Quando la mancanza d’amore fa più male
di una bomba, di Guglielmo Gallone

«La mancanza d’amore fa più male di una bomba: genera odio, violenza, disperazione. Per quarant’anni, accanto ai poveri del Brasile, ho visto che il primo passo per ogni riscatto è far sentire le persone amate. Solo dopo possono studiare, lavorare, cambiare vita». Padre Renato Chiera parla ai media vaticani con la consapevolezza e la calma di chi ha attraversato intere generazioni di dolore e risurrezione tra le strade del più grande Paese sudamericano.
Fondatore di “Casa do Menor”, un’associazione nata nel 1986 e cresciuta fino a contare oltre 7500 accoglienze e 5000 volontari in tutto il Brasile, padre Renato è uno di quei “preti di stradache ha scelto di evangelizzare non con le parole ma con la presenza, specialmente nelle cracolandie, i quartieri delle grandi città brasiliane dove si concentrano tossicodipendenza, degrado e assenza di servizi. Così, quando gli chiediamo quale sia il senso del suo essere missionario, ci risponde che «non significa andare a convertire ma andare ad amare». Piuttosto, è un modo di vivere che si traduce in presenza, ascolto, tenerezza, farsi piccoli e andare incontro al prossimo. «La nostra gente non si sente amata da Dio — racconta — perché spesso non si sente amata da noi, dalle nostre Chiese, che a volte sono fredde e chiuse verso chi è povero, sporco, senza scarpe. Il missionario è colui che porta la presenza gratuita dell’amore di Dio, colui che si siede accanto, che non giudica, che si fa prossimo». Questa consapevolezza nasce in padre Renato da un’immagine semplice: «Era il giorno di una prima comunione, una bella cerimonia, tante foto. Ma appena uscito ho visto dei bambini di strada e mi sono chiesto: “Come sapranno di essere amati?”. Dentro di me ho sentito una voce: “Non devi parlare di Dio amore, devi essere Dio amore”. E da allora ho cercato di vivere così».
Già, perché proprio da quell’intuizione è nata una vita intera accanto agli ultimi. Nelle cracolandie di Rio de Janeiro padre Renato siede accanto ai ragazzi che fumano crack e pone loro solamente due domande: «Ti senti amato da qualcuno? Quali sono le tue sofferenze?». È in quel momento che le difese cadono, che scendono le lacrime, che nasce la fiducia reciproca, la voglia, il coraggio di ascoltare e di interagire.
Una notte passata con questi ragazzi ha per esempio cambiato la vita di Carlos Alberto che, dopo vent’anni di strada, ora ne ha alle spalle dieci di consacrazione. Chi era lo ha portato con sé a Roma, mercoledì 12 novembre, per incontrare Papa Leone XIV al termine dell’udienza generale, traghettandolo in un futuro che mai avrebbe immaginato. Insieme a Carlos Alberto c’era Lucila Ines Cardoso da Silva, oggi presidente di “Casa do Menor. «Nella nostra attività — spiega Lucila — sono tanti i volti che incontriamo e ognuno porta una ferita profonda. Ricordo un neonato, figlio di una madre tossicomane. Lei era una cracuda, donna dipendente dal crack, e, appena partorito il bambino, è scappata dall’ospedale lasciandolo solo. Quando mi hanno chiamato, sono andata con padre Renato a prenderlo e lo abbiamo portato a casa nostra, chiamando quel bambino Miguel, come san Michele, come il nostro patrono».
Ed è qui che torna in mente il passaggio dell’esortazione apostolica Dilexi te di Leone XIV, in cui si ricorda che «sul volto ferito dei poveri troviamo impressa la sofferenza degli innocenti e, perciò, la stessa sofferenza del Cristo». Il piccolo Miguel è diventato il simbolo di un popolo invisibile, di bambini e adulti che condividono la stessa storia di abbandono e di mancanza d’amore. «Come ha scritto Papa Prevost, quando ti siedi accanto a loro e ascolti le loro storie», prosegue Lucila, «vedi la sofferenza di Cristo nei poveri, quella solitudine che lo ha fatto gridare sulla Croce. È la stessa assenza che vediamo negli occhi dei nostri ragazzi: l’assenza di un padre, di un amore, di un punto di riferimento. Ecco perché il nostro compito è far sentire questi ragazzi di nuovo amati, restituire loro una famiglia, una voce che dica “sei figlio”. È in quel momento che ritrovano dignità e desiderio di vivere».
È proprio sull’assenza di amore e sulla necessità di ascolto reciproco che nasce una delle iniziative più belle di “Casa do Menor”. Tutto è basato sulla consapevolezza di padre Renato secondo cui «la più grande tragedia non è la povertà materiale, bensì la mancanza di amore». Ecco perché l’associazione ha elaborato «quella che chiamo “pedagogia dei non amati” e “pedagogia della presenza. In nessuna pedagogia o psicologia si parla del dramma di non essere figli. Ma questa è la radice di tutto: chi non si sente amato perde fiducia in sé, non si ama e finisce per distruggersi e distruggere gli altri. Da qui nascono la violenza, la depressione, il narcotraffico. Noi cerchiamo di far capire ai nostri ragazzi l’importanza di avere una missione nel mondo, di essere dono per gli altri. E, quando lo capiscono, liberano una forza interiore enorme». L’auspicio di padre Renato è che questa intuizione venga studiata nelle università perché «non riguarda solo il Brasile. Anche in Europa c’è una povertà del cuore: famiglie fragili, giovani senza ascolto, adulti soli. Il nostro compito è ricostruire relazioni d’amore autentiche per far capire che la vita ha valore».
In effetti anche Lucila conferma che «un’altra grande ferita che vediamo nella società brasiliana è la crisi della famiglia. Molti bambini crescono senza genitori, affidati a nonne, zie, o completamente soli. Cos la socieìtà rischia di perdere i valori fondamentali: non conta più la persona, ma il potere, l’immagine. Per questo dico che la violenza o il narcotraffico sono il grido di chi non è figlio amato e non ha prospettive di futuro. La nostra risposta è dare amore, famiglia, gioco, educazione, speranza. In quarant’anni di esperienza abbiamo dimostrato che questa è una vera politica pubblica di vita».
Fu proprio questo l’ultimo messaggio lasciato da Papa Francesco nel suo incontro con padre Renato, il 18 maggio 2022: amare le periferie umane. «Quando sono arrivato in Brasile nel 1978 — conclude il missionario — mi attiravano le periferie perché lì c’è Gesù che soffre. Papa Francesco lo ha detto con parole perfette: l’amore alle periferie non è sociologico, è teologico. Non andiamo tra i poveri solo per aiutarli ma perché in loro incontriamo Cristo. Quando entro nelle cracolandie, tra chi vive per strada, sento che sto vivendo una comunione: loro sono “ostie vive”, presenza reale di Gesù che soffre. Ogni volta che abbraccio uno di loro, è come ricevere la comunione. In quei volti feriti, c’è il Cristo abbandonato. È questa la motivazione profonda della nostra missione».

osservatoreromano.va/it/news/2025-11/quo-271/quando-la-mancanza-d-amore-fa-piu-male-di-una-bomba.html

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