Zohran Mamdani non è una meteora, di Sebastiano Caputo e Davide Arcidiacono

Zohran Mamdani non è un incidente elettorale: è la rappresentazione di una tendenza che attraversa l’Occidente, in cui la sinistra torna a essere minoranza identitaria e antagonista, dopo decenni di compromesso. La sua vittoria alle elezioni newyorkesi, letta da molti come un referendum implicito sulla questione palestinese, segna la rottura definitiva tra l’ala progressista urbana e l’apparato centrista del Partito DemocraticoLa frattura è netta: chi vede in Israele un alleato strategico e chi, come Mamdani, chiede una ridefinizione etica e politica del rapporto con lo Stato ebraico alla luce delle violazioni dei diritti umani.
La particolarità del momento è che la discussione non è più confinata alla sinistra. All’interno del mondo intellettuale MAGA si registrano posizioni inedite: Nick Fuentes, simbolo dell’ultradestra millennial, ha espresso toni apertamente anti-israeliani; Tucker Carlson, più calibrato, sposta la critica su basi geopolitiche, ma di fatto contribuisce a sdoganare un anti-interventismo che rompe con il neoconservatorismo tradizionale. È il segno che la questione palestinese, per la prima volta da decenni, attraversa lo spettro politico in modo trasversale, ridisegnando alleanze e categorie.
In questo contesto, il ritorno d’interesse per figure come Mamdani non nasce da un’utopia vintage ma da una crisi sistemica. Peter Thiel, miliardario libertario e ideologo della Silicon Valley, lo aveva intuito già nel 2020: in una lettera a Mark Zuckerberg, oggi ripubblicata su The Free Press, scriveva cheil capitalismo non sta più funzionando per i giovani”. Thiel individuava nella generazione post-crisi il terreno fertile per un revival socialista, più per disperazione economica che per ideologia. Era una previsione interna al mondo americano, dove il costo dell’università e della casa – due beni che in Italia restano in larga parte pubblici o di proprietà – ha trasformato l’ascensore sociale in un miraggio. 
Quando un venture capitalist come Thiel riconosce che la sua stessa creatura, il capitalismo californiano, non garantisce più prospettive, il problema non è più ideologico: è strutturale. La New York che elegge Mamdani non è l’America profonda, ma è il laboratorio culturale dove i segnali arrivano prima. Qui si testano linguaggi, movimenti, narrative che poi si diluiscono nel mainstream. E in questo senso la sua affermazione non è locale: parla a un’intera generazione globale che fatica a trovare rappresentanza politica e strumenti di riscatto. La sinistra radicale statunitense non ha più il monopolio dei campus o dei quartieri gentrificati; si muove dentro la crisi urbana, dentro le contraddizioni di un modello economico che crea innovazione e precarietà in dosi simili. Mentre la destra occidentale – da Trump a Meloni – lavora per diventare nuovo establishment, rassicurando mercati e classi medie, la sinistra che non si riconosce in quel compromesso sceglie di spostarsi verso un terreno più conflittuale. È una strategia di sopravvivenza e di identità. La radicalità diventa il modo per non essere riassorbiti, e la figura di Mamdani rappresenta la traduzione elettorale di questa logica: un parlamentare che parla di debito studentesco, Gaza, edilizia popolare, come se fossero parti dello stesso discorso di liberazione economica.
Ciò che emerge non è la nostalgia del socialismo novecentesco, ma la costruzione di una nuova grammatica della disuguaglianza. In Europa, dove welfare e proprietà diffusa ammortizzano ancora l’impatto del mercato, il discorso resta in parte astratto. Ma la tensione è comune: le giovani generazioni non vedono più nella sinistra tradizionale una garanzia di emancipazione, e guardano a esperienze che osano ridefinire il perimetro morale della politica. Zohran Mamdani non è dunque una meteora, ma il sintomo di un movimento tellurico che parte da Brooklyn e si riflette a Londra, Berlino, Milano. È la prova che la radicalità non è più un vezzo minoritario, ma la forma attraverso cui una parte dell’Occidente tenta di sopravvivere alla normalizzazione del conflitto.

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