Undicesimo: non giudicare, di Riccardo Cristiano

Stranezze. Il 29 luglio 2013, durante la conferenza stampa che tenne sul volo che lo riportava a Roma dal Brasile, dove aveva partecipato alla Giornata Mondiale della Gioventù, papa Francesco disse la famosa frase “chi sono io per giudicare?”.
Queste parole erano parte  di una frase più ampia e relativa ai gay (e alla lobby gay). Da allora questa frase è stata intesa, giustamente, come un manifesto, apprezzatissimo da alcuni ma molto criticato da altri. Lo ha spiegato molto bene lui stesso nel volume intitolato proprio Chi sono io per giudicare? – curato da Anna Maria Foli. Questo volume comincia così: “Il pericolo qual è? È che noi presumiamo di essere giusti e giudichiamo gli altri…”.
Mercoledì scorso, all’udienza generale, papa Leone ha detto: “Noi siamo abituati a giudicare. Dio invece accetta di soffrire. Non rinuncia a spezzare il pane anche con chi lo tradirà. Questa è la forza silenziosa di Dio: non abbandona mai il tavolo dell’amore, neppure quando sa che sarà lasciato solo”.
Non sorprende che se la prima frase fece tanto chiasso questa invece, complice forse il generale agosto e il caldo estremo, passi quasi sotto silenzio? È forse un espediente, un’estrapolazione dal testo che non dà conto del contesto in cui è stata pronunciata? Non credo.
E non lo credo perché Leone non si è limitato a ricordare che Gesù spezzò il pane anche per Giuda, che non nominò quando disse agli apostoli che qualcuno di loro lo avrebbe presto tradito, ma ha voluto offrirci una rilettura dell’altra frase celebre, “Guai a quell’uomo, dal quale il Figlio dell’uomo viene tradito”, chiarendo che quel “guai” in greco è un “ahimè”, “esclamazione di compassione sincera e profonda”.
Il discorso potrebbe essere esteso, visto che Leone ha affermato che “la fede non ci risparmia la possibilità del peccato, ma ci offre sempre una via per uscirne: quella della misericordia”. Ma mi ha colpito il punto di partenza, quel “chi sono io per giudicare” e l’odiernonoi siamo abituati a giudicare. Dio invece accetta di soffrire”.
Eppure affermarlo oggi è ancor più importante, visto che siamo in un mondo che si polarizza su tutto, nel quale perdiamo anche la capacità di leggerci, parlarci, vederci. Non è soltanto un discorso sul dottrinalismo, ma che ci entra dentro, a tutti, nella nostra quotidianità. Sappiamo essere almeno un po’ inquieti?
Il sottotitolo del libro che ho citato, quello curato da Anna Maria Foli, è Perché voglio che la Chiesa sia inquieta. Papa Francesco, infatti, ha parlato molto dell’inquietudine, in un’occasione collegandola all’incompletezza del nostro pensiero, di cui dobbiamo essere consapevoli, e all’immaginazione, quella che sa aprire ampi scenari in spazi ristretti.
Come non notare che “inquietudine” è un vocabolo che compare ben tre volte nella prima omelia di Leone, quella che ha pronunciato il 18 maggio durante la messa di “intronizzazione”. Dapprima riferendosi alla sua elezione: “arrivando da storie e strade diverse, abbiamo posto nelle mani di Dio il desiderio di eleggere il nuovo successore di Pietro, il vescovo di Roma, un pastore capace di custodire il ricco patrimonio della fede cristiana e, al contempo, di gettare lo sguardo lontano, per andare incontro alle domande, alle inquietudini e alle sfide di oggi”.
