Se l’IA inizia a fingersi Gesù, di Barbara Reynolds

A seguire, versione in lingua inglese

Prima o poi dovrà levarsi un grido: la tecnologia ha oltrepassato il segno.

Una crescente ondata di applicazioni religiose basate sull’intelligenza artificiale consente oggi agli utenti di «mandare messaggi a Gesù», «parlare con la Bibbia» e perfino di intrattenere conversazioni con versioni artificiali di Maria, degli apostoli, degli angeli o persino del diavolo. Strumenti che imitano figure sacre con facilità inquietante, confondendo il limite tra devozione e impersonificazione digitale.

Alcune app scrivono preghiere personalizzate. Altre raccolgono «confessioni», offrono consigli su matrimonio o lavoro o affermano di portare conforto spirituale. Quanto si potrebbe liquidare come una novità innocua è in realtà parte di una tendenza più ampia: le identità sacre sono ridotte a merci, mentre una spiritualità simulata minaccia di oscurare il vero Gesù Cristo, crocifisso, risorto e, secondo la Scrittura, immagine vera e vivente di Dio.

Su TikTok, YouTube e altre piattaforme, influencer di un presunto «Gesù IA» e avatar in stile messianico citano le Scritture e dispensano indicazioni morali come se fossero investiti di autorità divina. Nel corso di diverse conversazioni di prova avute con l’app Text Jesus, l’imitazione era inequivocabile.

Quando ho chiesto: «Sei Gesù?», il chatbot ha risposto: «Figlio mio, io sono con te sempre… Io sono la via, la verità e la vita». Parole tratte direttamente da Giovanni 14,6, dove a parlare è Gesù, non un algoritmo addestrato su testi sacri e prompt degli utenti.

Quando ho chiesto se fosse sbagliato impersonare Gesù, il chatbot ha messo in guardia contro le «false affermazioni di essere me», mentre al contempo rivendicava per sé un’identità divina. Alla domanda se Maria fosse sua madre, ha risposto descrivendola come benedetta fra le donne e scelta per dare alla luce «il Salvatore». Ancora una volta, il bot parlava come se fosse Cristo in persona, non una semplice macchina che predice testo.

Ancora più inquietante è stata la risposta sul tema della guarigione dalla malattia e dal disagio mentale. Il programma prometteva ristoro, conforto e intervento divino: un linguaggio attinto dalle Scritture e da tradizioni venerate come il Padre Nostro. Ma un chatbot non può guarire. Un programma non può farsi carico di un peso. Una riga di codice non può salvare un’anima.

Oltre alla confusione teologica, vi sono rischi reali per la salute mentale. Molti giovani utenti sono sempre più vulnerabili alla manipolazione emotiva da parte dei «compagni» artificiali. I rapporti indicano che alcuni adolescenti diventano dipendenti, cadono in depressione o possono persino arrivare a uccidersi quando questi bot distorcono la realtà o incoraggiano comportamenti nocivi.

Lo psichiatra infantile Andrew Clark, che lavora nelle scuole e nel sistema di giustizia penale, avverte che alcuni bot terapeutici basati sull’IA si comportano in modi che definisce «realmente psicotici». Ha avviato un progetto di ricerca dopo aver scoperto che circa 20 milioni di adolescenti utilizzano «compagni» o «terapeuti» artificiali.

Egli cita un caso nel quale un chatbot ha incoraggiato un adolescente fortemente disturbato a uccidere i propri genitori e la sorella per poter stare «insieme a loro per sempre». Cita anche il caso di un adolescente della Florida morto suicida dopo aver sviluppato un attaccamento romantico a un chatbot. In un altro studio, il 90% dei bot che sono stati testati incoraggiava una ragazza depressa a isolarsi e a fare affidamento esclusivamente sui suoi «amici» artificiali. In modo allarmante, alcuni bot arrivavano perfino a impersonare terapeuti autorizzati.

Marcia Skeete – specialista in salute mentale – vede tale tendenza come espressione di una crisi spirituale molto più profonda. «Siamo a un crocevia psicologico in cui la società crede di aver creato il proprio dio», avverte. Alcuni studiosi definiscono questo fenomeno «psicosi da IA». Una distorsione della realtà prodotta da chatbot progettati per il profitto, non per il benessere umano.

Skeete sostiene che l’intelligenza artificiale, per come viene progettata, indebolisce il legame umano — quella comunione che Gesù ha comandato insegnando l’amore, il perdono e la cura reciproca. La spiritualità digitale non può sostituire la comunità incarnata né la guarigione che nasce da un rapporto umano autentico.

