Sovranisti in crisi, servono idee, di Goffredo Buccini

Dunque, reagire si può. Dopo una lunga cavalcata, iniziata a metà degli anni Dieci con la Brexit e il primo mandato di Donald Trump, sovranisti e populisti iniziano a inciampare nelle loro contraddizioni. Troppo disastrose le condizioni dell’Ungheria, ridotta alla miseria dal regime cleptocratico di Viktor Orbán, per non indurre una popolazione esausta a girare pagina. Troppo sfacciate le ingerenze russe in Romania, a favore di un fantoccio putiniano sovvenzionato in nero, per non generare un intervento della Corte costituzionale e, l’anno scorso, un ricompattamento vincente del fronte democratico. Troppo instabile e pericoloso nel suo secondo giro alla Casa Bianca il presidente americano per non precipitare nel gradimento in patria (a sei mesi dalle elezioni di midterm) e per non diventare criptonite per i suoi stessi alleati.
Il vento sta cambiando, si dice, nei circoli e nei conciliaboli dem da Washington a Roma, da Parigi a Londra. Ed è indiscutibile che ciò sia in parte vero. Che l’insondabile onda degli umori collettivi stia mutando direzione rispetto al tempo in cui il politologo Paul Taggart, vedendo montare la piena in lontananza, ci spiegava che «il populismo riempie un cuore vuoto» ovvero deluso dall’algida insensibilità contabile dei sistemi liberali.

Le menzogne, che per un decennio hanno gonfiato così i cuori dell’elettorato, stanno alla fine mostrando le gambe corte, portando guerre, disordine e nuove povertà.
E, tuttavia, in politica gli spazi vanno riempiti, possibilmente con idee e visione, altrimenti, caduto un Orbán se ne farà un altro. Sta già accadendo in un altro ex satellite sovietico membro della Ue e fresco di ingresso nell’eurozona: la Bulgaria, dove stravince il filorusso Rumen Radev, euroscettico e nemico degli aiuti a Kiev. E nell’Ungheria appena affrancata dal regime orbaniano, il nuovo leader Peter Magyar non è affatto un liberale, militava nel partito dell’autocrate sconfitto: certo non è nemmeno un maggiordomo di Putin, ma andrà valutato alla prova dei fatti.
La partita non è chiusa, insomma. Ha anzi tratti di imprevedibilità globale: com’era ovvio, l’erraticità di Trump ha contagiato l’intero ecosistema geopolitico. «L’instabilità sta diventando la nostra normalità», ha osservato Giorgia Meloni andando in Francia a un vertice di quei «volenterosi» che aveva a lungo snobbato nel periodo di più stretta osservanza trumpiana. È vero, tutto cambia in fretta.

Ma se le democrazie liberali, date per morte con una certa esagerazione, mostrano resilienza e capacità di risalire la china, non sembra tanto per meriti propri quanto per demeriti degli avversari. Il populismo a sbocco sovranista tende a produrre autocrati che, alla lunga, si isolano, perdono il contatto col popolo nel nome del quale sostengono di parlare, s’infilano in tunnel di errori imperdonabili: l’approccio dilettantesco di Trump a una guerra impegnativa come quella contro l’Iran, a dispetto degli avvertimenti dei suoi generali, è solo l’ultimo clamoroso esempio. Per i populisti, osservano Marc Lazar e Ilvo Diamanti in un bel saggio di qualche tempo fa, ci sono solo dicotomie (pro o contro, bene o male, amico o nemico) e «non esistono problemi complicati ma soltanto soluzioni semplici da attuare (…). La loro temporalità è quella dell’immediatezza e il loro regime di storicità è il presentismo». Purtroppo per loro, ma anche per noi quando questi eterni imbonitori vanno al potere, la realtà è assai più complessa.

Possiamo andare incontro a ulteriori, terrificanti… semplificazioni? Il Washington Post, citando uno studio del Carnegie Endowment for International Peace, descrive un Putin spalle al muro: non ha sconfitto l’Ucraina, ha un’economia che sprofonda, ha perso la sua quinta colonna ungherese; di fronte a un’accelerazione nel declino di Trump, suo vero alleato, potrebbe voler cogliere l’ultima finestra di opportunità e forzare la mano con un attacco all’Europa che il tycoon, ormai su posizioni ostili alla Natoè una tigre di carta»), potrebbe dimenticare di difendere. Minacce a un’Europa vista come un nemico esistenziale, «da punire» persino con l’atomica, sono venute addirittura dalla presentazione d’un libro di strategia nella sede dell’ambasciata russa a Roma: un caso politico e diplomatico sconcertante.

Non è affatto detto che si realizzino gli scenari più estremi. Ma le democrazie liberali devono diventare in fretta sempre più reattive, se vogliono resistere sull’otto volante scatenato dalla crisi populista e recuperare terreno. Garantire ai loro cittadini una nuova stagione di sicurezza che va declinata non solo in termini di ordine pubblico ma di sicurezza sociale. La lezione di Keynes, che visse da testimone privilegiato gli eventi che portarono alle due grandi guerre del Novecento, è ancora attuale: fu l’insicurezza diventata psicosi collettiva a corrodere le istituzioni liberali. Qui non si tratta di stare con Keynes o Milton Friedman, ma di salvare con pragmatismo ciò che resta del welfare, usando l’immigrazione anziché esserne travolti, coniugando sicurezza e solidarietà ed evitando slogan fasulli come la «remigrazione». Si tratta di restituire ai più giovani il senso della parola e la dignità della verità: Trump è frutto del degrado di entrambe, del vacuum nel linguaggio generato dalla rivoluzione digitale degli ultimi vent’anni e della deriva demenziale dei social che lui ha eretto a sistema teoretico. Solo la buona politica può compiere una simile operazione. Su queste colonne Walter Veltroni invocava dieci idee forza da proporre in luogo del consueto chiacchiericcio da sottobosco parlamentare. Potremmo partire dal restauro di un’idea nobile e negletta, gli Stati Uniti d’Europa: eliminando il diritto di veto che ha permesso a Orbán di ricattarci per sedici anni. Lo chiedono sette europei su dieci, sarebbe ora di ascoltarli.

corriere.it/opinioni/26_aprile_21/sovranisti-in-crisi-servono-idee-845b987a-7cf5-4995-9c49-5c3b12f46xlk.shtml

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