“Segui i delfini”. In mare per dare un nome ai morti, di Alberto Bobbio

“Segui i delfini!”. Quell’ordine le martella in testa dal giorno dell’orrore. La voce era sua e mai la lascia, anche adesso che sono passati tredici anni. Pulsa come un’eco d’angoscia, intensa e dolorosa che non si toglie, perché da allora ogni volta è così. Questa è la storia di una giovane donna di 40 anni, Dalila Ardito, biologa marina, che da piccola voleva diventare la dottoressa dei delfini. E’ la storia di un telefono che squilla nella notte del 3 ottobre 2013 in una casa di Alcamo, parole in affanno, un sacco impermeabile, una muta da sub, un’auto nella notte che corre verso Porto Empedocle, una motovedetta, rotta a sud, Lampedusa. Questa è una storia che ha cambiato la vita ad una ragazza di 27 anni in una notte d’autunno. Le avevano detto di non preoccuparsi “tanto poi ti abitui…”. Ma questa non è affatto la storia di un’abitudine. Da 13 anni Dalila Ardito segue i delfini e restituisce un pezzo di dignità, almeno un pezzo, a corpi bruciati dal fuoco e dal sale, gente che non ce l’ha fatta a realizzare il sogno di una vita nuova. Da 13 anni Dalila Ardito strappa il sudario del Mediterraneo prima che le correnti portino i corpi chissà dove. Racconta: “Lì per lì non ci fai caso. E’ il tuo lavoro. Ti chiamano, vai in mare, scruti l’acqua. Il delfino per istinto porta in superfice gli esseri umani. Seguire un delfino vale mille volte più di ogni radar e di tutte le tecnologie che abbiamo sviluppato. E’ un indicatore. Ne ho visti con in bocca un osso, una gamba, una testa. Lavoro, mi dicevano. E io consulente della Guardia Costiera per molto tempo ho fatto il lavoro, come andare in ufficio in una giornata qualsiasi”.

Il 3 ottobre 2013 un peschereccio precario si era rovesciato a poche miglia da Lampedusa, 386 morti, una tragedia immensa. Imbarcava acqua e i migranti a bordo, partiti da Misurata in Libia, diedero fuoco ad un lenzuolo per segnalare a terra l’emergenza. La barca prese fuoco. Restano dopo anni quasi 200 corpi da identificare con il Dna, ma sarà impossibile dare un nome a tutti: “Ad un certo punto arrivai a contarne 78, poi mi girai e continuavo a vedere persone galleggiare, mentre i delfini puntavano sempre più al largo. Bisogna fare in fretta”. Il primo naufragio non lo dimentichi, ma neppure gli altri: “Non li ho contati. Lampedusa, Cutro, missioni al largo della Libia. All’inizio con la Guardia Costiera. Poi ho detto basta, non volevo che fossero i morti ad integrare il mio stipendio di biologa marina. Così ho scelto di farlo da volontaria sulle navi delle Ong da Mediterranea ad Open Arms ai tedeschi di Sea-Watch. Una biologa marina è indispensabile per la ricerca in mare. Conosciamo il linguaggio dei marcatori dell’ecosistema”. La dottoressa dei delfini è diventa grande e la sua competenza l’ha messa al servizio della dignità. Ma è stato difficilissimo: “All’inizio per anni avevamo a disposizione un supporto psicologico, poi l’hanno tolto, questioni di bilancio. Così mi sono arrangiata. Ogni mattina uscivo di casa, dicevo che andavo a correre, ma mi infilavo in una chiesetta e discutevo con Dio. Perché? Perché proprio io? Perché mettermi addosso il peso di questa croce? Poi un giorno ho capito che quel telefono che suona ogni volta che al telegiornale danno notizia dell’ennesimo naufragio era una Sua chiamata e io non potevo che rispondere”.