Ecco la seconda citazione:In questo nostro tempo, vediamo ancora troppa discordia, troppe ferite causate dall’odio, dalla violenza, dai pregiudizi, dalla paura del diverso, da un paradigma economico che sfrutta le risorse della Terra ed emargina i più poveri. E noi vogliamo essere, dentro questa pasta, un piccolo lievito di unità, di comunione, di fraternità. Noi vogliamo dire al mondo, con umiltà e con gioia: guardate a Cristo! Avvicinatevi a Lui! Accogliete la sua Parola che illumina e consola! Ascoltate la sua proposta di amore per diventare la sua unica famiglia: nell’unico Cristo noi siamo uno. E questa è la strada da fare insieme, tra di noi ma anche con le Chiese cristiane sorelle, con coloro che percorrono altri cammini religiosi, con chi coltiva l’inquietudine della ricerca di Dio, con tutte le donne e gli uomini di buona volontà, per costruire un mondo nuovo in cui regni la pace”.
Quindi la terza citazione: “Una Chiesa missionaria, che apre le braccia al mondo, che annuncia la Parola, che si lascia inquietare dalla storia, e che diventa lievito di concordia per l’umanità”.
È difficile non concordare con padre Antonio Spadaro, oggi sottosegretario del Dicastero per la cultura e l’educazione cattolica, che nel suo libro di recente pubblicazione, Da Leone a Francesco, trova proprio nell’inquietudine il tratto che collega i due pontificati.
Scrive Spadaro: «Francesco ha combattuto l’introversione ecclesiale, e Leone, citandolo, lo ha ribadito: “La Chiesa è costitutivamente estroversa” e “l’autoreferenzialità spegne il fuoco dello spirito missionario”». Anzi, con un’espressione fulminante, Prevost ha aggiunto “Il popolo di Dio è più numeroso di quello che vediamo. Non definiamone i confini”.
Con queste parole il “todos, todos, todos” di Lisbona, pronunciato con forza da Francesco in occasione della sua ultima partecipazione a una Giornata Mondiale della Gioventù, sembra entrare in questo pontificato, probabilmente grazie all’inquietudine che Leone ha raccomandato così, anche qui in occasione di una  Gionata Mondiale della Gioventù, la sua prima da papa: “Non allarmiamoci allora se ci troviamo interiormente assetati, inquieti, incompiuti (ecco dunque anche l’incompiutezza bergogliana, n.d.a.) desiderosi di senso di futuro. Non siamo malati, siamo vivi!”.
Altri si sono esercitati in modo suggestivo sul rapporto tra Francesco e Leone ricordando quello tra il poverello d’Assisi e frate Leone. Non so se sia un esempio calzante, ma trovo interessante quanto ha scritto in uno di questo testi Fausto D’Addario: “La Chiesa è corpo mistico, ma anche memoria viva. I legami spirituali tra maestri e discepoli, tra carisma e istituzione, sono ciò che garantisce la fedeltà al Vangelo nel tempo. Francesco e Leone rappresentano l’armonia tra profezia e obbedienza, tra ispirazione e custodia. Papa Francesco e Leone XIV potrebbero incarnare la stessa dinamica nel cuore della Chiesa del XXI secolo”.
Certamente Leone XIV non è Francesco, pensare di imporre tutele o cappelli sarebbe assurdo.  Ma dopo i primi giorni in cui la continuità è stata oggetto di alcuni interventi, col tempo mi sembra subentrato il tentativo di evitare di infastidire, soprattutto quando emergono ma non risaltano temi così rilevanti come l’inquietudine e il giudicare.
Affermare il papato di Leone, si potrebbe pensare, si fa con la quiete più che con l’inquietudine, mentre potrebbe essere che in una fase così “inquietante” proprio il contrario aiuterebbe Leone ad affermare se stesso e la sua Chiesa, anche al costo di qualche riferimento o collegamento al papa che è venuto prima di lui.
È solo un esempio, forse sbagliato. Ma la persistente insistenza su alcuni dettagli, e la distrazione su tratti così rilevanti per ognuno di noi, nella Chiesa ma anche fuori di essa, fa pensare a dinamiche chiuse, non aperte. E questo a mio avviso danneggia Leone.

settimananews.it/papa/xi-non-giudicare/

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