Staged, è la parola che rimbomba ovunque sui media: un attentato costruito a tavolino per distrarre l’attenzione degli americani dai guai del presidente — la guerra in Iran, Epstein — e fargli recuperare almeno parte della popolarità perduta. È un’onda che parte da X, la rete di Elon Musk (sedicente sacerdote di un’assoluta libertà d’espressione, falsità comprese) e arriva, attenuata ma insinuante, fino ai grandi giornali: abituate da anni a sottoporre a fact checking le affermazioni di Donald Trump per dimostrare che mente, queste gloriose testate ora non accusano, ma disseminano gli articoli di indizi che possono far sorgere qualche dubbio.
Nulla di concreto, al momento, giustifica questi sospetti, ma la sparatoria dell’Hilton di Washington non è solo una conferma del baratro di violenza politica nel quale sta scivolando l’America tra tentativi ripetuti di uccidere Trump, assassini e ferimenti di esponenti politici in vari Stati, fino alla famiglia del governatore della Pennsylvania che ha rischiato di morire nel rogo della sua casa, data alle fiamme da un attentatore.
Bisogna anche riflettere su quanto sia divenuto difficile dare credito ai fatti reali, verificati, sotto la pressione di reti sociali invase da anni da teorie cospirative diffuse soprattutto dalla destra radicale: teorie spesso riprese e amplificate dallo stesso Trump.
Temiamo da tempo di perdere la bussola della verità, la capacità (e anche la volontà) di capire cosa è accaduto realmente, persi nel labirinto dei complotti narrati in modo seducente, di immagini e filmati fake costruiti con l’intelligenza artificiale e anche di teorie sui «fatti alternativi» a suo tempo formulate proprio dalla Casa Bianca trumpiana. Ma qui si dubita anche di fatti che sono avvenuti sotto gli occhi di centinaia di giornalisti, durante le dirette televisive delle reti americane.
Trump vittima di un annebbiamento della realtà da lui stesso alimentato? Sì, salvo che vittima forse non è la parola giusta. Una volta sventato il pericolo costituito dall’attentatore, il presidente esce da questo attacco con un recupero di popolarità, e, quindi, un guadagno in termini politici: ora può sperare di spezzare quella spirale di perdita di consensi iniziata da tempo con Epstein, col malessere economico e divenuta ora vorticosa con la guerra in Iran. Durante il rischiosissimo recupero dei piloti Usa abbattuti in Iran, Trump ha visto addirittura aleggiare su di sé lo spettro di Jimmy Carter: il presidente democratico il cui destino politico, alla fine degli anni Settanta, fu segnato dall’umiliante sequestro del personale dell’ambasciata americana di Teheran, tenuto in ostaggio per 444 giorni e dal fallimento del blitz tentato per recuperarli. Secondo alcuni sondaggi gli indici di popolarità di Trump sono già scesi quasi ai livelli di Carter: poco sopra il 30%.
L’attentato di Butler, nel luglio del 2024, dette una spinta formidabile alla campagna elettorale del candidato repubblicano: quella di lui sanguinante col pugno alzato che gridava la sua volontà di combattere mentre le guardie del corpo lo trascinavano via, è diventata l’immagine simbolo della sua corsa verso la riconquista della Casa Bianca.
Ora i suoi sperano che anche il dramma sfiorato all’Hilton possa essere altrettanto tonificante. Certo, nelle primissime ore c’è stato il fuoco di sbarramento dello scetticismo, quando sembrava che la cena dei corrispondenti potesse subito riprendere in quella che era, tecnicamente, la scena di un’indagine criminale. E, poi, le speculazioni sulla portavoce del presidente, Karoline Leavitt, che, pochi minuti prima dell’attentato, annunciava alla Fox che la stava intervistando: «Sentirete forti colpi sparati in sala». Parlava di quelli dialettici di Trump contro la stampa nel discorso davanti ai corrispondenti accreditati presso la Casa Bianca, ma la coincidenza era troppo ghiotta per non ricamarci sopra. Meno nitido un altro episodio, sempre con al centro la Fox, che ha bruscamente tolto la parola a una sua giornalista che parlava dall’Hilton. Aisah Hasnie stava raccontando che il marito della Leavitt, suo vicino al tavolo del gala, poco prima della sparatoria le aveva detto dei suoi timori per la sicurezza e l’aveva invitata a stare in guardia.
Episodi passati in secondo piano quando, cancellato definitivamente l’evento, Trump ha convocato una conferenza stampa notturna dimostrando sangue freddo e sfoderando le sue migliori capacità mediatiche. A lungo criticato anche per linguaggi e comportamenti considerati da molti un oltraggio alla solennità del ruolo affidatogli dal popolo americano, l’altra notte The Donald è stato sorprendentemente «presidenziale»: elegante nello smoking del gala e senza l’onnipresente cappellino rosso Maga, ha parlato in modo pacato: niente toni drammatici da martire e non ha insistito sul colore politico, presumibilmente di sinistra, dell’attentatore californiano, liquidato come un poveretto malato. E poi, ribadita l’intenzione di non farsi condizionare da atti violenti nella gestione del conflitto iraniano, ha perfino riempito di complimenti i giornalisti, da tempo criminalizzati, bollati come «nemici del popolo», oggetto di dure rappresaglie: dalle cause con la richiesta di danni miliardari alla minaccia di spegnere le tv nemiche togliendo loro le frequenze di trasmissione.
Alla fine anche un po’ di autoironia: il gala verrà riprogrammato, ha detto, ma ormai non potrà più pronunciare il discorso pieno di accuse alla stampa che aveva preparato. Userà un linguaggio più blando e questo, ha concluso, «renderà tutto più noioso». Ma Trump ormai lo conosciamo bene: ogni tanto prova a essere disciplinato, seguendo il copione preparato, ma non dura. Prima o poi torna a farsi guidare dai suoi istinti, a improvvisare. Nei comizi a volte funziona. Contro i pasdaran un po’ meno.
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