Esiste una narrazione secondo cui si sarebbe creato una sorta di “partito” dei magistrati, contrari alla riforma costituzionale per ragioni di tutela dei propri privilegi. Esiste anche la narrazione secondo la quale gli avvocati sarebbero più o meno tutti favorevoli alla riforma e che essa romperà il presunto strapotere della magistratura e le pratiche di scambi di influenze per posizioni di carriera e che per questo la giustizia migliorerà. Si tratta di narrazioni del tutto propagandistiche.
Esiste invece una plurale società civile che lungi dal considerare innovativa la riforma proposta dal governo, la reputa regressiva e pericolosa per la nostra democrazia. L’indipendenza della magistratura non è un privilegio dei giudici, ma una garanzia per i cittadini dagli abusi del potere.
Viviamo in un contesto internazionale estremamente preoccupante. L’ordine mondiale costruito intorno a delicati equilibri – a volte inefficaci, ma riconosciuti – cristallizzati nel sistema di sicurezza delle Nazioni Unite è tramontato. C’è una guerra nel cuore dell’Europa e l’Unione Europea non è stata in grado di porsi come soggetto diplomatico di mediazione. Abbiamo assistito per tre anni al genocidio del popolo palestinese, perpetrato da Israele. Le ordinanze cautelari già rese dalla Corte Internazionale di Giustizia sono state disattese da Israele, le cui fonti istituzionali oggi confermano il numero di morti a Gaza in 71.000, senza contare i dispersi, senza che quasi nessun governo occidentale proferisse verbo. La strage continua oggi sotto un nuovo protettorato coloniale, il cd Board of Peace, nel quale il governo italiano non vede l’ora di entrare ma – lamenta – gli è impedito dalla Costituzione. Gli Stati Uniti tornano a intervenire direttamente in America Latina addirittura con la “esfiltrazione” di un capo di Stato, minacciano di invadere la Groenlandia e intanto nel loro territorio le forze federali uccidono per strada cittadini americani.
In Italia un Ministro della Repubblica, il Ministro degli Affari Esteri Tajani, afferma che “il diritto internazionale vale fino a un certo punto”. Nel diritto forma è sostanza. Dunque affermare che il diritto internazionale è fragile significa affermare tout court che il diritto è fragile. E tale fragilità mette in discussione lo stato di diritto non solo sotto il profilo tecnico ma in senso culturale.
E questa è la ragione fondamentale per la quale in questa fase storica non è opportuno modificare la Carta Costituzionale, nei suoi tratti distintivi. Ciò che la riforma mette a repentaglio, infatti, è lo stato di diritto, fondato – nelle democrazie moderne – sulla divisione dei poteri. La delegittimazione del potere giurisdizionale ad ogni livello deve preoccuparci.
La riforma lo fa sottilmente, nel metodo e nel merito.
Mina la democrazia nel metodo, perché presenta agli elettori un testo che è arrivato in Parlamento blindato dal Governo, ed è stato approvato senza discussione, senza consentire emendamenti, senza dibattito parlamentare, da una maggioranza insufficiente a varare una modifica costituzionale, che richiede la maggioranza qualificata dei due terzi del parlamento e che, non avendola, richiede il passaggio popolare. Un passaggio fondamentale, poiché non è previsto alcun quorum e anche un solo voto in più o in meno può segnare le sorti dell’assetto costituzionale. Per queste ragioni, chi è contrario alla riforma non può restare inerte: andare a votare NO è necessario, perché non votare equivale a votare SI.
Perché questa riforma mina la democrazia anche nel merito.
Occorre mettere risorse sul sistema giurisdizionale, aumentando il personale, migliorando i sistemi informatici che si bloccano ogni settimana, pagando dignitosamente il patrocinio a spese dello stato, lasciando che l’avvocato e il giudice facciano il proprio lavoro, entrando nel merito delle questioni, invece di pretendere atti a stampone in nome di una presunta produttività per la quale i magistrati sono già soggetti a valutazione.
Invece il governo intacca lo stato di diritto e il delicato equilibrio dei poteri dello Stato delineato dai costituenti. Afferma di voler aumentare le garanzie per i cittadini, ma non interviene sul processo (per cui basta una legge ordinaria). Interviene invece sulla parte della Costituzione che delinea gli equilibri tra i poteri dello Stato: la struttura elaborata dal pensiero classico, secondo cui perché vi sia democrazia il potere legislativo, quello esecutivo e quello giurisdizionale devono essere separati.
