Gli ultimi sette giorni sono stati ricchi di eventi inattesi e sorprese in Venezuela, ma anche di conferme. Dopo quasi quattro mesi di affondamenti di imbarcazioni appartenenti a presunti trafficanti di droga, era diventato chiaro che l’obiettivo principale dell’amministrazione Trump non fosse in realtà la lotta al narcotraffico. L’imponente dispiegamento militare nel Mar dei Caraibi appariva infatti sproporzionato rispetto al traffico di droga relativamente limitato che transita dal Venezuela. La minaccia militare, insieme al blocco delle esportazioni di petrolio dal Paese, sembrava piuttosto mirata a provocare la caduta del governo Maduro per instaurare un esecutivo ideologicamente più allineato con Washington, guidato da esponenti dell’opposizione, a partire da María Corina Machado ed Edmundo González Urrutia. Tuttavia, gli eventi di inizio anno hanno messo in luce uno scenario differente.
Da “regime change” a “change in the regime”
Il 3 gennaio, nel cuore della notte, le forze militari statunitensi hanno colpito vari obiettivi sul territorio venezuelano e catturato Nicolás Maduro insieme alla moglie, Cilia Flores, successivamente trasferiti a New York con l’accusa di narcoterrorismo. Il blitz per catturare Maduro è stato una sorpresa, ma non l’unica della giornata. Durante la conferenza stampa tenutasi qualche ora dopo, il presidente Trump ha dichiarato che la sua amministrazione governerà il Paese sudamericano fino a quando la transizione non sarà “sicura e appropriata” e le infrastrutture petrolifere ricostruite.
In termini operativi, l’amministrazione americana indicherà gli obiettivi da perseguire al nuovo governo di Caracas, che però non sarà guidato dall’opposizione, bensì dagli stessi esponenti chavisti dell’amministrazione Maduro. Sempre nel corso della conferenza stampa Trump ha affermato che la vicepresidente di Maduro, Delcy Rodríguez, farà ciò che gli Stati Uniti desiderano, minacciando pesantemente la leader chavista in caso di decisioni contrarie alle indicazioni di Washington. Inoltre, Trump ha aggiunto che María Corina Machado non sarebbe abbastanza popolare per governare.
Seguendo la Costituzione venezuelana, che stabilisce che in caso di assenza del presidente il vicepresidente ne assume le funzioni, il 3 gennaio Rodríguez è stata nominata presidente ad interim e poco dopo ha pubblicato un messaggio rivolto a Washington, manifestando disponibilità alla cooperazione. Molte dichiarazioni del governo Rodríguez restano tuttavia favorevoli a Maduro e critiche verso l’attacco americano, probabilmente nel tentativo di placare il malcontento della propria base.
La strategia trumpiana e l’importanza del petrolio
La svolta inattesa consiste dunque nel fatto che Trump intende governare la transizione in Venezuela attraverso un governo chavista, oggi presieduto da Rodríguez, affiancata dal ministro degli Interni, della Giustizia e della Pace Diosdado Cabello (che controlla anche i servizi di intelligence) e dal ministro della Difesa Vladimir Padrino López. Probabilmente Trump ha preso questa decisione perché i chavisti controllano le forze armate e di polizia, indispensabili per mantenere l’ordine interno. Il governo guidato da Rodríguez può quindi garantire nell’immediato la stabilità interna — se necessario anche attraverso repressione e intimidazioni — richiesta per avviare la ristrutturazione dell’industria petrolifera sotto guida americana. D’altra parte, in questo modo, i leader chavisti evitano di dover affrontare nel breve periodo nuove elezioni presidenziali libere e democratiche.
Gli eventi del 3 gennaio hanno chiarito quale sia l’obiettivo dell’amministrazione Trump per il Venezuela e quale strategia intenda seguire per raggiungerlo: il Venezuela deve tornare a essere un Paese affidabile, saldamente inserito nell’area di influenza americana, e la sua ricchezza di materie prime deve servire prioritariamente allo sviluppo del Venezuela e degli Stati Uniti. Per conseguire questo obiettivo, oltre alla stabilità che dovrebbe essere garantita dal governo Rodríguez, saranno necessarie ingenti risorse finanziarie, che Trump inizialmente conta di reperire attraverso la vendita di greggio venezuelano. Washington ha infatti dichiarato che manterrà l’embargo totale sul petrolio del Venezuela e continuerà a sequestrare le petroliere che trasportano greggio soggetto a sanzioni, fatta eccezione per quelle espressamente autorizzate dagli Stati Uniti.