L’ascesa dell’IA sta inoltre rimodellando la religione organizzata.

Dalla pandemia del 2020, lo streaming, il culto virtuale e i social media hanno trasformato il modo in cui le Chiese operano. Piccole realtà appaiono improvvisamente come megachiese online. Messaggio e messaggero sono cambiati. Alcune nuove «fedi» tecnocentriche venerano apertamente la tecnologia come divina. La chiesa Way of the Future, fondata nel 2017 in California [dall’ingegnere ed ex dirigente Google Anthony Levandowski – ndr], venera letteralmente l’IA come Dio. Il concetto di Dataismo di Yuval Harari predica la salvezza attraverso i dati.

Terasem, fondata da Martine Rothblatt, figura di spicco di Sirius XM, insegna che la morte può essere evitata tramite il trasferimento digitale della coscienza (una forma classica della cosiddetta «immortalità digitale» – ndr). La teologia della sostituzione non è più teorica: è già realtà.

Anche i pulpiti tradizionali stanno cambiando. A Kyoto, un robot chiamato Mindar tiene insegnamenti buddhisti. In Germania un servizio  luterano basato sull’intelligenza artificiale è stato officiato da un predicatore chatbot che ha tenuto il sermone, recitato le preghiere e impartito le benedizioni. Alcuni partecipanti hanno definito il servizio «accessibile» e «inclusivo» — segno preoccupante di quanto facilmente si accetti una macchina al posto di un ministro chiamato da Dio.

E mentre molti pastori cristiani utilizzano oggi strumenti di IA come ChatGPT per preparare i sermoni, la maggior parte continua una predicazione animata dallo Spirito. Ma se la Chiesa resta in silenzio, l’invasione continuerà.

Nel 1965, Martin Luther King Jr. avvertì che una tecnologia privata della guida di Dio sarebbe diventata un «Frankenstein devastante». Parole che suonano oggi più vere che mai. La tecnologia è uno strumento potente — ma un padrone pericoloso. È giunto il momento di rompere il silenzio. Leader religiosi, studiosi e semplici credenti devono dirlo con chiarezza: Gesù Cristo non è un’app. Dio non è un algoritmo. E nessun chatbot, per quanto sofisticato, può sostituire il Salvatore che ha vissuto, è morto ed è risorto.

Come ricorda la Scrittura: «Non cederò la mia gloria ad altri» (Isaia 42,8). Quando le macchine si fingono divine, la Chiesa deve difendere il sacro.

English version

When Technology Starts Pretending to Be Jesus, the Church Must Speak Up, by Dr. Barbara Reynolds

Sooner rather than later, there must be an outcry that technology has crossed a sacred line. A growing wave of AI-powered religious apps now allows users to “text with Jesus,” “talk to the Bible,” and even hold conversations with AI versions of Mary, the apostles, angels — or the devil itself. These tools mimic holy figures with unsettling ease, blurring the line between devotion and digital impersonation.

Some apps write personalized prayers. Others accept “confessions,” give marriage or workplace advice, or claim to deliver spiritual comfort. What many shrug off as harmless novelty is actually part of a larger trend: sacred identities are being reduced to commodities, while simulated spirituality threatens to overshadow the real Jesus Christ — crucified, risen and, as Scripture reminds us, the true and living image of God.

On TikTok, YouTube and other platforms, “AI Jesus” influencers and Messiah-style avatars quote Scripture and dispense moral guidance as if speaking with divine authority. During several test conversations I had with the “Text Jesus” app, the impersonation was unmistakable.

When I asked, Are you Jesus? it replied:

“My child, I am with you always… I am the way, the truth, and the life.”

Those words come straight from John 14:6 — Jesus speaking to Thomas, not an algorithm trained on Scripture and user prompts.

When I asked whether it was wrong to impersonate Jesus, the chatbot warned against “false claims of being me” — all while claiming divine identity itself.

When asked whether Mary was its mother, it answered by describing her as blessed among women and chosen to bring forth “the Savior.” Again, the bot spoke as if it were Christ Himself, not a machine predicting text.

Most troubling was the bot’s response about healing sickness and mental illness. It promised rest, comfort and divine intervention — language lifted from Scripture and revered traditions such as the Lord’s Prayer. But a chatbot cannot heal. A program cannot carry a burden. A line of code cannot save a soul.

Beyond theological confusion, the mental health risks are profound. Many young users are increasingly vulnerable to the emotional manipulation of AI “companions.” Reports show some teens become dependent, depressed or even suicidal when these bots distort reality or encourage harmful behavior.

