanza di Ulisse, di un senso a tutto quello che viene e avviene. In una casa assediata e con la paura dei popoli del mare.
Robert Pattinson, il nuovo volto di Batman, il cavaliere oscuro. Pretendente alla reggia come Antinoo, capo dei Proci e maggior pretendente al trono. Un eroe e, al tempo stesso, un antieroe, che tiene a bada gli altri pretendenti e che architetta anche l’uccisione di Telemaco. Eroe da una parte ma alle prese con scelte eticamente discutibili, esattamente come Batman, costretto dalle necessità a diventare il Cavaliere Oscuro, il Pretendente che occupa uno spazio e governa su tutti gi altri.
Lupita Nyong’o nel doppio ruolo di Elena e Clitemnestra è una figura che non ricalca i canoni classici della bellezza. Eravamo rimasti ad una Elena bionda con gli occhi azzurri, mentre ci ritroviamo dinanzi ad una Elena nera, sfregiata, imprigionata in una grande gabbia dorata, simboleggiata anche dal suo vestito durante la partenza di Menelao. Una donna schiava, come Epsey, la donna nera che subisce maltrattamenti e abusi in 12 anni schiavo.
Zendaya Maree Stoermer Coleman, bussola morale nei film di Spiderman nel ruolo di M J Watson e di Chani nella trilogia di Dune, la ritroviamo nel ruolo di Atena, la saggia dea che accompagna Ulisse per tutto il viaggio, fino a casa.
Charlize Theron nel ruolo di Calipso è la ninfa che proviene da una serie di film epici, i quali hanno segnato la storia del cinema contemporaneo da L’avvocato del Diavolo a Old guard, dove la difesa delle proprie posizioni, l’immortalità, la spiegazione calma e pacata e la capacità di guarire e prendersi cura delle ferite caratterizzano la relazione fra la Ninfa e Ulisse.
Benny Safdie, il quale non è un attore ma un regista, impersona il ruolo di un Agamennone che si impone sulla scena con la sua presenza, non con la parola. È il grande regista della Guerra di Troia, il potere muto che terrorizza solo con la sua monumentale presenza, simboleggiata dall’armatura esagerata rispetto a tutti gli altri guerrieri. È il regista, il capo, il condottiero, senza volto e brutalmente ucciso nel momento in cui è più nudo e disarmato, nel letto di casa sua. L’eroe degli eroi che parla solo da morto, nell’incontro con Ulisse nell’Ade.
Infine, ma potremmo continuare, Jonathan Edward Bernthal volto di The Punisher, l’agente che perde tutta la sua famiglia e che trova la sola motivazione per vivere nella vendetta contro i suoi nemici. Lo vediamo nel ruolo di un Menelao che è tornato dalla Guerra di Troia, consapevole della morte di suo fratello Agamennone per tradimento. Lo vediamo accogliere Telemaco durante una festa di famiglia con una schiava Elena al suo fianco.
L’elenco potrebbe ancora continuare ma è interessante notare come tutti i fili si intreccino in un grande canto epico, in una grande saga in cui l’attore e il personaggio si confondono, in cui volti ritorno su risvolti epici, quasi come se ognuno fosse ingabbiato nel suo ruolo, nella costruzione di una civiltà che si rivela, appunto, come un cavallo di Troia. È qui la dimensione, a mio parere, più politica del film. La grande civiltà epica dell’Occidente, con i suoi nuovi eroi cinematografici, con le sue narrazioni di superiorità, violenza, impotenza, amore e forza, ecco che si ritrova alle origini, nella notte dei tempi. Una civiltà cinematografica e occidentale fondata sull’ingegno, sulla tecnologia, sulla conquista. Una civiltà da raccontare nei poemi ma che, tuttavia, si sente costantemente minacciata dai popoli del mare, da genti non conosciute, da popoli che provengono da un altrove e che rischiano di minacciare la civiltà occidentale, l’epica del racconto fondato sulla superiorità. Una civiltà epica che, tuttavia, nel racconto torna sempre sulla caduta di Troia. Una scena che ritorna costantemente, in cui Ulisse vede bruciare la città, sterminare donne e bambini, riversare dieci anni di rabbia dentro le mura della città. Ulisse vede tutto questo e si accorge che, forse, quella grande civiltà di cui egli fa parte è semplicemente una civiltà che razzia e conquista, che stermina e uccide le altre popolazioni pur di avere il controllo sul territorio. Una civiltà che non si arresta dinanzi a nulla, neanche al sacrificio dei propri figli, come testimonia Agamennone con Ifigenia. Una grande civiltà che si rivela essere costruita sulla schiavitù, lo sterminio, il genocidio delle altre popolazioni. Una civiltà occidentale che, infine, nel racconto di Ulisse, si rivela essere quei popoli del mare, colonizzatori, massacratori, seduti su migliaia di cadaveri e capaci di distruggere intere popolazioni e civiltà non ritenute alla propria altezza. È questo il motivo che Nolan pone al lungo viaggio di Ulisse. Una coscienza che pesa, come se avesse dato il via alla dissacrazione di tutte le norme comunitarie in favore della guerra e della violenza e che rivela il vero volto della civiltà occidentale: un grande Cavallo di Troia.
[presbitero, dottorando, socio CUF]