Il 6 gennaio Trump ha annunciato che le autorità venezuelane consegneranno agli USA tra i 30 e i 50 milioni di barili di petrolio soggetto a sanzioni, che verranno venduti sul mercato, e che il ricavato sarà gestito direttamente da lui, in modo da garantire che venga utilizzato a beneficio della popolazione venezuelana e degli USA. Da queste prime decisioni emerge quindi che il nuovo governo di Caracas non solo riceverà indicazioni dagli Stati Uniti su numerosi dossier (industria petrolifera, lotta al narcotraffico e alla criminalità, rapporti con Russia, Cina, Cuba e Iran), ma che dipenderà anche finanziariamente da Washington, almeno fino a quando gli americani gestiranno le esportazioni di petrolio.
Dato lo stato disastroso della compagnia statale Petróleos de Venezuela (PDVSA) e delle sue infrastrutture, il rilancio dell’industria degli idrocarburi richiederà investimenti enormi e tempi lunghi. Trump spera di coinvolgere le grandi imprese petrolifere americane e di non gravare sui contribuenti statunitensi, anche se su quest’ultimo punto sono emersi messaggi contraddittori. Il Venezuela possiede una vasta ricchezza di risorse naturali, inclusa la più grande riserva di petrolio al mondo (circa il 17% delle riserve globali), oltre a gas naturale, oro, coltan e terre rare.
Il greggio venezuelano è particolarmente attraente per le raffinerie statunitensi per il suo carattere pesante, complementare al petrolio leggero prodotto negli USA, e per la prossimità geografica, che consente un trasporto rapido verso il Golfo del Messico, dove si trovano impianti progettati per processare miscele di greggi pesanti e leggeri.
Quanto sta accadendo tra Stati Uniti e Venezuela ha indignato molti osservatori, che accusano Washington di agire in modo contrario al diritto internazionale e alle norme sulla sovranità nazionale. Purtroppo, non si tratta di una sorpresa poiché l’operazione è coerente con i principi di “America First” e della “pace attraverso la forza” alla base della nuova Strategia di sicurezza nazionale a stelle e strisce. Il dominio dell’emisfero occidentale e l’esclusione di altre grandi potenze extra-emisferiche – in particolare la Cina, soprattutto quando sono in gioco risorse petrolifere e strategiche – rappresentano infatti la massima priorità dell’amministrazione Trump.
Questa operazione dimostra che la nuova Strategia di sicurezza nazionale non è semplice retorica e che i Paesi dell’America Latina e dei Caraibi devono prendere molto seriamente la nuova Dottrina Monroe, rafforzata dal cosiddetto “Corollario di Trump”. I Paesi della regione su cui Washington sta concentrando la propria attenzione sono Cuba, Colombia e Messico. Nel caso di Cuba, sono probabili pressioni per un vero e proprio regime change, da sempre uno degli obiettivi centrali del segretario di Stato Marco Rubio, di origini cubane. Nel caso della Colombia e del Messico, invece, l’intervento americano probabilmente mirerà a rafforzare la lotta al narcotraffico, dato il ruolo centrale che entrambi i Paesi svolgono nella diffusione di droghe, naturali e sintetiche, negli Stati Uniti. La riduzione dell’afflusso di droghe nel Paese rappresenta infatti un tema cruciale per l’elettorato MAGA.
Le incognite
È ancora presto per sapere se la strategia delineata da Washington funzionerà in modo ordinato, senza la necessità di impiegare forze militari sul territorio venezuelano. Esistono infatti numerose criticità che potrebbero rendere necessario un intervento di soldati americani. In primo luogo, potrebbe emergere una frattura tra leader chavisti ideologicamente anti-imperialisti e quelli disposti ad accettare la dominazione a stelle e strisce pur di mantenere il potere. In secondo luogo, il popolo venezuelano potrebbe ribellarsi a questa nuova situazione, che non soddisfa né i sostenitori dell’opposizione né la base chavista, plasmata da venticinque anni di lotta anti-imperialista e anti-americana.
La speranza per i venezuelani è che alcuni miglioramenti economici si materializzino rapidamente, rendendo più sopportabile il fatto di essere ancora controllati dallo stesso regime – seppur senza Maduro – che ha sistematicamente violato i diritti umani, svuotato di contenuto le istituzioni democratiche e impoverito il Paese. Il miglioramento delle condizioni economiche e sociali della popolazione dipenderà soprattutto dalla decisione di Trump su quante risorse saranno destinate ai venezuelani e quante alle società petrolifere americane.
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