Gl 2,12-18; Sal 50; 2Cor 5,20-6,2; Mt 6,1-6.16-18
Qualche giorno fa leggevo un articolo di Sergio di Benedetto dal titolo Ravagnani, Acutis… e una Chiesa che con i giovani non sa cosa fare (qui). Un articolo interessante perché poneva il fenomeno Acutis e il caso Ravagnani come due facce della stessa medaglia, di una Chiesa che fa fatica ad accompagnare i giovani per vie non battute, per strade che non conosce e che ha paura dove potrebbero arrivare. Infatti, dietro ad Acutis e a Ravagnani, pur salvaguardando la dignità delle loro persone, si è venuto a creare una sorta sovraesposizione mediatica che deve vederci sempre presenti, come Chiesa, pur di non scomparire. Una sovraesposizione che rischia di trasformare il santo in un format, la catechesi in uno slogan, il presbiterato in una trovata editoriale, la preghiera in un brand. Una sovraesposizione mediatica che ci fa più male che bene, visti gli sviluppi anche di altri casi mediatici che hanno scelto di rinunciare ai voti, oppure di parroci che hanno più followers che fedeli. Non c’è nessuna ripicca contro Acutis e Ravagnani, i quali sono miei coetanei e di cui comprendo bene il contesto in cui sono nati e in cui vivono. Eppure, oggi il messaggio del Mercoledì delle Ceneri sembra proprio essere una risposta sanante e liberante a questa sovraesposizione della nostra presenza che nasconde la paura di scomparire, di cadere nell’oblio. La Quaresima non è il tempo dei sensi di colpa, dello sguardo smorto, del fioretto ad ogni costo. La Quaresima è il tempo della purificazione, della potatura, della liberazione. E quest’anno, forse, proprio dalla sovraesposizione delle nostre immagini, dalla paura di non essere presenti dappertutto, di non essere sempre sul pezzo, di non essere riconosciuti nei ruoli e nelle categorie. La liberazione dalla preoccupazione dei followers, dei mi piace, del consenso. Perché, sembra suggerire Gesù, il contrario del discepolo non è il non credente, l’ateo, il diversamente credente, ma l’ipocrita, ovvero colui che indossa una maschera, che espone costantemente un personaggio, un attore sulla scena del mondo. L’elemosina, la preghiera e il digiuno non sono obblighi morali, ma strumenti per giungere ad una dimensione molto più profonda di noi, all’essenzialità della vita stessa. La conversione, poi, non è negli strumenti, non è nell’elemosina, nella preghiera e nel digiuno, ma nel come vengono fatti. Infatti, anche tutti gli altri praticanti di differenti religioni, anche i farisei, pregano, fanno elemosina e digiunano. Ma la differenza è proprio nel come, nel vivere tutto questo nel segreto, in una libertà che ci vede dinanzi al Signore e basta. Senza paura di sfuggire allo sguardo dell’altro, senza paura di essere sempre sotto controllo, o che le altre persone chissà cosa possono pensare. Si tratta di una liberazione che ci vede dinanzi a noi stessi, in quel lacerarsi il cuore e non le vesti, come afferma Gioele. Tornare anche nel pianto, senza paura di piangere. Una conversione che riguarda il nostro essere insieme alle persone ma anche la comunità stessa. È nel come viviamo questa Quaresima che la comunità potrà cambiare strada, che le nostre comunità potranno riconoscere l’essenziale. Quell’essenziale che ci vede non in un processo di conversione individuale ma comunitario, fino ad essere ambasciatori presso le altre persone della misericordia di Dio, della sua riconciliazione. Questo è ciò che afferma Paolo dinanzi alla comunità di Corinto, per cui chi vive la conversione non la vive mai da solo, ma sempre diviene ambasciatore presso le altre persone, in un silenzio che non fa rumore, in un silenzio che vede tanti di noi offrire ciò che hanno e ciò che sono senza rumore, senza sovraesposizione, ma cercando quella conversione ecologica di cui ci parlava già papa Francesco. Quella conversione integrale che mi vede riconciliato con me stesso, con gli altri, con i territori e l’ambiente che mi circonda. Una conversione che dice purificazione dall’ansia da prestazione, dall’angoscia di scomparire, dalla paura di non essere visti e riconosciuti dalle altre persone. Una conversione che, nell’era della sovraesposizione a tutti i costi, ancora ci salva e ci libera.
(presbitero, vicepresidente CUF)