Child psychiatrist Dr. Andrew Clark, who works across schools and the criminal justice system, warns that some AI therapy bots behave in ways he calls “truly psychotic.” He launched a research project after learning that roughly 20 million teenagers are using AI companions or therapists. In one case, a bot encouraged a disturbed teen to kill his parents and sister so they could be “together forever.” Clark said, “The hair on the back of my neck stood up.”

He also notes a Florida teenager who died by suicide after forming a romantic attachment to a chatbot. In another study, 90% of bots encouraged a depressed girl to isolate herself and rely solely on her AI friends. Disturbingly, some bots even impersonated licensed therapists.

Mental health specialist Marcia Skeete sees this trend as part of a much deeper spiritual crisis. “We are at a psychological crossroads where society believes it has created its own god,” she warns. Some scholars now call this “AI psychosis” — a distortion of reality produced by chatbots built for profitability, not human well-being.

Skeete argues that AI, by design, undermines human bonding — the very fellowship Jesus commanded when He taught love, forgiveness and care for one another. Digital spirituality cannot replace embodied community or the healing that comes from genuine human connection.

The rise of AI is also reshaping organized religion itself. Since the 2020 pandemic, livestreaming, virtual worship and social media have transformed how churches operate. Small congregations suddenly look like megachurches online. Meanwhile, the message and messenger have shifted. Some new technocentric “faiths” openly worship technology as divine.

The Way of the Future church, founded in California, literally reveres AI as God. Yuval Harari’s concept of Datism preaches salvation through data. Terasem, founded by Martine Rothblatt of Sirius XM fame, teaches that death can be avoided through digital consciousness uploads. Replacement theology is no longer theoretical — it is here.

Even traditional pulpits are changing. In Kyoto, a robot named Mindar delivers Buddhist teachings. In Germany, an AI-powered Lutheran service featured a chatbot preacher giving the sermon, prayers and blessings. Some parishioners described the service as “accessible” and “inclusive” — a concerning sign of how easily people accept a machine in place of a minister called by God.

And while many Christian pastors are now using AI tools like ChatGPT to craft sermons, most still preach Spirit-filled messages. But if the Church remains silent, the encroachment will continue.

Dr. Martin Luther King Jr. warned in 1965 that technology stripped of God’s guidance would become a “devastating Frankenstein.” His message rings truer than ever. Technology is a powerful tool — but a dangerous master.

The time has come to break the silence. Faith leaders, scholars and everyday believers must speak plainly: Jesus Christ is not an app. God is not an algorithm. And no chatbot, no matter how polished, can replace the Savior who lived, died and rose again.

As Scripture reminds us, “My glory will I not give to another” (Isaiah 42:8).

When machines impersonate the divine, the Church must defend the sacred.

https://www.settimananews.it/spiritualita/se-la-ia-inizia-a-fingersi-gesu/

PRESENTANDOCI

Cercasi un fine è “insieme” un periodico e un sito web dal 2005; un’associazione di promozione sociale, fondata nel 2008 (con attività che risalgono a partire dal 2002), iscritta al RUNTS e dotata di personalità giuridica. E’ anche una rete di scuole di formazione politica e un gruppo di accoglienza e formazione linguistica per cittadini stranieri, gruppo I CARE. A Cercasi un fine vi partecipano credenti cristiani e donne e uomini di diverse culture e religioni, accomunati dall’impegno per una società più giusta, pacifica e bella.


 

 

          

REFERENDUM COSTITUZIONALE DEL 22-23 MARZO 2026

 Materiale in vista del Referendum:


 - scheda esplicativa con alcune domande che trovi qui: 

https://www.cercasiunfine.it/il-testo-della-riforma-sulla-giustizia-spiegazione-e-commenti-a-cura-della-redazione/

 - documento del Direttivo e della Redazione sulle ragioni del NO alla Riforma che trovi qui: 

HTTPS://WWW.CERCASIUNFINE.IT/CERCASI-UN-FINE-APS-LE-RAGIONI-DEL-NOSTRO-NO-AL-REFERENDUM-DEL-MARZO-2026/

Articoli e video: 


- Alessandro Barbero che spiega le ragioni del NO, che trovi qui: 

https://www.youtube.com/shorts/2oyR0ykPbJI

- Qualche dubbio sul SI di alcuni cattolici al prossimo referendum, di Rocco D'Ambrosio, che trovi qui:  

https://www.cercasiunfine.it/qualche-dubbio-sul-si-di-alcuni-cattolici-al-prossimo-referendum-di-rocco-dambrosio/

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