Per battere il populismo ci vuole un leader così intelligente da sembrare fesso, e non viceversa, di Francesco Cundari

In uno dei cento articoli che mi capita di leggere continuamente su come sconfiggere il populismo (questo di Tim Harford sul Financial Times: «Why populism became popular») dedicato a uno dei mille saggi, dissertazioni, studi, pubblicati ogni giorno sull’argomento (questo di Joseph Heat: «Populism fast and slow») ho trovato una notazione interessante. Nel mondo di oggi, un politico cauto e responsabile, attento a misurare le parole, come Keir Starmer o Kamala Harris, potrà anche dire la verità, ma dà la netta impressione di non dire mai quel che pensa davvero.
Mentre al contrario un bugiardo spudorato come Donald Trump può affermare continuamente cose non vere, ma nessuno dubita del fatto che dica qualunque cosa gli passi per la mente. Come suggerisce anche il titolo, l’analisi riprende la famosa distinzione di Daniel Kahneman tra «Pensieri lenti e veloci», tra un approccio intuitivo, immediato, non riflessivo alla realtà, che useremmo normalmente nelle nostre interazioni con il mondo, e un approccio analitico, più lento e faticoso, cui faremmo ricorso solo quando il primo mostra di non funzionare. 
Per farla breve, nel mondo di oggi, dominato dalla logica dell’immediatezza caratteristica dei social network, il populismo fornirebbe le risposte tipiche del pensiero veloce, identificato con il comune buon senso, mentre le deprecate élite farebbero continuamente ricorso al secondo tipo di approccio, con argomenti spesso, per l’appunto, controintuitivi. Di qui anche il paradosso del leader populista che più si manifesta per il bugiardo che è e più appare onesto e affidabile, e del leader politico prudente e responsabile, attentissimo nel soppesare ogni sillaba, che appare al contrario inaffidabile e insincero.
Mi rendo conto che questo genere di analisi rischi di scivolare facilmente in una sorta di insopportabile paternalismo, tanto autocompiaciuto nella sua presunta superiorità cognitiva quanto ottuso nella sua effettiva capacità di uscire dalla propria bolla. E proprio gli esempi di Starmer e Harris (che a dire il vero sono però dell’editorialista del Financial Times) presterebbero il fianco a facili ironie. Non sempre la lentezza è sinonimo di maggiore capacità di riflessione e approfondimento.
Esistono purtroppo anche le persone noiose, verbose e inutilmente didascaliche, e temo che a sinistra ne siamo particolarmente forniti. Così come, del resto, non sempre la rapidità è sinonimo di superficialità. E in ogni caso prendersela con gli elettori per la loro incapacità o indisponibilità a seguirci nei nostri tortuosi e faticosi ragionamenti – di noi difensori della democrazia liberale, dello stato di diritto, di una società pluralistica e tollerante – non mi sembrerebbe la strada più sicura per garantire la tenuta di quei principi.
La mia personale conclusione è che in un dibattito pubblico strutturalmente deformato dai social media e costantemente inquinato dalla disinformazione, per battere il populismo la sinistra avrebbe bisogno di leader – ma anche di intellettuali, giornalisti, conduttori e cabarettisti – così intelligenti da sapere persino correre il rischio di passare per fessi, mentre temo sia piena soprattutto di gente così fessa da voler sembrare intelligente a tutti i costi. Lascio poi a ciascun lettore valutare se a ben vedere qualcuno di simile la sinistra come leader lo abbia effettivamente avuto nel recente passato, e che fine abbia fatto, e quanto questo eventualmente confermi o smentisca la mia tesi.

linkiesta.it/2025/11/politica-leadership-verita-intelligenza-populismo-social-disinformazione/

 

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