Finché si tratta di respingere migranti o di mettere in difficoltà le navi delle Ong, che li salvano anche oltre le nostre acque territoriali nel Canale di Sicilia, con la Libia tutto bene. Il Memorandum della vergogna è un accordo traversale, politicamente corretto per diverse forze politiche, nonostante fallimenti e un bel pacchetto di abusi sulle persone e sul diritto internazionale del mare. La stessa cosa se si tratta di permettere il ritorno a casa a Tripoli di un signore della guerra ai migranti, ricercato dal Tribunale internazionale. Ma guai a toccare questioni più sensibili e soprattutto più rilevanti dal punto di vista economico. Tra Italia e Libia lo scontro è aperto e rischia di diventare incandescente riportando a galla, in un momento delicato e complesso della geopolitica internazionale nell’area mediterranea e mediorientale, la disputa senza fine sul Canale di Sicilia e sul Mediterraneo centrale. La contesa riguarda la “piattaforma continentale” e le cosiddette “Zone economiche esclusive”, un pasticcio di controversie diplomatiche, giuridiche ed economiche sul quale ogni accordo è precario e difficile da raggiungere, vista la montagna della posta in gioco tra il business della ricerca di nuove risorse energetiche, la posa strategica di cavi sottomarini per la trasmissione dei dati e nuove condotte per gas e petrolio.
Il Mare nostrum è affare conteso, da sempre, ma oggi un po’ di più e l’artiglio sull’acqua di molti Paesi marca i nuovi interessi geostrategici. Il 27 maggio 2025 la Libia ha depositato alle Nazioni Unite una dichiarazione sui limiti esterni della propria piattaforma continentale con una carta geografica che disegna nuovi confini e le zone di interesse economico della Libia. Le tensioni intorno alla proiezione libica nel Mediterraneo centrale datano da anni, da quando nel 1973 Gheddafi dichiarò il Golfo della Sirte “acque storiche” sotto sovranità libica tracciando una linea sulla base della quale tutto viene ricalcolato, cioè le 12 miglia al largo come acque territoriali e il perimetro meridionale dal quale definire le aree della Zone economiche esclusive e soprattutto lo spazio geometrico della piattaforma continentale di sua competenza. Da allora le rivendicazioni libiche sono state contestate da quasi tutti i Paesi rivieraschi. Egitto, Tunisia, Malta, Grecia e poi Cipro hanno criticato con decisione le pretese libiche poiché alcune delle loro zone di interesse si sovrappongono alle autoproclamate proiezioni marittime libiche. Nel 1982 la Corte di Giustizia internazionale era intervenuto sul un contenzioso tra Libia e Tunisia. Poi nel 1985 su una disputa tra Tripoli e Malta. Anche l’Algeria aveva messo le mani su parte della piattaforma allargando le sue pretese quasi al largo della Sardegna, mettendo in allerta Italia e Spagna. Ma poi si è fermata.
Il Mediterraneo è un piccolo mare, ma gli interessi per le sue acque sono enormi, poiché lì sbocca Suez con la filiera a sud della geopolitica economica degli Stretti e ad est i Dardanelli, rotte delicatissime, teatro di conflitti fin dal tempo della guerra di Troia. Le carte con le delimitazione delle zone di interesse e della piattaforme continentali sono un rebus e anche solo osservando il dedalo di linee tracciate si comprende che quando le delimitazioni non sono concordate e manca un accordo le controversie politiche e diplomatiche rischiano di provocare tensioni. A ciò va aggiunta l’instabilità internazionale dall’Ucraina al Golfo che scarica ogni cosa nel Mediterraneo. Tra Italia e Libia non è mai stato raggiunto un accordo bilaterale definitivo per delimitare la piattaforma continentale e le relative zone di interesse. E così il 27 maggio 2025, nonostante i buoni rapporti tra Roma e Tripoli sul controllo dell’immigrazione e sul controllo alla pari del GreenStream, il gasdotto di oltre 500 chilometri che collega Mellitah sulla costa libica con Gela, indispensabile alla nostra politica energetica, Tripoli ha alzato il suo artiglio forte dell’appoggio di Ankara con la quale nel 2019 ha firmato un Memorandum di collaborazione e reciproca protezione nelle attività nel Mediterraneo centrale. Atene che considera il mare a sud di Creta parte della propria piattaforma contentale ha reclamato subito.
L’Italia ha aspettato un anno poi il 24 maggio 2026 ha inviato alla Libia una nota di protesta, trasmessa all’Onu due giorni dopo, poiché i nuovi confini di Tripoli interferiscono con interessi italiani sulla piattaforma in una zona che passa ad est di Malta e a sud della Sicilia orientale. E il 24 settembre il governo italiano ha depositato alle Nazioni Unite la carte dei nostri nuovi confini delle zone economiche esclusive sulla base di una legge (n°70-7 maggio 2026). Con la Libia insomma si riapre un contenzioso ora più che mai difficile da gestire che potrebbe mutare anche i buoni rapporti su migranti ed energia. In gioco c’è pesca, energia, comunicazioni, esplorazioni offshore e soprattutto la competenza sui fondali nella nuova guerra dei cavi, dove passa, secondo la Commissione europea, il 99 per cento del traffico internet. Bruxelles ha approvato pochi mesi fa il “Cable Security Toolbox”, uno strumento giuridico per la protezione strategica dei cavi che prevede due luoghi da dove controllarla, uno in Finlandia e uno a guida italiana con sede probabilmente a Palermo, che prevede la collaborazione di Malta, Grecia e Cipro. Tripoli è fuori e la sua posizione sostenuta dalla Turchia rischia di compromettere l’intera strategia. La mossa italiana all’Onu segna un cambio di passo, tattica d’attacco e non più solo moral suasion diplomatica. Nel Mediterraneo la guerra delle mappe non è più materia da specialisti.
Da L’Eco di Bergamo


