Le crisi raramente sono improvvise. Lo sembrano perché è solo quando un servizio si interrompe o un fiume esonda che diventano evidenti a tutti. Cominciano molto prima, con segnali deboli che nessuno mette in relazione, vulnerabilità note e mai risolte, allarmi che restano isolati. Come la lettura anomala di un sensore, un bollettino meteo, un’annotazione nei registri di manutenzione, un alert di sicurezza chiuso come falso positivo. Le infrastrutture critiche producono oggi una quantità di dati mai vista, ma quei dati restano chiusi nei sistemi dei singoli reparti o dei diversi operatori, e nessuno ha una visione complessiva di quello che sta accadendo. Così, quando l’emergenza arriva, l’attenzione va tutta sulla risposta. Si contano i mezzi schierati e i tempi di ripristino, si stimano i danni, e di come la crisi si è formata si parla molto meno.
Per l’Italia il tema è tutt’altro che astratto. Legambiente ha contato lo scorso anno 376 eventi meteo estremi, il secondo valore più alto degli ultimi undici anni. Secondo l’Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale (ISPRA) il 94,5% dei comuni è esposto a frane, alluvioni, erosione costiera o valanghe, mentre la Regione Emilia-Romagna ha stimato in 8,5 miliardi di euro i danni della sola alluvione del 2023. Sul versante digitale il quadro non è migliore. Stando all’ultimo rapporto Clusit, il 9,6% degli attacchi informatici gravi censiti nel mondo ha colpito il nostro Paese, con un aumento del 42% in un anno.
C’è poi la minaccia ibrida, che l’ultima Relazione annuale sulla politica dell’informazione per la sicurezza colloca tra le principali sfide per la sicurezza nazionale. Sono azioni coordinate da Stati o da soggetti che agiscono per loro conto, tenute di proposito sotto la soglia del conflitto armato per colpire le vulnerabilità del Paese.
Ma torniamo ai segnali. Immaginiamo che nella stessa settimana si registrino un rallentamento su una rete di comunicazione, una piccola instabilità nella fornitura elettrica e un surriscaldamento in un impianto. Presi uno per uno, diventano altrettanti ticket per il servizio tecnico. Letti insieme possono indicare il guasto imminente di un componente, un’interruzione del servizio o persino un attacco camuffato da avaria, cioè proprio il tipo di minaccia di cui parla l’Intelligence.
Anche il contesto cambia il significato di un dato. Un picco di traffico verso i sistemi di controllo di un impianto non preoccupa nessuno durante un aggiornamento programmato. Lo stesso picco alle tre di notte, senza interventi in agenda, è un’altra storia.
Monitorare un’infrastruttura significa sapere che cosa è successo. Anticipare vuol dire riconoscere gli schemi che si ripetono, capire come un sistema dipende dall’altro e stimare le conseguenze prima che si vedano. È un lavoro da fare in modo costante, perché se l’analisi parte solo quando scatta l’allarme, di solito è già tardi.
In questi anni gestori e istituzioni hanno investito molto nella risposta alle emergenze, con sale operative, piani di protezione civile, squadre specializzate e sistemi di controllo sempre più avanzati. Sono investimenti necessari. In una rete di servizi così interconnessa, però, reagire bene e rapidamente non basta più. Il vantaggio si guadagna prima, quando c’è ancora il margine per prepararsi o per evitare il problema.
Per molto tempo la forza di un operatore si è misurata sulla solidità delle reti e sul numero di persone e risorse che poteva mobilitare. Oggi conta sempre di più la superiorità cognitiva, cioè la capacità di collegare eventi che sembrano indipendenti e di capirne le conseguenze prima che si producano.
Le crisi dei prossimi anni saranno sempre più ibride e asimmetriche: intrecceranno cause naturali, tecnologiche e intenzionali, cambieranno forma e intensità mentre si sviluppano e lasceranno sempre meno tempo per capire. Nessuna sala operativa, per quanto esperta, può leggere in tempo reale migliaia di segnali così diversi e cogliere i legami tra loro. L’IA invece può farlo, e moltiplica in modo esponenziale la capacità di chi deve prevenire e intervenire. Per questo non va considerata come uno strumento tra gli altri. Di fronte a eventi di questa complessità, è la condizione stessa per anticipare le crisi invece di inseguirle.
Le soluzioni esistono già: piattaforme di intelligenza artificiale in grado di integrare fonti diverse, dare un contesto ai segnali e supportare le decisioni. Quando si parla di infrastrutture strategiche devono però essere rispettate due condizioni. La prima è la sovranità, perché i dati devono restare sotto il controllo di chi gestisce il servizio. La seconda è la trasparenza. Ogni indicazione del sistema deve poter essere spiegata e verificata da chi poi dovrà assumersene la responsabilità.
Nessuno pensa di eliminare l’incertezza o di arrivare a previsioni infallibili. L’obiettivo è accorgersi prima dei problemi e dare a chi decide più opzioni tra cui scegliere. La decisione resta nelle mani delle persone. Cambia la qualità delle informazioni su cui si basa, e il momento in cui arrivano.
Energia, acqua, trasporti, telecomunicazioni e protezione civile sono ormai parti di un unico sistema. Un evento climatico estremo può danneggiare impianti e collegamenti e mettere in difficoltà il coordinamento dei soccorsi. Un attacco informatico può avere conseguenze fisiche molto concrete, e un sabotaggio può essere scambiato per un normale guasto. Per valutare la resilienza di un’infrastruttura non basta più guardare lo stato dei suoi impianti. Bisogna chiedersi da chi dipende, a chi fornisce servizi e con chi dovrà coordinarsi quando qualcosa va storto.
Le organizzazioni più solide saranno quelle che riusciranno a vedere per prime ciò che ancora non è evidente e a muoversi in tempo, mettendo l’IA al servizio di chi decide, non per forza quelle con più mezzi o con tempi di ripristino più brevi.
Credo che su questa capacità si giocherà, nei prossimi anni, una parte importante della sicurezza del Paese.
Da il ilsole24ore del 20 ottobre


