L’Associazione Avvocate ed Avvocati per la Costituzione nasce come gemmazione del comitato spontaneo nato dal basso, con l’adesione di 450 avvocati del distretto di Bari, per difendere la Costituzione nel recente referendum sulla giustizia, in cui hanno vinto i princìpi supremi dell’ordinamento costituzionale e la partecipazione popolare. Oggi è necessario proseguire nella lotta per la difesa ed attuazione della Costituzione di fronte ad una vera e propria emergenza democratica, con il concreto pericolo di alterazione dell’equilibrio dei poteri e di violazione dei princìpi costituzionali sulla rappresentanza e sull’uguaglianza del voto dei cittadini, derivante dall’eventuale approvazione della legge elettorale in discussione in Parlamento. In tal senso è pienamente condivisibile l’allarme democratico lanciato dagli oltre 158 costituzionalisti su tale proposta di legge, che ha un’elevata valenza costituzionale.
Innanzitutto ritengo che, alla luce del dettato costituzionale, il problema principale in materia elettorale sia quello di rendere concreta la rappresentanza politica e di contrastare il sempre più incalzante e preoccupante astensionismo da parte dei cittadini evidenziato dalle ultime competizioni elettorali. Le leggi elettorali nazionali hanno come propria ratio quella di eleggere e scegliere in modo effettivo i rappresentanti dei cittadini nel Parlamento e non già quella di eleggere i governanti e tanto meno quella di nominare un capo (diceva Kelsen che in democrazia non esistono capi).
Infatti il Parlamento ha una sua centralità nel disegno costituzionale, oggi sempre più messa in discussione dal Governo con l’abuso dei decreti-legge e dal ricorso al voto di fiducia. Nella Costituzione è il Parlamento e non il Governo a rappresentare la sovranità popolare, la quale si esercita attraverso il confronto fra sensibilità differenti come avvenne nell’Assemblea Costituente.
Né tanto meno la funzione primaria della legge elettorale è quella di garantire la stabilità del governo, che è al contrario rimessa agli indirizzi politici coerenti, che vengono discussi e definiti nel Parlamento.
Diceva Pietro Ingrao che “anche la legge elettorale deve essere adeguata alla centralità dell’istituzione rappresentativa. Il modo in cui si formano le Assemblee elettive orienta le scelte dei partiti, il loro modo di organizzarsi, di scegliere i propri dirigenti, di rivolgersi all’opinione pubblica e costruire partecipazione e consenso”. Cambiando sistema elettorale, come già avvenuto con le riforme del passato, si è modificata non solo la composizione, ma la funzione del Parlamento: “da luogo di esercizio della sovranità popolare è divenuto sede di ratifica delle decisioni del governo” (Pietro Ingrao).
Come si può realizzare il coinvolgimento delle classi popolari nella formazione delle scelte, costruendo il necessario raccordo tra la loro azione politica e le istituzioni, se non si garantiscono trasparenza e libertà di confronto nelle Assemblee elettive?
Se ci rassegniamo alla riduzione della rappresentanza a pura delega, mentre invece è una relazione attiva, accettiamo di fatto che la politica abdichi al suo compito con pesanti ripercussioni soprattutto per le classi subalterne.
Anche nelle sentenze della Consulta n. 1/2014 e n. 35/2017 in materia elettorale sono stati sottolineati, vuoi il valore primario della rappresentanza, vuoi la natura di diritto fondamentale del diritto di voto.
Secondo Corte cost. n.1/2014, da un canto, “il voto.. «costituisce il principale strumento di manifestazione della sovranità popolare secondo l’art. 1 della Costituzione»), dall’altro, “ le disposizioni in esame non impongono il raggiungimento di una soglia minima di voti alla lista (o coalizione di liste) di maggioranza relativa dei voti; e ad essa assegnano automaticamente un numero anche molto elevato di seggi, tale da trasformare, in ipotesi, una formazione che ha conseguito una percentuale pur molto ridotta di suffragi in quella che raggiunge la maggioranza assoluta dei componenti dell’assemblea. Risulta, pertanto, palese che in tal modo esse consentono una illimitata compressione della rappresentatività dell’assemblea parlamentare, incompatibile con i principi costituzionali in base ai quali le assemblee parlamentari sono sedi esclusive della «rappresentanza politica nazionale» (art. 67 Cost.), si fondano sull’espressione del voto e quindi della sovranità popolare, ed in virtù di ciò ad esse sono affidate funzioni fondamentali, dotate di «una caratterizzazione tipica ed infungibile» (sentenza n. 106 del 2002), fra le quali vi sono, accanto a quelle di indirizzo e controllo del governo, anche le delicate funzioni connesse alla stessa garanzia della Costituzione (art. 138 Cost.): ciò che peraltro distingue il Parlamento da altre assemblee rappresentative di enti territoriali”.
Secondo Corte cost. n. 35/2017 “in una forma di governo parlamentare, ogni sistema elettorale, se pure deve favorire la formazione di un governo stabile, non può che esser primariamente destinato ad assicurare il valore costituzionale della rappresentatività”.
In conclusione la Costituzione non è un ferro vecchio, né un pezzo di carta, ma una profonda innovazione, che ha pesato nella vita del Paese. Essa vive per come la facciamo vivere e dunque è lotta, è uno strumento democratico e non violento nelle mani dei cittadini.
Per questo di fronte a questa emergenza democratica, da un canto, è necessaria una forte mobilitazione della società civile e delle associazioni, che in concorso con i partiti, come avvenuto in occasione del referendum sulla giustizia, difenda i princìpi costituzionali ed arresti questa deriva. Dall’altro, ove la riforma fosse approvata, è auspicabile che possano intervenire celermente i custodi della Costituzione, pur nella consapevolezza dei limiti costituzionali del loro intervento.
Concludo riportando un passo quanto mai attuale del discorso del 4.3.1947 alla Costituente di Piero Calamandrei, il cui nome è stato citato a sproposito giorni fa da un ex giudice costituzionale in relazione al ruolo costituzionale del Presidente della Repubblica : ”Questo che noi facciamo è il lavoro che un popolo di lavoratori ci ha affidato, e bisogna sforzarci di portarlo a compimento meglio che si può, lealmente e seriamente. Non bisogna dire, come da qualcuno ho udito anche qui, che questa è una Costituzione provvisoria che durerà poco e che, di qui a poco, si dovrà rifare. No: questa deve essere una Costituzione destinata a durare. Dobbiamo volere che duri; metterci dentro la nostra volontà. In questa democrazia nascente dobbiamo crederci, e salvarla così con la nostra fede e non disperderla in schermaglie di politica spicciola e avvelenata. Se noi siamo qui a parlare liberamente in quest’aula, in cui una sciagurata voce irrise e vilipese venticinque anni fa le istituzioni parlamentari, è perché per venti anni qualcuno ha continuato a credere nella democrazia, e questa sua religione ha testimoniato con la prigionia, l’esilio e la morte …… A noi è rimasto un compito cento volte più agevole; quello di tradurre in leggi chiare, stabili e oneste il loro sogno: di una società più giusta e più umana, di una solidarietà di tutti gli uomini, alleati a debellare il dolore”.
Roberto Savino
[avvocato, socio e docente CuF, Bari]


