L’Appuntamento è il titolo italiano di un film del 2022 diretto dalla regista macedone Teona Strugar Mitevska. Mi è capitato di vederlo al termine di una rassegna cinematografica al teatro Odeion di Giovinazzo. Un’esperienza virtuosa di cineforum in una periferia italiana, ma le periferie sono davvero così periferiche ormai? Forse tutto ciò che è piccolo, sperduto, apparentemente invisibile, se ha da dire qualcosa di nuovo, non solo può diventare “caput mundi” grazie alle reti mediatiche, ma ha anche valore inestimabile rispetto a certa grossolana, arrogante, feroce, ignorante, magniloquente ed ubiquitaria esuberanza esibita dal potere.
Restiamo piccoli, mi verrebbe da dire, oltre che umani (e restare umani oggi ha un significato che ci interroga profondamente).
Ed ecco che questo piccolo film, scelto e commentato dalla curatrice della rassegna Vera Stufano, attraverso l’incontro tra un ex miliziano serbo e la sua prima vittima in Sarajevo, racconta tutto quello che ci serve per meditare su ciò che ci sta succedendo intorno.
Il film, dopo un percorso tormentato e folle, come è folle la guerra, finisce con un abbraccio, quello del sospirato perdono.
Allora mi è venuto in mente di quei due padri, Rami Elhanan e Bassam Aramin, uno israeliano e l’altro palestinese, che hanno avuto entrambi una figlia uccisa per mano rispettivamente di Hamas e di soldati israeliani. Girano il mondo insieme per dimostrare che è possibile interrompere la catena di vendette e di violenza e rispettarsi, se non apprezzarsi, reciprocamente.
E si potrebbero fare, come loro stessi dicono, infiniti esempi di etnie e religioni diverse che convivono pacificamente. Come di casi imprevedibili di perdono (è recente quello di Davide, lo studente che ha perdonato i suoi accoltellatori).
Tornando al film, era molto facile capire come i personaggi, trovatisi improvvisamente su fronti diversi della stessa città, della stessa guerra, fossero stati entrambi vittime e, all’estremo, entrambi innocenti, la vittima ed il carnefice. Quest’ultimo un ragazzo attratto dalla potenza delle armi che gli avevano messo in mano mentre era ancora adolescente e troppo debole per ribellarsi ad un processo, ad un meccanismo che, una volta avviato, rende di fatto ciechi.
Ed una volta passati alla violenza, o passati dalla violenza, come si fa a disinnescare l’odio che nasce dal senso di profonda ingiustizia subita? Anche per i palestinesi è lo stesso. E come si fa a disinnescare il desiderio di rivalsa che un popolo, a suo vedere giustificato dalla Shoah, crede di vedere basato sui testi sacri della propria fede religiosa?
Mettersi nei panni dell’altro è possibile? Riconoscersi nell’altro è possibile? Nel dolore dell’altro?
Rami e Bassam ci sono riusciti. Bassam ha visitato Auschwitz e Rami riconosce il genocidio in quello che oggi fa Israele in Gaza e Cisgiordania.
Una cosa è certa: se non si incontra il dolore dell’altro e non lo si riconosce simile al proprio, non si può perdonare e senza perdono non c’è pace duratura, la rassegnazione non basta.
Ci vuole uno sforzo attivo e forse anche duro per andare incontro all’altro e generare una follia nuova, diversa da quella del male, la “follia” luminosa, pacificante e definitiva del perdono.