Dalila è consigliera nazionale dell’Azione Cattolica, una vita dentro la più grande associazione dei laici cattolici italiani, presidente diocesana a Trapani giovanissima, mentre studiava delfini e partiva per missioni di studio in Europa e in Italia. Ricorda la nonna, che le raccontava il Vangelo a tre anni, la portava in chiesa ad annusare il profumo dei fiori sull’altare, profumo del Vangelo le sussurrava, quello che ti impedisce di marcire il cuore, quello che non ti fa perdere i sensi: “Mi diceva se senti che una cosa è giusta falla, anche se gli altri non capiscono, anche se vedi sui loro volti quei sorrisetti un po’ di commiserazione. All’inizio non è stato facile far capire e nemmeno io, forse, riuscivo a capire perché quel mare mi procurava così tanto dolore, ma non me ne volevo separare. Poi salvataggio dopo salvataggio, recupero dopo recupero, ho capito che la mia croce era occuparsi della realtà che ogni giorno mi capita nelle mani. E da biologa marina la mia responsabilità evangelica era prendermi cura anche del dolore che non abbiamo scelto”.

In tredici anni l’emergenza di quella prima telefonata è diventata normalità. Ma lei non ci si è mai adattata: “Negli ultimi anni la politica ha avversato in ogni modo possibile l’accoglienza e io dal Mediterraneo della politica ho visto l’involuzione, addirittura disincentivando i recuperi in mare”. Il grande naufragio del 2013 doveva cambiare la storia, questa era la promessa. Non è accaduto e ora anche la misura degli eventi è mutata: “Ci si fa carico solo della dimensione residuale, l’emergenza dell’ultima manciata di miglia, ma non si inverte la rotta, come ha sollecitato Papa Francesco e ora anche Leone. C’è troppo dolore che non ci tocca, solo immagini che scorrono in tv alla quali non prestiamo più attenzione. Invece dovremmo intervenire prima che il confine diventi tragedia”. Lei ha imparato a sconfinare. Dice: “La storia si fa se si sceglie di restare umani, altrimenti abbiamo fallito”. Una volta in mare con la Guardia Costiera la motovedetta si fermò al limite delle 12 miglia. Oltre non si poteva andare, acque internazionali, ma là appena oltre il limite una donna e due bambini annaspavano aggrappate ad un legno: “Io non dovevo dar conto a nessuno e mi sono tuffata, la mamma era incinta”. Ciò con cui non riesce a fare i conti è l’odore, dei corpi bruciati dai carburanti, delle piaghe della salsedine, l’odore dai boccaporti delle barche, corpi ammassati nella morte, al punto che quando torna da una missione per giorni non cucina la carne. Poi si ferma Dalila Ardito, fa una pausa nel racconto sconvolgente e riflette: “Forse ora lo capisco. Non è puzza, è odore di santità, l’odore della gente che ha scelto la speranza, non la disperazione e la follia. Ma è anche l’odore della vergogna, della nostra vergogna”. In mezzo a tanto orrore di cui ha deciso di non tenere il conto c’è qualche luce che illumina il buio: “La felicità negli occhi dei vivi. Quando ci vedono sulla nave sanno che sono salvi e la disperazione di colpo sparisce. Un giorno a Lampedusa sono andata a trovare una giovane donna con due figli, di cui uno nato in seguito ad una violenza sessuale in un campo di detenzione in Libia. Ho chiesto se avesse bisogno di qualcosa. Mi ha risposto alzando uno zainetto. Dentro conservava due fotografie, una bottiglia d’acqua e alcune matite colorate. No, ho tutto quello che serve, mi disse. Per lei quello era il futuro. E allora capisci che quel Mediterraneo non è solo un cimitero, né un sudario, ma anche una via di santità. E’ il Signore che ci ha messo lì davanti. Tutti”. La dottoressa dei delfini continuerà a seguirli e non si abituerà mai al dolore. Eppure sorride: “Il tempo mi ha abituato solo a comprendere chi sono e per chi voglio essere. Siamo una sequenza di legami e nasciamo solo per appartenerci”.

L’Eco di Bergamo, del 12 agosto 2026

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