Chi come me ha attraversato da giovane e giovanissimo gli anni della guerra in Viet Nam e poi gli anni di piombo sa bene con quanta coscienza andavamo per strada per manifestare il nostro dissenso verso la guerra e la sopraffazione e verso un sistema, che invece si è vieppiù affermato, in cui petrolio e denaro dettavano la tabella di marcia, schiacciando interi popoli ed interi Paesi.
Quella voglia di partecipare, di “uscire nella strada nella piazza” come diceva una canzone di Gaber, ci ha presi fortemente, non potevamo restare indifferenti di fronte alle ingiustizie che si perpetravano nel mondo ed anche accanto a noi. E noi ci sentivamo cittadini del mondo.
E sa bene, chi come me ha percorso più volte i cortei che, ad un certo punto, ci siamo dovuti difendere non solo dalle cariche, il più delle volte ingiustificate, della polizia, ma anche dai cosiddetti “autonomi” cui gridavamo di andare via e verso i quali lanciavamo slogan perché uscissero dal corteo. Erano spesso riconoscibili per il loro fare aggressivo, gruppetti sparuti e prepotenti molto diversi da noi ragazzi che manifestavamo in pace portando cartelli e striscioni e anche solo la nostra presenza. Lo vedevamo bene che erano provocatori ed i comunisti, intendo comunisti nel senso degli aderenti al PCI ed alla FGCI, avevano istituito un servizio d’ordine che fiancheggiava i cortei espellendo i facinorosi.
Inutile dire che in alcune città simbolo, come Roma, Milano e Torino, queste provocazioni di autonomi, avevano molto il sapore della manipolazione, diciamocelo senza infingimenti, noi giovani sapevamo che c’erano degli infiltrati che sobillavano e anche ad un certo punto hanno sparato con le famose P38 ad altezza d’uomo e anche i poliziotti sparavano i candelotti lacrimogeni mirando ad altezza d’uomo in molte circostanze. Una guerriglia abbastanza contenuta ma sufficiente a provocare feriti e morti e atta a tenere l’opinione pubblica contro i manifestanti e contro i partiti della sinistra che altro non chiedevano se non una maggiore giustizia sociale.
E poi spuntarono le Brigate Rosse che noi giovani odiavamo letteralmente, infatti dopo ogni attentato delle Brigate Rosse si scendeva in piazza per condannare le loro azioni. Ma quello che più bruciava era che il loro terrorismo, come tutto il terrorismo in qualsiasi parte del mondo si sia manifestato, ha sempre portato acqua al mulino del potere, altro che rivoluzione armata!
E se l’albero si riconosce dai frutti, di certo in questi gruppi terroristici, allora come ora, non tutto è limpido ed univoco come si vorrebbe far credere.
Ma allora c’era la guerra fredda, che, per carità, sempre interessi economici sottendeva, e una sinistra forte in Italia era così poco gradita da oltre oceano, lo abbiamo letto in documenti declassificati dei servizi, da “giustificare” gli anni di piombo e addirittura forse eventi drammatici per arrestare il compromesso storico.
E noi che sognavamo giustizia e libertà dovevamo essere schiacciati dal peso di questi interessi internazionali.
Ma lo abbiamo capito bene, anche senza il tam tam dei social (che non esistevano) anche senza Whatsapp. Avevamo l’abitudine di riflettere, di parlare fra noi nelle assemblee, nei circoli, nelle parrocchie, anche nelle sedi dei partiti (in seguito tanto vituperati). Si discuteva, dopo il 1968 (vituperato e revisionato anch’esso recentemente) che ha creato fermento ed una ventata di partecipazione veramente democratica in tutta la vita istituzionale non solo italiana. Si discuteva ovunque sui nostri problemi e su quelli di tutto il mondo.
Ricordo ancora una discussione sul sagrato di Santa Maria in Fiore a Firenze con un militante di Lotta Continua, in occasione di una Marcia per la Pace. Io facevo parte dei pacifisti di area Cristiana/Cattolica afferenti al gruppo di supporto “Mani Tese” dei missionari Comboniani (nulla a che vedere con certe mani tese in alto, le nostre erano tese verso altre mani e verso il basso per risollevare chi aveva bisogno di aiuto).
Alla fine della lunga discussione, che ci vide circondati da i nostri rispettivi amici che ascoltavano il nostro dialogo in silenzio, ci stringemmo la mano io seguace di Martin Luther King, lui di Lenin e Mao.
Dobbiamo in sostanza capire quanto sia complesso il mondo politico, dove per politica si intende davvero tutta la nostra vita sociale.
Ebbene adesso che abbiamo sotto gli occhi le manifestazioni di questi giorni, assolutamente pacifiche, da cui ad un certo punto si staccano pezzi (sembrerebbero quasi “preconfezionati”) di giovinastri in parte infiltrati ed in parte sciocchi (il potere e la violenza hanno sempre bisogno degli sciocchi o di persone frustrate dall’insuccesso e dall’isolamento per affermarsi) che cosa abbiamo da dire noi che ne abbiamo viste di queste cose e sappiamo che sono fatte apposta per affossare i movimenti pacifisti e pacifici che chiedono giustizia? Cosa dobbiamo dire?
Purtroppo la storia si ripete, per alcuni aspetti, ma questo significa che anche questi prepotenti di ora saranno smascherati e dopo il disastro che ci stanno preparando a tavolino, compreso il disfacimento definitivo dell’Europa ed una probabile guerra disastrosa ormai alle porte (che ne dobbiamo pensare noi “giovani di allora” di uno Zelenski che non si arrende di fronte all’evidenza di una inevitabile perdita di territori e di popolazione, e questa mancata resa/accordo sta trascinando gioco forza tutta l’Europa verso il disastro?) e dopo il disastro, dicevo, faranno la stessa fine di chi provocò disastri nel ‘900… ma non perché sarà fatta giustizia, solo perché avranno raso al suolo tutto in nome del dio petrolio (che finirà) e degli affari che hanno bisogno che l’Europa, come entità politica ed economica, scompaia per non mettere in ombra e non gettare sul lastrico quei mondi – che io chiamerei satelliti- troppo grandi, troppo corrotti e troppo potenti per piegarsi senza colpo ferire all’inevitabile declino.


