Un vecchio detto sostiene che la strada per l’inferno sia lastricata di buone intenzioni. Fa specie rileggere e riascoltare il Presidente Statunitense di una decina d’anni fa, quando, in quel 2016 che pareva la fine del mondo, lasciava intendere come la nuova epoca d’oro dell’egemone sarebbe stata all’insegna di uno splendido isolazionismo, lontano dalla follia neo-con che aveva portato guerra e distruzione in Medio Oriente. In uno dei primi dibattiti di allora, in occasione delle primarie repubblicane, Trump (che in quegli scambi dialettici con gli altri candidati pareva in stato di grazia) mostrava tutta la sua distanza dalla classe politica che l’aveva preceduto. Perché buttare miliardi e miliardi in inutili guerre quando un’enorme parte del Paese riesce a mettere sul tavolo qualcosa da mangiare solo grazie a sussidi statali?
L’argomentazione era convincente e, complice un linguaggio spudorato, la strada per la Casa Bianca si era spianata. Troppa la differenza con Hillary Clinton, la cui immagine già allora sembrava irrimediabilmente compromessa dai decenni passati a Washington. Chi non aveva mai avuto qualcuno da votare finalmente trovava un barlume di speranza. Chi invece convintamente era salito sul carro della nuova onda democratica, dopo otto anni non desiderava fare altro che scenderne. Ma oggi, il Presidente della pace, che tanto desiderava un Nobel che riconoscesse il suo supposto merito, pare tirato come una marionetta da una parte e dall’altra, mentre esplodono conflitti e si comincia a parlare addirittura di truppe di terra da mandare in Iran. Cos’è successo? Si sta davvero ripetendo la parabola di Bush figlio, a distanza di appena vent’anni?
Tutti gli elementi sembrerebbero indicare proprio questo. Il mondo al di fuori che offre una possibilità di rimediare agli inevitabili fallimenti interni. La palude di Washington non è stata bonificata, poiché il sistema è progettato per reggere agli urti di un Re rivoluzionario così come quelli di un Re reazionario. I dazi sono stati bocciati dalla Corte Suprema, il DOGE di Elon Musk è stato un buco nell’acqua, la mediazione fra Russia e Ucraina al limite del disastroso: quasi come se un singolo uomo non fosse in grado, in un ordine di potere come quello statunitense, di cambiare le cose. Quasi come se i pesi e i contrappesi funzionassero davvero. Forse anche troppo, ma questo è argomento per i posteri. Nel frattempo lo scandalo Epstein travolge le poche certezze rimaste ad un popolo che non sa più dove sta andando, e noi con loro.
Quindi che fare? Se la possibilità di essere amati si assottiglia sempre più (e gli indici di gradimento sono lì a dimostrarlo), rimane quello di essere temuti: Minneapolis e Teheran sono emblematici di questo cambio di paradigma; una pura forza al servizio di un’inesistente visione anche solo di medio termine. D’altronde questa è la forma mentis del venditore. Nel mondo americano odierno non è più necessario fingere che tutto non sia retto dall’ipocrisia, si possono anche criticare apertamente le corruzioni e i corrotti in ogni ambito, ma senza che questo abbia un effetto reale. Questa è la grande eredità che Donald Trump lascerà a chi verrà dopo di lui. L’Impero delle bugie, come il suo omologo russo, da lui idolatrato, ha sempre definito gli USA.
E questo naturalmente segna una profonda differenza rispetto a Bush figlio. L’attacco in Iraq, così come quello in Afghanistan, erano motivati dalla necessità di sostenere l’ordine liberale democratico internazionali dagli Stati canaglia, implicitamente considerati figli di un tempo da lasciarsi alle spalle. Oggi Trump non segue altro che il desiderio di conquista, e non perde neanche troppo tempo a spiegare le finte cause che lo hanno spinto a muovere guerra contro il nemico strategico di un altro Stato. Bush figlio ha reso gli americani ipocriti inconsapevoli, Trump li sta rendendo cinici osservatori. Il credito maturato nel 2016, quando denunciava pubblicamente i suoi contendenti alla presidenza come parte di quel sistema di cui chiunque, per ottenere il potere, doveva far parte, è stato adoperato per fare lo stesso dei suoi predecessori. Ma almeno senza ipocrisia. Cambia l’ordine degli addendi, cambiano anche gli addendi volendo, ma il risultato rimane lo stesso.
Così la parabola trumpiana sembra essere davvero completa, mentre Israele e il suo Primo Ministro, con occhio assai più profondo del loro alleato, hanno finalmente ottenuto ciò che desideravano. E siccome si torna sempre dove si è stati bene, ma ancora di più dove si è stati male, nei prossimi giorni verrà chiarito se tali obiettivi strategici richiederanno anche il sacrificio di vite americane.
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