All’indomani della lettera franco-tedesca che chiede all’Unione Europea strumenti più rapidi per difendersi dalle pressioni economiche dei paesi terzi, il Commissario europeo al commercio e alla sicurezza economica Maroš Šefčovič era in visita in Cina. Oltre agli squilibri commerciali ha affrontato uno dei nodi più delicati del rapporto con Pechino: quanto può diventare pericolosa una dipendenza economica quando viene utilizzata come leva politica? E quanto è preparata l’Europa a reagire? In questo DataLab cerchiamo di misurare proprio questo: come è cambiata la coercizione economica contro l’UE nel tempo, chi la esercita di più e quali strumenti ha ancora Bruxelles per difendersi.
- Per misurare il fenomeno, in uno studio per il Parlamento europeo ISPI ha costruito un nuovo dataset degli episodi di coercizione economica contro l’UE dal 2018 a oggi, valutandone anche la gravità.
- In otto anni, gli episodi di coercizione economica contro l’UE sono aumentati di 8 volte, con una netta accelerazione dal 2024. Pesati per gravità, quelli attivi oggi sono attribuibili per il 54% alla Cina. Significativamente più indietro sono Stati Uniti (20%) e Russia (17%).
- È proprio l’accumularsi di queste pressioni ad aver spinto Bruxelles a dotarsi dello Strumento anticoercizione (ACI). Approvato nel 2023, avrebbe dovuto rendere più credibile la capacità europea di risposta. Finora, però, non è mai stato attivato.
- La strategia di coercizione cinese non passa per le minacce esplicite, ma per azioni che parlano da sole. Pechino controlla oltre il 90% della raffinazione mondiale di terre rare e magneti permanenti, e nel 2025 è bastato sottoporne a licenza l’export per mettere in allarme buona parte dell’industria europea.
- Il presidente USA Donald Trump usa un metodo quasi opposto: minaccia molto, ma spesso non passa ai fatti. Dei sei nuovi tentativi di coercizione contro l’UE registrati nel 2025-26, solo uno si è tradotto in un’azione effettiva.
- La Russia compare molto meno spesso nel dataset: appena tre episodi dal 2018. Ma uno di questi, il taglio delle forniture di gas dopo l’invasione dell’Ucraina, è il caso più grave dell’intero campione ISPI: 25 punti su 25.
- L’UE, però, non è disarmata. Italia e Germania mantengono posizioni difficili da sostituire in settori come macchinari avanzati, farmaceutica, biotech, aerospazio e difesa. Quelli che restano dei forti vantaggi competitivi europei potrebbero, all’occorrenza, essere trasformati anche in leve di deterrenza economica.
+Tra il 2018 e oggi, il livello di coercizione economica esercitata dagli altri paesi nei confronti dell’Unione Europea non ha fatto che crescere. In altre parole, i paesi terzi stanno utilizzando sempre più di frequente strumenti di politica economica (come dazi, sanzioni, restrizioni commerciali o controlli sulle esportazioni) non soltanto per ottenere vantaggi commerciali, ma anche per spingere l’UE o i suoi Stati membri a modificare scelte politiche sovrane.
Il grafico ricostruisce tutti gli episodi di coercizione economica diretti contro l’UE o i suoi Stati membri dal 2018 a oggi, mostrando mese per mese quelli ancora attivi e il paese che li ha messi in atto. In un recente studio per il Parlamento europeo, ISPI ha inoltre attribuito a ciascun episodio un livello di gravità, utilizzandolo per costruire un indice della pressione economica esercitata sull’Europa.
Oltre all’aumento dei tentativi di coercizione verso l’UE, ciò che risulta evidente è la loro concentrazione, ovvero il fatto che gli autori degli episodi più rilevanti siano essenzialmente tre: Cina, Stati Uniti e Russia. Il risultato non sorprende: è difficile immaginare che tentativi di coercizione verso l’UE, il secondo blocco economico mondiale, possano avere una qualche possibilità di andare a buon fine se il paese terzo che li attua non ha a disposizione leve significative.
Da notare, infine, che tra i tre grandi autori di tentativi di coercizione verso l’UE, il primo “imputato” non è necessariamente chi ci si potrebbe attendere. Nonostante negli ultimi anni al centro del dibattito pubblico europeo ci siano state la Russia di Vladimir Putin (dopo l’invasione dell’Ucraina e la crisi del gas) e gli Stati Uniti di Trump (nel corso del suo primo e soprattutto dell’attuale mandato), in realtà è la Cina di Xi Jinping a essere di gran lunga il primo autore per eventi di coercizione economica pesati per la loro gravità (il 54% di quelli oggi attivi), mentre Stati Uniti (20%) e Russia (17%) seguono a una considerevole distanza.
