Alla fine rimangono loro. I detrattori, i negazionisti, i tendenziosi, i teorici del complotto. Quando tutti gli altri si sono stancati, o semplicemente sono passati oltre, loro sono ancora lì. Hanno una tenacia diversa, e forse più motivazione. Ormai lo abbiamo visto succedere in molti casi. Non solo con la pandemia, anche con l’invasione russa dell’Ucraina, con i cambiamenti climatici. Lentamente le pagine dei giornali, i palinsesti televisivi e i social media si svuotano delle voci più caute. Le voci di chi analizza, di chi tiene in considerazione i dati eccetera. Come da un corso d’acqua che si prosciuga, emerge il fondo sassoso e immobile degli antagonisti. È come se la ragionevolezza avesse un tempo di decadimento nel dibattito pubblico, ma la propaganda contraria no. Attende, alligna, fino a quando arriva il suo momento per dominare il discorso.
Per quanto riguarda il dramma del Covid, l’ultima audizione di Anthony Fauci al Congresso degli Stati Uniti segna la fine di una lunga battaglia. E sancisce la vittoria, per abbandono del campo di gioco, dell’antiscienza sulla scienza.
Una breve ricapitolazione. Anthony Fauci è stato il volto mondiale della medicina per tutto il tempo della pandemia. Ha guidato per anni il National Institute of Allergy and Infectious Diseases, ed è stato consigliere scientifico prima sotto Trump poi sotto Biden. Ce lo ricordiamo tutti.
Consapevole delle ritorsioni a cui sarebbe andato incontro nel secondo mandato di Trump, Joe Biden gli ha concesso la protezione giuridica. Una sorta di grazia preventiva. È stato uno dei suoi ultimi atti come presidente. Ma non è bastato. Trump si è rimesso subito a inveire contro Fauci. Qualche tempo fa il segretario della sanità Robert Kennedy Jr. è venuto in possesso di un diario che Fauci aveva tenuto nel periodo della pandemia e incautamente salvato su un computer dell’amministrazione. Ha trasmesso il diario al senatore repubblicano Rand Paul, persecutore numero uno di Fauci, che lo ha pubblicato online. C’è stata un’audizione al congresso, l’ennesima. Ma questa volta, davanti alle domande su argomenti triti e ritriti — e sull’origine del virus —, Fauci ha deciso di trincerarsi dietro il quinto emendamento. Di avvalersi cioè della facoltà di non rispondere. A nessuna delle domande. Nemmeno sul giorno della settimana o il colore della cravatta che indossava.
Tanto vale dirlo subito. Il silenzio di Fauci, perfettamente legittimo dal punto di vista giuridico e personale, ha avvilito la comunità scientifica. E con ogni probabilità l’ha danneggiata per il futuro.
Di scottante il diario non sembrava rivelare granché. Il cambiamento di opinione di Fauci sull’utilità delle mascherine, da inutili a necessarie, certo. Ma era evidente già mentre accadeva e ha riguardato moltissimi esperti in tutto il mondo. Una reazione avversa, forse, alla prima dose di vaccino. Delle discrepanze fra le conversazioni private e le dichiarazioni pubbliche. E poi, la vanità umana di uno scienziato, che si è ritrovato d’un tratto blandito dal potere e dalle star di Hollywood e ha scoperto che quella notorietà gli piaceva un po’ troppo (nulla a cui non abbiamo assistito anche qui, nel nostro assai più modesto star system). Dal punto di vista scientifico o della gestione pubblica della pandemia, nessuna novità considerevole.
In particolare la questione dell’origine del coronavirus — se sia il risultato di un «naturale» salto di specie oppure di una sperimentazione umana andata storta — è ferma dov’era. Se sono state promesse dall’amministrazione americana prove schiaccianti a favore della seconda ipotesi, del cosiddetto «lab leak», quelle prove non sono mai state fornite. Il sito della Casa Bianca ne elenca cinque, ma sono tutte congetturali o circostanziali. La comunità scientifica, in base agli studi accumulati nel tempo, resta più favorevole all’ipotesi zoonotica. Anche se è sempre più plausibile che a una risposta finale non si arrivi mai.
