Fine vita, la Puglia è in ritardo, di Nicola Colaianni

Non è indifferente – anzi, per dirla tutta, fa impressione – che anche il consiglio regionale del Veneto, presieduto dal leghista Zaia e con maggioranza di centrodestra, abbia approvato una legge sul fine vita prima della Puglia a maggioranza di centrosinistra. Qualcuno magari, tra il serio e il faceto, potrebbe buttarla sullo psico-antropologismo del settentrionale laborioso e del meridionale ozioso, visto che i consiglieri veneti hanno ripreso a lavorare in assemblea già il primo settembre mentre i pugliesi non si sa ancora. Ma sappiamo che si tratta di una falsa rappresentazione, al fondo razzistica, mentre invece la questione è politica.  La Puglia è stata tra le prime regioni, se non la prima, a dare un seguito alla sentenza della Corte costituzionale del 2019. Ma lo ha fatto con una semplice delibera di giunta, lacunosa e inefficace sotto il profilo organizzativo. Invero, per assicurare (non l’eutanasia, che non c’entra, ma) il “diritto fondamentale del paziente di rifiutare qualsiasi trattamento medico, inclusi quelli necessari a garantirne la sopravvivenza” occorre una legge che stabilisca con esattezza la procedura da seguire. Purtroppo – e sono ormai sette anni – il Parlamento non lo fa.  Tuttavia, ha ricordato la Corte, è compito della “struttura pubblica del Servizio sanitario nazionale, affiancata dal comitato etico territorialmente competente, verificare, insieme alle condizioni legittimanti, anche le modalità di esecuzione del suicidio medicalmente assistito”. E l’organizzazione ospedaliera rientra nella competenza legislativa della Regione. Del resto, il lavoro è semplice: basta copiare la legge toscana, dichiarata legittima dalla Corte con la sentenza 204/2025 salvo che in alcuni punti evidentemente da sforbiciare. Il diritto all’obiezione di coscienza del personale sanitario è già previsto. Va istituito un comitato bioetico regionale con competenza di indirizzo su quelli locali. Si può aggiungere l’esenzione degli ospedali ecclesiastici classificati, se richiesta. Nonché, “al fine di evitare un ricorso improprio al suicidio assistito”, la presenza di un medico che informi il paziente della possibilità di accedere alle cure palliative. È ciò che – pur essendo intervenuti nella discussione tutti i cinquantuno consiglieri – ha fatto celermente il Veneto. Che, per vero, si è anche allargato nelle aggiunte con un emendamento, inserito all’ultimo minuto, sulla possibilità per il paziente di richiedere un intervento anche delle associazioni “Pro vita”. Francamente non si vede quale sostegno psicologico possa derivare da associazioni statutariamente contrarie al suicidio assistito in nome della sacralità della vita pur non dignitosa, perché ormai solo biologica. Vero che si tratta solo di una facoltà attribuita al paziente, non di un obbligo, ma la sua previsione è frutto di una concezione doloristica della vita, prolungata accanitamente con l’uso delle macchine, che non dovrebbe trovar posto in un laico procedimento amministrativo. Questo è un punto dal quale ci si attenderebbe una visione realistica, senza compiacenze opportunistiche, da parte del centrosinistra pugliese. E non la rilassatezza ultra-agostana con cui sta affrontando un tema, che è di grande momento ma già abbondantemente sviscerato tanto da non giustificare lentezze. Tanto più dopo la sollecitazione drammatica di un cittadino ammalato di SLA, che, privo di assistenza domiciliare continuativa, vorrebbe farla finita andando in altre regioni, dove la legge c’è. Non si vorrebbe che si equivocasse sulla difesa della lentezza, teorizzata da un autore caro alla sinistra, specialmente locale. Il valore della lentezza – scriveva Franco Cassano – si misura non con la demonizzazione della velocità bensì con l’autonomia del pensiero nel giudicare il presente: che, nel caso della vita terminale, è quello di una persona impossibilitata ad interrompere le cure da solo, senza assistenza di un altro, come pure è suo fondamentale diritto secondo Costituzione.

[magistrato e giurista]

4 settembre 2026

PRESENTANDOCI

Cercasi un fine è “insieme” un periodico e un sito web dal 2005; un’associazione di promozione sociale, fondata nel 2008 (con attività che risalgono a partire dal 2002), iscritta al RUNTS e dotata di personalità giuridica. E’ anche una rete di scuole di formazione politica e un gruppo di accoglienza e formazione linguistica per cittadini stranieri, gruppo I CARE. A Cercasi un fine vi partecipano credenti cristiani e donne e uomini di diverse culture e religioni, accomunati dall’impegno per una società più giusta, pacifica e bella.


Con il 5×1000 e il ricavato della vendita dei libri sosteniamo:

scuole di formazione sociale e politica, sito web e periodico di cultura e politica, insegnamento dell’italiano per cittadini stranieri gruppo I Care, la biblioteca “Bice Leddomade”, incontri, dibattiti… 

          basta la tua firma 

          e il numero dell’associazione 

         91085390721

         nel primo riquadro sul volontariato

 

Ultimi Articoli

SORRIDENDO