“In questo momento di oscurità, New York sarà la luce”. Con queste parole, Zohran Mamdani ha celebrato la sua vittoria nelle elezioni per il nuovo sindaco della Grande Mela, trasformando subito il suo trionfo in un messaggio dal peso nazionale: una sfida diretta al presidente in carica, Donald Trump. L’elezione a sindaco di Mamdani, 34enne socialista-democratico nato in Uganda, stabilisce diversi primati: è il primo sindaco musulmano della Grande Mela, nonché il più giovane da più di un secolo. L’ascesa del nuovo primo cittadino di New York, dopo una campagna elettorale incentrata su promesse di welfare e servizi alle fasce svantaggiate della popolazione newyorchese, è solo una delle brutte notizie ricevute da Trump durante la notte elettorale, che coincide esattamente con il primo anniversario della sua rielezione alla Casa Bianca. I democratici, infatti, hanno ottenuto successi significativi anche in Virginia, dove Abigail Spanberger è diventata la prima donna governatrice, e in New Jersey, con la vittoria di Mikie Sherrill. In California, un referendum sulla ridistribuzione dei seggi al Congresso ha inoltre approvato una mappa favorevole ai democratici. Nel complesso, questi risultati sono stati interpretati come il primo segnale positivo per il partito dall’inizio del secondo mandato di Trump, che ha attribuito il rovescio elettorale allo shutdown federale – da oggi il più lungo della storia americana – e all’assenza del suo nome sulla scheda elettorale.
Mamdani, vittoria attesa?
Nel suo discorso di accettazione della vittoria, Mamdani ha posto l’accento su alcuni temi centrali. Ha definito New York “una città di immigrati e, da questa sera, guidata da un immigrato”. La sua narrazione si è costruita attorno a tre pilastri: identità, rinnovamento generazionale e sfida al potere nazionale. La sua vittoria era stata ampiamente preannunciata dai sondaggi, che lo davano in netto vantaggio rispetto allo sfidante Andrew Cuomo, già battuto da Mamdani alle primarie democratiche e presentatosi come indipendente. Nel suo programma elettorale, il neo-eletto sindaco ha promesso di bloccare gli affitti per un periodo di quattro anni, rendere gratuiti gli autobus e di assicurare cure per l’infanzia a ogni famiglia. Per coprire questi costi, intende introdurre una tassa aggiuntiva ai cittadini di New York più facoltosi, ovvero coloro che guadagnano oltre un milione di dollari l’anno, con un gettito stimato in 4 miliardi di dollari. In aggiunta, propone di innalzare l’aliquota fiscale sulle imprese al 11,5%, per allinearla a quella del New Jersey. Insomma, una piattaforma basata sul welfare, la concretezza e questioni empiriche, lasciando invece in secondo piano diatribe ideologiche e campiste che storicamente dividono l’elettorato Dem.
Oltre New York?
A confermare il fatto che la sfida a Trump va ben oltre i confini della Grande Mela è stato lo stesso Mamdani, durante il suo primo discorso dopo il voto. “Se c’è qualcuno che può mostrare a una nazione tradita da Donald Trump come sconfiggerlo, è la città che gli ha dato i natali. Quindi Donald Trump, visto che so che mi stai guardando, ho due parole per te: alza il volume”. La vittoria di Mamdani si inserisce in un quadro politico più ampio. Nella stessa notte elettorale, infatti, i democratici hanno riscosso altri successi significativi. In Virginia i democratici hanno ottenuto una vittoria storica con l’elezione di Abigail Spanberger a governatrice. Il risultato è particolarmente rilevante perché gli elettori hanno punito la linea trumpiana e premiato un messaggio di pragmatismo e stabilità. Anche in New Jersey la serata elettorale si è tinta di blu. Mikie Sherrill, ha vinto la corsa per la carica di governatore, battendo il repubblicano Jack Ciattarelli, sostenuto apertamente da Trump. In California, invece, c’è stata una consultazione speciale sulla Proposition 50, un referendum sulla ridistribuzione dei distretti congressuali. Il voto era stato convocato dopo mesi di dibattito sul gerrymandering, come viene chiamata in gergo la manipolazione dei confini dei collegi a fini di vantaggio politico. Negli ultimi anni i repubblicani avevano usato questo strumento in diversi Stati per consolidare la propria rappresentanza al Congresso. La California, però, ha risposto promuovendo un modello che restituisce maggiore peso alle aree urbane e multietniche.
Trump indebolito?
I risultati elettorali del 4 novembre sono senza dubbio un rovescio politico per Trump, ma sarebbe irragionevole ritenerlo in crisi o, addirittura, darlo per spacciato in vista dei prossimi appuntamenti alle urne (in particolare le Midterm 2026). Se da un lato, infatti, la vittoria di Mamdani è stata raggiunta all’insegna dell’anti-trumpismo, New York è comunque uno storico feudo dei democratici, tanto che lo stesso Trump si è visto costretto a sostenere Cuomo anziché Curtis Sliwa, il candidato repubblicano che non ha mai avuto reali chances di vittoria. Un conto è New York, un conto è l’America nella sua interezza, dove un’agenda così smaccatamente sociale e progressista sarebbe più difficile da proporre. D’altro canto, quella di Mamdani è descritta anche come una vittoria dell’ala progressista contro l’establishment centrista del Partito Democratico stesso, tanto che il nuovo sindaco è stato apertamente sostenuto da Bernie Sanders e Alexandria Ocasio Cortes. La questione, dunque, è se il partito dell’asinello riuscirà a trovare una sintesi tra le sue due anime, tra le quali corre anche una linea di faglia generazionale, o se gli ultimi avvenimenti renderanno ancora più profonde le spaccature interne. Trump, che esattamente un anno fa alzava la coppa della vittoria, ha commentato le vittorie elettorali Dem su Truth, attribuendole alla chiusura del governo federale, che oggi arriva al 36esimo giorno e diventa il più lungo della storia americana, e all’assenza del suo nome sulle schede elettorali.
Commento
È una vittoria larga e, nelle proporzioni, inattesa quello dei democratici nel più importante test elettorale dopo le presidenziali dell’anno scorso e prima del Midterm 2026. Non solo Mamdani a New York, ma anche i governatorati di New Jersey e Virginia o il referendum voluto da Newsom in California. Con distacchi molto ampi, ben al di là delle previsioni dei sondaggi. E, dato ancor più rilevante, tassi elevatissimi di partecipazione elettorale. Si tratta di un voto che evidenzia l’ampio e diffuso scontento verso Trump, mostra una voglia di partecipazione non scontata, e segnala la possibilità dei democratici d’intraprendere un percorso di rinnovamento politico e generazionale necessario e a lungo differito. Anche per colpa di una leadership e di un establishment che faticano a capire la portata del cambiamento e, candidando una figura screditata come Andrew Cuomo alle primarie democratiche a New York, ha dimostrato una volta ancora di avere perso il contatto con larga parte del suo elettorato.
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