Un’ enciclica “antagonista” e un’enciclica “contro ogni paura”. Il professor Rocco D’Ambrosio, docente di Filosofia della politica alla Pontificia Università Gregoriana commenta “Magnifica Humanitas” di Papa Leone XIV e ne spiega la novità: “Il Papa legge la situazione contemporaneo con la preoccupazione di chi vede un declino dell’umanesimo ed è convinto del rischio di diventare più disumani. La sua richiesta di restare umani è un richiamo alla dignità nell’era della brutalità”.
Professor D’Ambrosio, eppure definisce l’umanità magnifica. Una contraddizione?
“Per qualcuno sì. Ma è la contraddizione del Vangelo, l’antagonismo del cristianesimo. La persona umana combina molti guai, è segnata dal peccato, si dice in termini teologici, ma è anche capace di magnifici gesti di bontà e nonostante tutto va avanti, perché crede nella costruzione del Regno di Dio, lavora per la giustizia e la solidarietà”.
Quindi i giudizi così taglienti del testo sono giustificati…
“Le analisi sugli effetti drammatici del paradigma tecnocratico sono perfette. I giudizi, anche radicali, fanno parte della libertà del cristiano. L’enciclica ha in sé un equilibrio sorprendente che deriva al Papa dalle sue tre radici culturali. Non è solo americano, la sua formazione di agostiniano è avvenuta in Italia, radici europee e poi l’America latina dove è stato missionario e vescovo. La sintesi delle culture permette a Prevost l’osservazione da vari punti di vista, molto più obiettivo anche nei confronti della cultura statunitense. Poliedrico, per usare un termine di Francesco”.
A quale enciclica sociale assomiglia più da vicino la Magnifica humanitas?
“Riprende molto concetti e, a volte, i toni della Populorum progressio di Paolo VI. Montini diceva che lo sviluppo è avere di più e sapere di più e poi che lo sviluppo è il nuovo nome della pace. Il sapere di più al tempo di Paolo VI non era quello tecnologico, ma legato alla tecnica. Le comunicazioni nel 1967 non erano quelle di oggi. Non c’era Internet. Leone, a mio parere, prosegue la riflessione, perfetta linea di continuità, anzi una sorta di capitolo due, ma con l’aggiunta dell’intuizione e della denuncia di Papa Francesco nella Laudato sì sulla pervasività del potere tecnocratico, che nel 1967 era impossibile prevedere”.
Leone dà nomi e cognomi al paradigma tecnocratico. Un passo avanti rispetto a Francesco?
“Sì, perché quando Francesco ne parlò il processo stava iniziando. Oggi siamo molto più avanti. Il filosofo Byung-Chul Han nato in Corea e naturalizzato tedesco, che insegna a Berlino e si occupa anche delle non cose cioè della transizione dagli oggetti fisici al mondo digitale, quando parla dell’intelligenza artificiale associa ad essa sempre la questione dei big data. Quando Francesco scrive c’è l’intelligenza artificiale, ma siamo all’inizio della gestione delicata, incerta e controversa dei big data. Oggi assistiamo ad un poderoso balzo in avanti del ruolo dei possessori di dati. E Leone lo dice senza alcun timore quando parla della tendenza a dare troppo spazio alla logica dell’efficienza, del controllo e del profitto, tutte questioni che riguardano la gestione dei grandi dati da quelli sanitari a quelli militari”.
Il passo decisivo di una nuova colonizzazione?
“E’ evidente e il Papa lo scrive con severa lucidità. Il colonialismo classico lo facevano gli Stati, oggi siano di fronte alla colonizzazione cognitiva. In più c’è la colonizzazione del pubblico da parte dei privati. I dati militari sono tutti in mano ai privati, perché i satelliti sono privati. E’ cambiata la logica. Mentre prima erano le autorità nazionali e dare appalti ai privati per gestire un servizio, ora sono le industrie private ad offrire i dati agli Stati, sapendo che senza di essi i governi sarebbero ciechi. Rischiamo l’oligarchia di tecnocrati che tengono in ostaggio gli Stati. Vuole un esempio? Musk un giorno nel pieno della guerra decise di spegnere i suoi satelliti sull’Ucraina e quel giorno Kiev fu pesantemente bombardata”.
Quando il Papa insiste sul controllo dello Stato sui big data che operazione fa?
“Dottrinalmente nessuna novità. L’autorità politica, come dice il Concilio, è legittima custode del bene collettivo. Nel momento in cui non controlla più alcuni processi decisivi per lo sviluppo e diventa ostaggio di un pugno di privati il Papa lo denuncia. Così come fa bene ad insistere sulla colonizzazione cognitiva, argomento su cui manca consapevolezza. Quando mettiamo in mano ad un bambino uno smartphone non rischia solo un danno agli occhi, ma gli si impone un modo di ragionare. Il risultato? I giovani faticano a leggere e scrivere testi lunghi, uno tra i danni segnalati dal Papa”.
E a livello globale?
“L’intelligenza artificiale rischia di omologare le culture. La professoressa congolese Lushombo lo spiegato alla presentazione dell’enciclica. I miei studenti africani hanno notato che in alcuni Paesi molti giovani sono impiegati ad inserire dati di intere biblioteche locali, antichi manoscritti e immagini per l’intelligenza artificiale che poi, con tutti i rischi che il Papa spiega, loro useranno”.
Il messaggio finale dell’enciclica qual è?
“Attenti alle res novae. Quella del Papa è opposizione critica, che riconosce il valore e i pericoli delle res novae. Li denuncia e non si limita alla consolazione. Poi ricorda che le macchine fanno i conti e il giudizio morale non è un conteggio. Chiede di non semplificare e di rendersi conto della complessità della situazione e delle soluzioni. Infine, insiste sulla responsabilità di ognuno e di ogni istituzione di proteggere la dignità dell’uomo non dall’intelligenza artificiale, ma al tempo dell’intelligenza artificiale”.
Alberto Bobbio
Fonte: “Eco di Bergamo” del 22 giugno 2026, p. 31