Eppure. Una corrispondenza o un diario resi disponibili all’opinione pubblica sono come sfere di cristallo. Ci si può vedere tutto quello che si desidera vedere. Rifiutandosi di rispondere al congresso — per strategia, per esasperazione, vai a sapere — Fauci ha dato il suo assenso allo scatenarsi finale delle suggestioni. È come se avesse detto: volete convincervi che il virus sia sfuggito a una sperimentazione umana? che il Covid sia stato un grande schema? che esista alla base della crisi planetaria un unico inconfessabile segreto? che l’ivermectina fosse davvero il farmaco miracoloso che vi abbiamo negato? Fatelo. Non ho più la forza né l’intenzione di fermarvi. O non posso farlo. Comunque sia, per me non ha più importanza.
Solo che ce l’ha. Perché dietro Fauci c’è il lavoro di una comunità mondiale di scienziati, medici, operatori, amministratori, politici. E la bandiera bianca, ora, sventola per tutti loro. Per tutti noi. A volte immagino come verrebbe raccontato quello strano sogno febbrile che è stata la pandemia in un colossal hollywoodiano. Magari con un cast di quegli attori la cui attenzione lusingava tanto Anthony Fauci. Mi chiedo se verrebbe fuori una storia a lieto fine oppure no. Dopo tutto — cioè dopo un bilancio di morte mostruoso e una ferita collettiva dalla quale non ci siamo veramente ripresi — sono arrivati i vaccini e il Covid è diventato una malattia infettiva come altre. Un po’ di eroismo è garantito. In un film si potrebbe senza dubbio creare il sollievo della soluzione alla catastrofe. Ma nella realtà il sollievo non c’è stato. È stato diluito nelle crisi successive, disperso nella frustrazione, nella rabbia accumulata. La pandemia è rimasta sospesa negli animi, congelata e poi precipitata pericolosamente nell’inconscio collettivo. Come qualcosa di passato ma di curato solo in parte. E con innumerevoli postumi, fra i quali nuove guerre e una deriva accelerata verso destra. Sì, lo so che non c’è modo di dimostrare tutto questo, è solo speculazione. Ma nella realtà, anche se possiamo dirci di averla sconfitta, abbiamo per lo più subìto la pandemia. L’abbiamo subita in ogni sua fase sebbene, per così dire, al meglio che potevamo.
E dopo? Dopo siamo stati peggio. Dopo abbiamo mancato in tutto. Nel saper piangere collettivamente i morti. Nell’assunzione spontanea di responsabilità, da parte degli enti pubblici e scientifici. In una riflessione sull’invadenza del potere esecutivo nella vita dei cittadini. Nella presa di coscienza della lacerazione sociale che la pandemia ha prodotto o comunque esacerbato. Niente di tutto questo è stato fatto. Nemmeno tentato. Da noi, ci si è limitati a una commissione d’inchiesta con scopi così opportunistici, meschini e strettamente politici da non interessare a nessuno. Negli Stati Uniti, si continua con la ricerca disperata, fuori tempo massimo, di un capro espiatorio. Dell’uomo unico con una risposta unica.
In Vita di Galileo Andrea Sarti, un tempo allievo di Galilei, va a trovare il maestro, anni dopo la sua abiura davanti all’Inquisizione. Andrea porta a Galilei la notizia del «contraccolpo» che il suo atto di codardia ha provocato. Un contraccolpo «salutare per la Chiesa» e dannosissimo per la scienza. Dopo l’abiura di Galilei, infatti, Cartesio «ha chiuso nel cassetto il suo trattato sulla natura della luce» e altri hanno rinunciato alla ricerca scientifica del tutto. Come se il tradimento della verità, dice Brecht, producesse onde di tradimento concentriche, che si allargano fino a chissà dove e chissà chi.
Forse è eccessivo paragonare Fauci che si avvale della facoltà di non rispondere davanti al congresso all’abiura di Galilei davanti all’Inquisizione. O forse non lo è. Di certo, la comunità scientifica oggi è un po’ più debole di com’era prima.
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