Nostra Aetate: la profezia del dialogo interreligioso, di Umberto Panipucci

«Non possiamo invocare Dio come Padre di tutti gli uomini, se ci rifiutiamo di comportarci da fratelli verso alcuni tra gli uomini che sono creati ad immagine di Dio».

Con queste parole, riportate al n. 5 della Dichiarazione conciliare Nostra aetate, la Chiesa imprimeva una svolta irreversibile alla propria storia. A sessant’anni dalla sua solenne promulgazione, avvenuta il 28 ottobre 1965 sotto il pontificato di San Paolo VI, quel testo continua a risuonare non come una semplice memoria del passato, ma come una provocazione viva per il presente. Nato quasi in sordina nel cantiere del Concilio Vaticano II, il documento è divenuto con il passare dei decenni una vera e propria bussola pastorale e teologica in tempi di lacerante polarizzazione.

Proprio in questo solco si inserisce la pubblicazione della Nota congiunta Un cammino di speranza – Sessant’anni di dialogo e di fratellanza interreligiosa alla luce della Dichiarazione conciliare Nostra aetate, firmata il 16 settembre 2026 dal Dicastero per la Dottrina della Fede, dal Dicastero per la Promozione dell’Unità dei Cristiani e dal Dicastero per il Dialogo Interreligioso. Questo intervento offre l’occasione per tracciare un bilancio e, soprattutto, per rilanciare uno sguardo coraggioso sul futuro delle relazioni interreligiose, a partire da quella feconda intuizione originaria.

Non si può infatti comprendere la portata rivoluzionaria di Nostra aetate senza ricordarne la genesi. Nata all’indomani delle macerie morali e materiali della Seconda Guerra Mondiale, la dichiarazione fu fortemente desiderata da San Giovanni XXIII a seguito dell’incontro con lo storico ebreo Jules Isaac, con l’obiettivo prioritario di risanare la ferita millenaria tra la Chiesa e il popolo ebraico e condannare ogni forma di antisemitismo. Come la Nota sottolinea al n. 4, da quel piccolo granello di senape (parafrasando la celebre parabola evangelica) si è sviluppato un albero imponente che ha finito per abbracciare il confronto con tutte le grandi tradizioni spirituali dell’umanità.

Eppure, il dialogo ebraico-cristiano conserva una sua irrinunciabile specificità. Come il nuovo documento vaticano ribadisce al n. 13, non si tratta di un’opzione accessoria o di una pratica di cortesia diplomatica, bensì di un percorso essenziale per giungere alla piena consapevolezza della propria identità cristiana. Riconoscere le radici ebraiche del cristianesimo e la dimensione storica di Gesù, definito dalla teologia recente la Parola che si è fatta «carne ebraica» (Nota, n. 5), significa riscoprire un patrimonio biblico, etico e spirituale condiviso che costituisce il terreno saldo su cui poggia l’intero edificio della nostra fede.

Questa profonda radice ha alimentato un cammino ininterrotto che la Nota ripercorre al capitolo II attraverso la testimonianza dei diversi pontificati, mostrando come la via del dialogo non sia mai stata una linea di comodo, ma una componente costitutiva della missione evangelica. Se San Paolo VI, nell’enciclica Ecclesiam suam, impostò la metodologia strutturata dei cerchi del dialogo, fu poi San Giovanni Paolo II a dare corpo visibile a questa profezia con i ben noti incontri di Assisi per la pace e con la storica visita alla Sinagoga di Roma.

Successivamente, Papa Benedetto XVI richiamò con lucidità il nesso indissolubile tra fede e ragione, definendo gli ebrei i nostri “padri nella fede”, mentre Papa Francesco ha spinto ancora oltre l’orizzonte della fratellanza universale e dell’amicizia sociale con il Documento di Abu Dhabi e l’enciclica Fratelli tutti. Oggi Papa Leone XIV ne raccoglie il testimone, riaffermando la centralità della costruzione della pace in un’epoca minacciata da nuovi fondamentalismi e da spinte secolarizzanti.
Sarebbe ingenuo, tuttavia, nascondere le ombre e le resistenze che ancora gravano sul presente.

Come viene chiaramente evidenziato nel capitolo III del documento, se da un lato si raccolgono i frutti silenziosi di una collaborazione concreta in difesa degli ultimi e della cura della casa comune, dall’altro non mancano incomprensioni teologiche, rigurgiti di antisemitismo e latenti pulsioni di odio o discriminazione. Il rischio contemporaneo appare duplice, ovvero cadere nella chiusura identitaria ed escludente oppure scivolare in un piatto relativismo in cui la ricerca sincera della verità viene sacrificata al quieto vivere.

La sfida che il testo conciliare ci lancia a sessant’anni di distanza è dunque squisitamente pedagogica e culturale. Si tratta di formare le nuove generazioni, nei seminari come nella società civile, a una cultura dell’incontro che non edulcori le differenze, ma le riconosca come ricchezza. In un tempo in cui la tentazione dell’innalzamento di muri e della polarizzazione sembra tornare dominante, la via del dialogo interreligioso rimane la più grande scommessa per una convivenza umana autentica e per la tutela della dignità di ogni persona, creata ad immagine di Dio.

[religioso OFM, teologo specializzato in teologia ecumenica]

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