+L’aumento degli episodi di coercizione economica verso l’UE non è avvenuto all’improvviso, né improvvisa è stata la risposta europea. Negli ultimi anni ci sono stati alcuni passaggi molto precisi in cui l’Europa si è trovata a fare i conti con le proprie vulnerabilità e, soprattutto, con la possibilità che le dipendenze economiche potessero essere trasformate in strumenti di pressione politica.
La storia dello Strumento anticoercizione (ACI), creato proprio per rispondere a questi episodi ma finora mai attivato, permette di ricostruire bene questo percorso. Il primo passaggio risale alla prima amministrazione Trump. Nel 2019 Washington minacciò dazi contro la Francia per spingerla a ritirare la digital tax, reintrodusse sanzioni sull’Iran con forti effetti extraterritoriali sulle imprese europee e colpì le imprese coinvolte nella costruzione del gasdotto Nord Stream 2 tra Russia e Germania. Fu allora che l’UE si rese conto di non disporre di uno strumento per reagire quando un altro paese usava il proprio peso economico per condizionare scelte politiche europee.
Con l’arrivo di Joe Biden alla Casa Bianca a inizio 2021, il problema sembrò rientrato e l’urgenza della risposta europea sembrava essersi ridotta. Bastarono però pochi mesi perché la Cina decidesse di adottare una serie di misure commerciali coercitive nei confronti della Lituania, dopo che il Paese europeo aveva deciso di permettere l’apertura sul proprio territorio di un ufficio di rappresentanza taiwanese.
Infine, da inizio 2022 i Paesi UE hanno dovuto fare i conti con una vulnerabilità ancora più profonda: quella energetica. In seguito all’invasione dell’Ucraina, l’eccessiva dipendenza dai combustibili russi ha reso molto più doloroso tenere testa a Mosca. È grazie a questi due eventi che l’adozione dell’ACI è accelerata e il regolamento UE è stato infine approvato nel novembre 2023.
Nonostante l’ACI esista da ormai quasi tre anni, non è mai stato attivato. Ma il ritorno di Trump alla Casa Bianca e l’aumento della coercizione cinese costringono ormai un continente che per anni ha sognato di considerare l’interdipendenza economica una fonte di crescita “politicamente neutra” a fare i conti con l’uso politico delle leve commerciali.
+Come su un vero e proprio campo di battaglia, le strategie di coercizione economica non sono tutte uguali. Se nel caso degli Stati Uniti sotto Trump le iniziative coercitive sono spesso esplicite e plateali, fatte di minacce e ultimatum a cui non sempre seguono i fatti (si veda sotto), Pechino adotta una postura più silenziosa ma non per questo meno incisiva.
Il controllo di nodi produttivi e materiali essenziali come le terre rare e i magneti permanenti (di cui la Cina detiene oltre il 90% della raffinazione mondiale) offre a Pechino numerose leve economiche da attivare quando necessario. Non servono annunci roboanti: talvolta basta rallentare o complicare l’accesso a materie prime e prodotti strategici per avere un effetto molto forte sui propri rivali politici ed economici.
Un esempio di questo modus operandi è ciò che è successo nella primavera del 2025. In risposta all’annuncio dei dazi americani, Pechino ha sottoposto a licenza le esportazioni di alcune terre rare e di prodotti collegati, tra cui i magneti permanenti. L’obiettivo era duplice: spingere gli Stati Uniti a frenare l’escalation sui dazi e mostrare all’UE quanto sia oneroso ridurre la dipendenza dagli input cinesi. Non si è trattato dunque di un divieto formale, ma di un vincolo amministrativo. Ma tanto è bastato a provocare un brusco calo delle esportazioni di magneti permanenti verso i mercati mondiali che ha messo in allarme numerosi settori industriali europei.
+A voler tracciare un bilancio dei due mandati di Trump sul piano commerciale e della politica estera la prima parola che viene in mente è “chiusura”. Chiusura verso i negoziati multilaterali, ma soprattutto verso un’idea che ha governato la linea politica di molti presidenti prima lui: che gli Stati Uniti dovessero accettare anche costi e impegni non immediatamente vantaggiosi per garantire la stabilità economica e la sicurezza dei propri alleati.
