Siamo immersi nella Settimana di Preghiera per l’Unità dei Cristiani, un tempo che spesso rischia di scivolare nella formalità di slogan sempre uguali a se stessi. Dobbiamo quindi andare a fondo e meditare sulla necessità vitale del dialogo.
Per riflettere su questo, possiamo prendere in prestito un concetto dalla fisica, ovvero il Secondo Principio della Termodinamica. L’entropia ci insegna che ogni sistema chiuso, ogni stato di ordine sostenuto da energia, tende naturalmente a essere dissolto, in quanto l’energia che permette il suo stato d’essere tende mano a mano a consumarsi. Senza un apporto esterno, senza il nutrimento proveniente da un’alterità, tutto si spegne.
La vita stessa è un miracolo di resistenza all’entropia: un essere vivente resta in equilibrio solo se è capace di estrarre energia dall’ambiente, nutrendosi di altra vita, di frutti, di piante, ecc. Se spostiamo questo sguardo sul piano culturale e spirituale, la dinamica non cambia. Un’idea, una visione del mondo o una spiritualità che si chiudono in se stesse, rifiutando il contatto con l’esterno, sono destinate alla dissoluzione.
Una visione del mondo che non sa alimentarsi smette di funzionare e diventa un simulacro polveroso che non sa più dire nulla al presente.
Ma perché questo succede? Spesso queste chiusure ci danno una sensazione di sicurezza, diventano la nostra zona di comfort. Ma ciò può andare bene solo temporaneamente. A un certo punto occorrerà sempre uscire da se stessi, dal solito circolo affettivo, dai nostri spazi protetti e affrontare la diversità.
L’altro non è un mostro che vuole divorarci, ma qualcuno esattamente come noi, che magari ha paura del cambiamento come noi, ma potrebbe essere, a differenza di chi si chiude nell’autoreferenzialità, consapevole che senza movimento, senza crescita, senza relazione. si è destinati alla disgregazione psico-affettiva.
Ogni spiritualità, dunque, non deve essere un reperto da museo custodito sotto una teca di vetro, ma qualcosa di organico e vivente. E come ogni organismo, per vivere, deve nutrirsi.
Ovviamente nutrirsi non vuol dire attingere all’informazione “trash” che spopola sui social media, ma alla conoscenza vera, quella ricerca profonda di chi ama la verità.
Il dialogo interreligioso ed ecumenico non è un cedimento della propria identità. Chi conosce l’argomento sa che il vero dialogo, quello consapevole, non ferisce l’identità, anzi, la definisce ancora di più. Confrontarsi con l’altro ci costringe a conoscerci meglio e più profondamente, perché l’altro ci aiuta a notare aspetti di noi che da soli non riusciremmo mai a vedere. È come mettersi davanti a uno specchio: solo allora ci accorgiamo di qualcosa che non va o di un dettaglio che avevamo trascurato.
Un uomo isolato perde se stesso e la ragione; allo stesso modo, una comunità (che sia un gruppo di spiritualità, un convivio o un’associazione) se resta chiusa nella propria autoreferenzialità, diventa incapace di accogliere l’unicità dell’altro, e quindi di crescere, auto-destinandosi a un lento e inarrestabile assottigliamento.
Non viviamo più nell’epoca delle piazze piene per appartenenza ideologica di massa. Le persone oggi fuggono l’omologazione e cercano di essere accolte nella loro peculiarità. Anche se il sistema consumistico riesce ancora ad omologare seducendoci con la falsa prospettiva di felicità. L’entropia, però, lavora fortunatamente anche contro le strutture dannose: ciò che non funziona è destinato a cadere.
Il senso del dialogo che voglio proporre è proprio questo: uscire dalla meccanica predatoria di chi vuole solo imporsi, per entrare nella logica del nutrimento reciproco. Dialogare significa arricchirci della diversità altrui per riscoprire la nostra bellezza. È un reciproco darsi vita, un modo per arrivare all’altro e, finalmente, ritrovare noi stessi.
(religioso OFM)


