Assistiamo attoniti e impotenti a un’altra guerra, un’altra volta. Il grado di estraneità dell’Europa dal Grande Gioco che sta cambiando gli equilibri mondiali è testimoniato dalla sorpresa che ha colto il nostro ministro della Difesa (e il questore di Roma) in viaggio a Dubai proprio mentre il conflitto scoppiava. I nostri sentimenti sono divisi. Da un lato c’è l’amara e allarmata constatazione che il mondo è sempre più regolato dalla forza. La guerra come «mezzo di risoluzione delle controversie internazionali»: praticamente ciò che, nella nostra Costituzione, ripudiamo. La sovranità nazionale è ormai poco più di un simulacro, se non è protetta da un’adeguata forza militare. Questo è un capovolgimento della stessa ragion d’essere del progetto europeo. Laddove avevamo scelto di affidarci alla «forza gentile» dei commerci e della cultura, la realtà di questo tempo nuovo ci dice che a contare è invece l’«hard power»: la volontà di potenza, la superiorità bellica, l’innovazione tecnologica. Tre asset di cui non disponiamo. Il futuro ci riserverà dipendenza e subordinazione se non provvediamo, e alla svelta.
Una «guerra nuova», peraltro, condotta con l’intelligenza artificiale, dotata di un’apparente precisione chirurgica che può renderne più facile la seduzione e più abituale il ricorso. Una gragnuola di «omicidi mirati» per la terza volta in pochi mesi ha messo in ginocchio un potere come quello iraniano, che pure si presentava impenetrabile nel mistero, formidabile nella repressione, tentacolare nel terrorismo. Se è così facile farlo, lo rifaranno.
D’altra parte, non possiamo piangere la fine di Ali Khamenei, il più longevo dittatore del mondo, né quella di 48 leader del suo feroce regime, capace di uccidere in pochi giorni un numero di civili iraniani comparabile a quello dei palestinesi sterminati da Israele nella guerra di Gaza. Anche se — temo — la naturale propensione di molti demagoghi nostrani a stare sempre dalla parte delle tirannie e contro il mondo libero potrebbe non risparmiarci lo spettacolo di qualche manifestazione di piazza in difesa perfino dei diritti degli ayatollah, così com’è accaduto per Maduro. D’altra parte il beniamino di questi demagoghi, Vladimir Putin, torturatore da quattro anni del popolo ucraino, si è già permesso di contestare sul piano del «diritto internazionale» l’azione americana contro un tradizionale alleato di Mosca, fornitore all’Armata russa dei droni da scagliare sull’Ucraina, pezzo pregiato dell’«asse della resistenza» che Mosca non ha i mezzi per difendere.
Ma è troppo presto per scegliere quale sentimento privilegiare: se disperare per come va il mondo o sperare che almeno tutto ciò serva a qualcosa. Molto dipenderà infatti dagli obiettivi che questa guerra si prefigge e dai suoi risultati.
Sappiamo innanzitutto che non dobbiamo farci illusioni. L’attacco all’Iran non nasce dall’intento di esportare la democrazia o lo stato di diritto nella Persia presa in ostaggio dagli ayatollah. Per quanto Trump abbia fatto leva sull’aspirazione legittima di milioni di coraggiosi cittadini iraniani di liberarsi della tirannia, e per quanto questo possa persino risultare l’esito finale di questa guerra, essa non è stata intrapresa con tale fine. Trump non è George W. Bush. L’Iran non è un altro Iraq. La nuova destra americana è troppo nazionalista, “America first” e Maga, per impegnare uomini e risorse economiche in un progetto così ambizioso e di lunga durata.
Il vero obiettivo strategico della guerra, e anche la sua unica giustificazione etico-politica, è impedire che un’altra potenza mediorientale abbia la bomba atomica. Lo status nucleare di Israele, secondo questa dottrina, deve restare unico nell’area, per evitare che scoppi prima o poi una guerra su larga scala. È ciò che intende Netanyahu quando parla di «una guerra per porre fine a tutte le guerre». L’interesse degli Stati islamici sunniti dell’area, dall’Arabia Saudita agli Emirati, garantisce all’alleanza Usa-Israele la certezza di agire con il loro sostanziale sostegno.
Il regime degli ayatollah sta pagando la colpa scellerata di aver armato e spinto Hamas alla carneficina del 7 ottobre per impedire che l’Arabia Saudita firmasse gli Accordi di Abramo con Israele. Da quel momento non è più considerato, da Gerusalemme e dalla nuova Casa Bianca che ne segue la linea, come un possibile soggetto di negoziato. Le trattative condotte per mesi, si è capito ora, servivano solo a preparare l’attacco.
Ma non sappiamo se quel regime sarà spazzato via dalla «Furia Epica» che gli si sta abbattendo addosso dal cielo. Soprattutto non sappiamo che cosa verrebbe dopo, se pure crollasse sotto i colpi. Le risposte a queste domande decideranno se quest’altra guerra del presidente del Board of Peace, che si vanta di aver messo fine a otto guerre, ha avuto un senso per la storia o solo per lui. Se la dichiarerà vinta quando avrà messo una pezza ai sondaggi elettorali in patria, oppure solo quando l’Iran sarà stabilizzato e pacifico. Magari anche lasciandolo nelle mani degli stessi di prima ma indotti dalla guerra a più miti consigli, secondo lo schema-Venezuela che ha in testa Trump.
Se non si avvierà infatti un processo virtuoso, che la struttura sociale e religiosa di quel Paese e la debolezza politica dell’opposizione interna rendono estremamente difficile, i rischi potenziali di un incendio maggiore possono trasformarsi in un danno permanente anche per l’Occidente. La fila di petroliere ferme in attesa davanti allo Stretto di Hormuz, gli attacchi a quel pezzo di Occidente che è ormai diventata Dubai, l’esplosione di violenza contro gli americani in Pakistan, ci fanno capire che la strada sarà lunga e tortuosa, e irta di pericoli. Il tirannicidio era addirittura glorificato nella storia dell’antichità. Purché non ne scaturissero mali peggiori: la guerra civile, o tiranni più crudeli.
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