Fin dal suo primo ingresso alla Casa Bianca quasi dieci anni fa, Trump non ha mai nascosto la sua intenzione di cambiare rotta e ha fatto della pressione economica un vero e proprio strumento di policy. Richiami alla necessità di riequilibrare rapporti commerciali, ultimatum e annunci di dazi sono diventati i principali strumenti per veicolare un solo, semplice messaggio, rivolto tanto agli avversari quanto ai partner: “Don’t mess with the US”.
L’Unione Europea è stata, suo malgrado, tra i bersagli di questa impostazione, passando rapidamente da alleato strategico a rivale economico di Washington (sempre a sentire la Casa Bianca). Dai dati sugli episodi di coercizione economica contro l’UE emerge tuttavia un fatto inequivocabile: rispetto a quelle di altri paesi, le minacce di Trump sono state nel complesso più numerose delle azioni coercitive realmente intraprese. Tra il 2025 e il 2026, Washington è stata responsabile di sei nuovi tentativi di coercizione economica (che si sommano alle sanzioni secondarie all’Iran, attive dal 2018). Di questi, però, solo uno può essere classificato come una vera e propria azione, mentre i restanti sono rimasti allo stato di pure minacce.
+Rispetto a Cina e Stati Uniti, tra il 2018 e oggi la Russia si è resa “colpevole” di appena tre episodi di coercizione economica contro l’UE. Un numero molto piccolo, che però maschera eventi di gravità eccezionale.
Primo tra tutti, naturalmente, è il caso del gas. Dopo l’invasione dell’Ucraina, Mosca ha progressivamente ridotto le forniture di gas naturale verso l’Europa, trasformando una delle principali dipendenze energetiche dell’UE in uno strumento di pressione politica. Si tratta dell’unico episodio ad aver ricevuto una valutazione di gravità di 25 su 25 nel catalogo di eventi di coercizione prodotto da ISPI. Per confronto, gli episodi più vicini sono la pressione cinese contro la Lituania dal 2021 (valutata 23 su 25) e i dazi unilaterali imposti da Trump dall’aprile 2025 (22 su 25).
Quello del gas russo è l’esempio più chiaro di come non serva essere un’economia molto grande (il PIL russo è grossomodo comparabile a quello italiano) per mettere spalle al muro il secondo blocco economico mondiale quando si dispone di un bene essenziale di cui l’UE ha bisogno e che, almeno nel breve periodo, non ha potuto sostituire facilmente.
+Come abbiamo visto, il contesto che l’UE si trova a dover affrontare è tutt’altro che semplice, con gli episodi di coercizione economica che si moltiplicano per numero di attori e tipologia. Queste pressioni colpiscono in maniera particolare il settore manifatturiero, che continua a rappresentare una delle colonne portanti dell’economia europea in termini di produzione, occupazione e PIL. I primi due Paesi manifatturieri d’Europa, Italia e Germania, sono quindi particolarmente esposti a questa sfida.
Come reagire? Nonostante lo scenario possa apparentemente sembrare sconfortante, l’Unione non è “disarmata”. Un recente studio condotto dall’ISPI per la Camera di Commercio Italo-Germanica mostra che, anche se i due Paesi insieme non rappresentano una quota dominante delle esportazioni globali, in alcuni settori (e in particolare apparecchiature elettriche ed energetiche, farmaceutica e biotecnologie, e tecnologie aerospaziali e per la difesa) i beni italiani e tedeschi siano molto importati da Stati Uniti e Cina, ovvero due tra i principali colpevoli di tentativi di coercizione economica verso l’UE in questi ultimi anni.
I beni europei si posizionano inoltre al di sopra del benchmark di mercato (MPI>1). Ciò suggerisce che si tratta di prodotti più specializzati, legati a know-how specifici o a rapporti economici consolidati. Queste caratteristiche rendono la loro sostituzione più complessa e potenzialmente più costosa per i partner, in maniera simile a quanto difficili da sostituire siano per noi europei le terre rare cinesi o il gas russo. Dunque proprio questi beni costituiscono oggi non solo vantaggi competitivi europei, ma in potenza vere e proprie “armi” a disposizione dell’UE per costruire un sistema di deterrenza economica efficace. E, se mai dovesse essercene bisogno, per rispondere al fuoco con il fuoco.
Da ISPI Online dell’8 ottobre 2026
https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/sicurezza-economica-ue-contro-tutti-247796