L’organo che garantisce l’autonomia e l’indipendenza (e dunque la terzietà) della magistratura nell’attuale assetto costituzionale è il Consiglio Superiore della magistratura, deputato all’amministrazione dell’ordine giudiziario (scatti di carriera, trasferimenti, sanzioni, disciplina): l’autogoverno. Il CSM è già un organo misto, eletto nella parte composta da magistrati dal corpo della magistratura tutta (giudicante e requirente) e nella parte laica (non togata) dal Parlamento.
È chiaro a chiunque che scindere un organo per crearne due, un CSM per la magistratura giudicante e un CSM per la magistratura requirente, sottraendo a entrambi la funzione disciplinare – demandata nella riforma a un terzo organo, l’Alta Corte, anch’esso misto – significa indebolirlo, ponendo finanche i due organi in potenziale contrapposizione.
Ma vi è di più: la rappresentanza della magistratura sarebbe composta mediante sorteggio. Si afferma che tale criterio serva a rompere gli schemi correntizi della magistratura. Senonché non si adotta lo stesso sistema per la componente laica, che verrebbe sì estratta a sorte ma in una lista composta per elezione dal Parlamento. E soprattutto, in tal modo, si conferisce dignità costituzionale a un criterio, quello del sorteggio, che non ha nulla di democratico e che priva del diritto di autodeterminazione (e di voto) una parte della popolazione rispetto all’organo che la governa, eliminando il rapporto di rappresentanza insito nell’elezione tra rappresentati e rappresentanti. Garantendo l’autonomia e della magistratura l’indipendenza “solo fino a un certo punto” (cit.), il processo ne risulterà tutt’altro che più garantista, ma al contrario assai meno giusto.
Da ultimo, la separazione delle carriere di pubblici ministeri e giudici – motivata dal governo e dai fautori del SI con l’idea che la commistione vizi la parità delle parti – è dannosa. Intanto perché la separazione delle funzioni (e non delle carriere) esiste già: il passaggio di funzioni è consentito, ma una sola volta nel corso dell’intera carriera e già adesso la percentuale di magistrati che opta per una funzione diversa è minima. Ma nell’equilibrio delle parti non va trascurato che la pubblica accusa rappresenta lo Stato e fa l’interesse della legge, rendendosi garante anche dell’attività di indagine, finché e solo finché non dovrà rendere conto di quante condanne otterrà. Inoltre il p.m. – proprio per questa condivisione di mentalità con il giudice – espleta una funzione pubblica di garanzia anche nei procedimenti civili (ad esempio nei procedimenti in materia di famiglia e per i minori), a presidio di interessi superiori, non sempre rappresentati dalle parti private nel processo. In un contesto di netta separazione, invece, il pubblico ministero rischia di diventare, contrariamente alle intenzioni dichiarate, un inquirente puro – con un balzo indietro rispetto al passaggio al sistema accusatorio e al giusto processo faticosamente conquistati. L’esclusività del tratto inquirente, inoltre, in un contesto di autogoverno menomato, quale è quello che emerge con l’introduzione del sorteggio, renderebbe le procure sensibili all’indirizzo politico, atteso che invece la componente laica dell’organo di governo sarebbe viceversa (sorteggiata, sì, ma in una rosa) elettiva, scelta dal Parlamento. Tutto questo, infine, con troppe deleghe in bianco a future leggi ordinarie. Le ipotesi di togliere ai PM la polizia giudiziaria e riportarla sotto il controllo ministeriale, che trapelano dal governo, poi vieppiù preoccupano: le indagini addirittura sarebbero orientate dall’apparato amministrativo (e quindi politico). Chi indagherà sull’ipotesi di caporalato a carico di Glovo o Deliveroo?
Mentre si discute di quanto sia giusta o meno questa riforma, il Parlamento è sempre più espropriato di poteri, organo ormai di ratifica dei disegni di legge (quando non direttamente dei decreti legge) provenienti dal governo, composto di individui di dubbia indipendenza, perché selezionati da partiti ormai delegittimati con un sistema elettorale che ha già di fatto deprivato i cittadini del diritto di voto. Il potere esecutivo è ormai strabordante. Nel frattempo viene pubblicato l’ennesimo decreto sicurezza, è stato appena eliminato il patrocinio a spese dello stato per i procedimenti di opposizione ai decreti di espulsione (= si legga che i migranti sono stati privati del diritto di difesa) ed è appena passata alla Camera la legge che istituisce la figura dei lobbisti, per i quali la massima sanzione prevista in caso di infedeli dichiarazioni è una multa di 5000 euro. Gli interessi di chi fa questo governo?
A chi toccherà subire un’indagine priva di garanzie? E per quali reati? Con quale priorità? A chi toccherà domani l’eliminazione surrettizia del diritto di voto?
(Avvocati per il NO)


